La “legalità borghese” è un inganno, la violenza dei “casseur” è una risposta salutare e più che giustificata alla violenza dello Stato. Sembrano concetti tirati fuori dai testi del sindacalismo rivoluzionario di inizio Novecento, ma ricorrono più o meno in fotocopia nei commenti di una parte della sinistra radicale alle proteste di questi giorni in Italia e in Europa.

L’idea al centro di queste letture è che davanti alle derive al tempo stesso neoliberiste e autoritarie che prendono sempre più piede in Europa, di fronte all’ascesa dell’estrema destra da Trump alle forze del sovranismo europeo, di fronte alla postura securitaria di governi sia di destra, il nostro, che moderati, Macron, i limiti di ciò che è ammissibile nelle pratiche dei movimenti di opposizione allo status quo – disobbedienza civile? Azione diretta anche in forme violente? – si spostino più avanti. Insomma: a brigante, brigante e mezzo.

Quest’analisi contiene una premessa sensata e plausibile: il livello di ingiustizia, di diseguaglianza, delle società europee sta tracimando. Ciò vale a maggior ragione per l’Italia, dove più che altrove – basta vedere i dati sulle dinamiche salariali e sulla proliferazione del “lavoro povero” – si va consolidando un sistema sociale che sempre di più marginalizza e impoverisce, che sempre di più sottopaga e svalorizza il lavoro, che sempre di più allarga il divario economico e di opportunità tra chi ha e che non ha. Tale scenario produce una vera e propria crisi morale della società, ne mette a rischio gli stessi fondamenti di coesione, e sommandosi alla mancata o insufficiente capacità dei corpi intermedi di tradurre in azione politica “collettiva” un disagio sociale profondo e diffuso, il disagio non lo cancella: lo fa esplodere in forme spontanee, autorganizzate, in qualche caso fortunatamente isolato lo trasfigura in una rabbia individualista e distruttrice che prepara inevitabilmente contraccolpi reazionari e repressivi.

Qui entra in gioco il giudizio sulla “violenza”. Che intanto non può e non deve prescindere da un’osservazione preliminare: le prime e più dirette vittime di vetrine rotte e negozi saccheggiati sono le lavoratrici e i lavoratori delle attività commerciali, che a decine si sono trovati a fronteggiare aggressioni, che mentre svolgevano la loro giornata di lavoro hanno vissuto ore drammatiche e corso seri rischi.

E poi. A meno di non considerare che la regressione sociale in corso abbia del tutto svuotato le regole formali e sostanziali della democrazia – ma in questo caso bisognerebbe passare a vie di fatto… -, una sinistra che rimetta in discussione il suo no alla violenza come ordinaria pratica politica contribuisce per l’appunto a indebolirla la nostra democrazia. O qualcuno minimamente assennato può pensare davvero dalla “jacquerie” 4.0 dei “casseur” possa nascere un processo di reale e positivo cambiamento sociale e politico?

Uguale e contrario a questa ripetizione un po’ stanca di discorsi riesumati dal movimentismo del secolo scorso, evocati come se l’allora fosse identico all’oggi, c’è l’allarme quasi millenarista di chi descrive i ragazzi che assaltano le vetrine – li chiamano “maranza”, termine spiccatamente razzista, anche se molti vengono da lignaggi squisitamente italiani – come criminali peggio dei mafiosi o come pedine più o meno consapevoli di complotti antitaliani. Queste etichette benpensanti appiccicate alle violenze di questi giorni non sono meno fasulle dell’altra rivoluzionaria, viene quasi da applaudire il commento caustico di Giuliano Ferrara: in fondo spaccano per procurarsi un paio di scarpe Adidas, non drammatizziamo.

La realtà, io credo, sta altrove rispetto a entrambe questi due sguardi opposti e anche rispetto alla battuta minimizzatrice di Ferrara. I quindicenni che rabbiosamente spaccano tutto sono sintomi dolorosi di una grande problema sociale, punta emergente di un sentimento di disperata sfiducia non solo nel futuro ma nel presente che cresce tra i ragazzi e tra tutti gli “esclusi” dal patto sociale. Questo sentimento va ”capito”, ma va capito anche che indica “il problema” e non “la soluzione”.

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