Il giocatore di Miami ha superato di due soli punti il secondo record di 81 canestri segnati dalla leggenda dei Lakers, suo idolo e punto di riferimento: davanti a lui solo i 100 messi a referto da Wilt Chamberlain nel ‘62. Dopo anni di critiche, infortuni e aspettative tradite - tra cui due Finals perse - la magica notte contro gli Wizards restituisce un’immagine più completa e onesta del cestista statunitense, esaltandone la versatilità non solo difensiva
«Wilt, io, poi Kobe. Pazzesco». Questa la classifica dei migliori realizzatori di sempre in una singola partita della storia della Nba, snocciolata al termine dell’incredibile match fra Heat e Wizards di questa notte, direttamente da Edrice Femi “Bam” Adebayo. Che si è preso il suo posto tra le due leggende, fra i 100 punti segnati da Chamberlain il 2 marzo del 1962 contro i Knicks e gli 81 segnati da Bryant il 22 gennaio del 2006 contro i Raptors, piazzandone ben 83 nella magica serata contro Washington.
L’infanzia difficile di “Bam”
Un’impresa che nessuno si aspettava, non pronosticata come tante cose accadutegli nel corso della carriera: carriera stessa che non era assolutamente nei piani di quel bimbo dalla forza selvaggia sin da piccolo, quando si guadagnò il soprannome “Bam” da Bamm-Bamm Rubble (quello de Gli Antenati) dopo aver rovesciato un tavolo da caffè, a un anno, durante una puntata del cartone animato, a cui assistere in attesa che la madre Marilyn Blount, single, tornasse a casa da un lavoro per cui si svegliava alle 6 per tornare a casa alle 20 per mantenere il piccolo da sola, non potendo contare sul distante (sia fisicamente sia affettivamente) padre del ragazzo.
Per Adebayo l’avvicinamento alla pallacanestro arrivò in maniera abbastanza casuale: il cugino più grande infatti gli chiese di accompagnarlo ai provini per la squadra del liceo, con Bam ad accettare per tenersi impegnato con qualcosa fisicamente più provante rispetto ai puzzle o ai rebus, i passatempi con i quali si intratteneva fino a quel momento, vista l’assenza di alternative concrete in un centro abitato così piccolo.
L’influsso di Kobe a Miami
Ironia della sorte volle che la proposta arrivasse proprio durante una partita a cui assistevano insieme, che vedeva Kobe Bryant (proprio quel Kobe Bryant sorpassato al secondo posto assoluto fra i migliori realizzatori in singola gara) all’epoca protagonista in campo. Kobe divenne il suo idolo e il giocatore a cui si ispirava anche quando i suoi coach gli facevano notare la mancanza dello stesso talento di base: nel suo anno universitario, ad esempio, da coach Calipari gli venne chiesto di «portare blocchi, essere aggressivo e difendere forte. Non ti chiederò tiri in sospensione, né di portare palla».
Richieste a cui Bam si adattò, partecipando tuttavia alle sessioni di allenamento riservate alle guardie, anche più dei selezionati per parteciparvi, come testimoniato dall’attuale stella degli Spurs De’Aaron Fox, suo compagno di squadra nell’annata trascorsa a Lexington.
Una testimonianza della sua incrollabile voglia di migliorare e smentire chi non lo considerasse bravo abbastanza per avanzare di livello: nell’avanzare della sua carriera, la sua scelta al draft 2017 da parte degli Heat venne considerata troppo alta, il suo posto come centro titolare del team venne messo in discussione, il suo ruolo di giocatore di riferimento per una squadra ambiziosa e men che meno la possibilità di diventare una stella della Lega non venivano prese concretamente in considerazione da nessuno.
O quasi: «So che sarà il miglior giocatore nella nostra squadra. Lo so perché conosco la sua etica del lavoro, e la metto insieme al talento che Dio gli ha donato. Non voglio mettere pressione su di lui, dico semplicemente che porterà la nostra squadra alla terra promessa, e che un giorno la sua maglia sarà lassù, appesa al soffitto e lui sarà uno dei grandi ad aver giocato per Miami». Così si espresse a ottobre 2018, quando Bam sgomitava ancora per trovare un posto solido nella rotazione, una leggenda della storia della franchigia come Alonzo Mourning.
A quest’ultimo è intitolata la sala pesi del team, la “Zo’s Zone” (la zona di ‘Zo), visto il gran numero di record detenuti da Mourning in questa parte del centro allenamenti di Miami: record che Bam decise di voler battere, nonostante la diffidenza dello staff tecnico, prima che ne ritoccasse un paio già nelle prime settimane di militanza con gli Heat.
L’esclusione nell’estate del 2019 dalla nazionale statunitense fece da ulteriore molla per il suo miglioramento: nella stagione successiva, la 2019/2020, si è guadagnato la prima convocazione per l’All-Star Game, riscattando inoltre il suo percorso in nazionale con la chiamata (e gli ori) sia per le Olimpiadi del 2021 che per quelle del 2024.
Le due Nba Finals conquistate (sebbene perse, con quella del 2020 per gran parte saltata per infortunio) ne hanno esaltato la versatilità non solo difensiva, ma anche offensiva, da lungo in grado di fare da playmaker di supporto e di far anche da realizzatore all’occorrenza, sebbene un exploit come quello della notte non era assolutamente messo in conto.
Il record inaspettato
Ma, come in tante altre occasioni, il ragazzo ha superato i pronostici con una prestazione eccezionale (da 31 punti nel primo quarto, 43 a metà gara, 62 nel terzo quarto prima degli 83 finali).
E soprattutto, una prestazione arrivata in un contesto che Bam poteva solo sognare, come sottolineato al termine di una gara dalle mille emozioni, coronamento dei tanti sforzi fatti per una vita intera, non dimenticandosi dei propri capisaldi: «Non mi sono reso completamente conto di quello che è accaduto finché non ho abbracciato A’ja Wilson (la compagna, star Wnba) e poi mia madre, perché loro (e ovviamente i miei allenatori) sono le persone che mi hanno visto toccare i miei punti più bassi fuori dal campo, mentre cercavo di capire come risollevarmi. E poter condividere una serata come questa con tutti loro è stato davvero emozionante: vorrei poterla vivere di nuovo».
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