Milano-Cortina è molto più di una gara. Nella rubrica “Oltre il traguardo” ogni giorno troverete un racconto che nasce dai Giochi: una vittoria, una caduta, un’attesa, un gesto rimasto ai margini. Storie di atleti e persone, di sogni e sacrifici, perché l’Olimpiade non finisce al traguardo: continua nelle vite che attraversa. Qui tutte le puntate. “Oltre il traguardo” è accompagnata ogni giorno da un’altra rubrica, “Cronache dal ghiaccio”, un focus su risultati, medaglie, sorprese, record e protagonisti di ogni giornata.


Quant’è dura essere americani alle Olimpiadi. Niente american dream. Nessuna american way of life. La politica è entrata a gamba tesa nei Giochi di Milano-Cortina. E una volta tanto nessuno potrà dire che lo sport vive su un altro pianeta.

Hunter Hess, sciatore di Bend, Oregon, la scorsa settimana aveva confessato ai giornalisti di provare «emozioni contrastanti» nel rappresentare gli Stati Uniti a questi Giochi. «Ovviamente ci sono molte cose in corso di cui non sono un grande fan», aveva detto. Per poi aggiungere: «Solo perché indosso la bandiera non significa che rappresenti tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti».

Donald Trump si è preso la briga di rispondergli in prima persona, apostrofandolo come «un vero perdente» dal suo social Truth. Se è così, ha aggiunto il numero uno degli Stati Uniti, «non avrebbe dovuto fare il provino per la squadra, ed è un peccato che ne faccia parte. È molto difficile tifare per qualcuno così».

Lo sport ha il potere di amplificare le voci, i tormenti, i pensieri. Le speranze. Ma la politica non dovrebbe immischiarsi. Anche il collega di Hess, Chris Lillis, di Rochester, New York, medaglia d’oro a Pechino 2022, ha commentato di essere «addolorato per quello che sta succedendo negli Stati Uniti». Penso, ha detto, «che come paese dobbiamo concentrarci sul rispetto dei diritti di tutti e assicurarci di trattare i nostri cittadini e chiunque altro con amore e rispetto».

Fare una scelta

L’America non è lontana, nemmeno i suoi problemi. Gli stessi di tutti. Si è capito quando l’immagine di J.D. Vance, vice di Trump, è andata in onda sui maxischermi di San Siro durante la cerimonia di apertura dei Giochi. Fischi per lui. Ma anche per l’intera politica americana. Dopo un anno in cui l'amministrazione Trump ha denigrato l'Europa, minacciato gli alleati e avviato una repressione dell'immigrazione in patria, l’indignazione si è manifestata. Nessuno ce l’ha con i 232 atleti americani, ma il peso politico a stelle e strisce si fa sentire.

Di chi è contro. Come Gus Kenworthy, atleta, specialista dell'halfpipe, attivista, che ha fissato il messaggio “Fuck Ice” facendo pipì sulla neve. Ma anche di chi è a favore. Zach Werenski, difensore della nazionale maschile di hockey degli Stati Uniti, era presente allo stadio, ma ha dichiarato di aver appreso la notizia dei fischi solo più tardi sui social media. In precedenza, quel giorno, aveva incontrato Vance. «È un orgoglioso americano e vuole che tutti gli atleti qui presenti diano il massimo per il nostro paese, e questo è il nostro obiettivo», aveva detto Werenski.

La scorsa settimana la notizia che agenti investigativi dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) sarebbero stati coinvolti in una squadra di sicurezza statunitense per le Olimpiadi di Milano-Cortina ha suscitato indignazione dopo gli omicidi a Minneapolis. E venerdì centinaia di persone hanno protestato a Milano con striscioni contro l’Ice, tra cui uno con la scritta «Milano ti disprezza».

Per evitare altre polemiche, le federazioni di pattinaggio statunitensi hanno cambiato il nome della struttura che ospita gli atleti da “Ice House” a “Winter House”. Annie White, responsabile marketing di Us Figure Skating, ha affermato di non aver mai «pensato che la superficie su cui pattiniamo potesse potenzialmente diventare una parola polarizzante».

Le parole di Obama

Non è tifo, qui sono in gioco la morale e l’etica. A un certo punto per gli atleti americani scegliere da che parte stare è diventato persino necessario. Lo ha fatto Bad Bunny, l’artista che ha infiammato l’Half Time del Superbowl e i nervi di Trump. Ma lo stanno facendo anche gli atleti dell’Olimpiade diffusa. «So che molti dicono che sei solo un atleta, che devi concentrarti sul tuo lavoro e che devi stare zitto sulla politica, ma la politica ci riguarda tutti», ha detto Amber Glenn, tre volte campionessa nazionale statunitense di pattinaggio artistico. E Interrogata sulle politiche dell'amministrazione Trump nei confronti della comunità LGBTQ americana, Glenn, pansessuale, ha dichiarato: «È qualcosa su cui non rimarrò in silenzio».

Non è stata da meno Lindsey Vonn, tre volte medaglia olimpica, che ha messo in guardia dopo i fatti del Minnesota: «Siamo molto più di quello che sta succedendo in questo momento». E Mikaela Shiffrin ha portato a Milano-Cortina l’imbarazzo degli atleti americani: «Spero di rappresentare i miei valori. Di diversità, gentilezza e condivisione». Quello che sta vivendo l’America è un soft power reverse, al contrario.

Non c’entra il capitalismo contro le altre ideologie, quello degli atleti a stelle e strisce è un pudore più intimo. E se Trump divide, a unire gli atleti ci ha provato l’ex presidente Barack Obama. «A tutti gli atleti che rappresentano il Team Usa: sono così orgoglioso di voi. Il vostro talento e la vostra perseveranza vi hanno portato fino a questo momento, e Michelle e io ci uniremo agli americani di tutto il paese per fare il tifo per voi».

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