Dalle forzature sulla legge elettorale alla grazia al gioielliere Roggero. Le istituzioni dovrebbero recuperare l’intuizione kantiana secondo cui la massima libertà consiste nel saper apprezzare i limiti posti dalla legge a una volontà altrimenti onnivora e potenzialmente autofaga
L’origine del costituzionalismo sta nell’idea stessa di limite: a León, in Spagna, nel 1188, per la prima volta nella storia dell’Occidente il sovrano dovette impegnarsi a non dichiarare guerra, a non fare la pace e a non emanare leggi senza aver prima consultato le Cortes. Si affermò così l’idea di un potere legittimo solo nella misura in cui si rimette a un’istanza altra da sé e ne rispetta le indicazioni.
È questa l’intuizione di fondo, incarnatasi poi nelle Costituzioni democratiche, che nell’ultimo decennio si tenta di smontare pezzo dopo pezzo, nel convincimento che l’autorità dell’esecutivo faccia da misura e limite a sé stessa. In questa detestabile scia, Giorgia Meloni, insensibile alle diffuse riserve di costituzionalità sulla legge elettorale, non si cura affatto del pressoché inevitabile giudizio della Corte, certa che, se pure dovesse arrivare, arriverebbe comunque a urne già chiuse.
Lo stesso senso di un potere che determina da sé i criteri della propria legittimità riaffiora nella vicenda della grazia a Mario Roggero: il ministro Carlo Nordio rivendicava come proprio quel potere esclusivo e incondizionato che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica, come chiarito dalla Corte costituzionale nel 2006, quando ha riconosciuto al Guardasigilli un potere strettamente circoscritto, di natura istruttoria e giammai vincolante o dirimente. Anche in questo caso, l’esecutivo si è segnalato per la volontà di aggirare i contrappesi istituzionali, anticipandone le deliberazioni o predeterminandone gli esiti sul piano politico.
Insofferenza verso i vincoli
Beninteso: non è di per sé una novità, se è vero, com’è vero, che la destra italiana ha sempre guardato con sospetto alla magistratura e alle Corti più alte, nazionali e internazionali, percepite come roccaforti di un establishment ostile e pregiudizievole. Eppure, oggi qualcosa sta cambiando natura e aumentando d’intensità: non si tratta più soltanto di una fisiologica dialettica tra organi dello Stato, i cui strumenti di mutuo contenimento inevitabilmente producono attriti, bensì di una crescente insofferenza verso i vincoli che la democrazia costituzionale impone all’esercizio del potere di governo.
Si approssima così, quantomeno in termini di orizzonte, la piena realizzazione di quel progetto “esecutivista” che trova la sua manifestazione più evidente nelle esorbitanti gesta di Donald Trump, il quale assume la propria coscienza e la propria morale quali unici freni alla propria azione. Con quella sincerità disarmante di un adolescente conchiuso nel proprio delirio di grandezza, in un’intervista al New York Times del gennaio scorso, interrogato sui limiti al suo potere nello scenario globale, egli rispose: «Sì, qualcosa c’è. La mia stessa morale. La mia stessa mente. È l’unica cosa che può fermarmi».
Non disturbare
In ciò sta il messaggio in codice racchiuso nell’allusione meloniana al novum di un presidente della Repubblica di destra. Se novum non è, perché certo non tutti i presidenti della storia italiana possono considerarsi di sinistra, Meloni doveva riferirsi ad altro: a un presidente che sappia assecondare l’esigenza di una minore forza interdittiva, di una maggiore capacità di coadiuvare il decisore politico e che, dunque, interpreti la propria funzione non già nel senso di garante dei limiti costituzionali, ma come colui che è in grado di ridurne il peso. Quell’immaginario presidente, con tutta probabilità, avrebbe assecondato la schietta esigenza di misericordia nei confronti di un povero esercente frustrato dai continui tentativi di rapina.
Eppure, se gli Stati Uniti possono ancora considerarsi una democrazia costituzionale (benché, in ambito politologico, crescano i dubbi in tal senso), è perché un organo terzo, nonostante la netta inclinazione conservatrice, riesce ancora a opporre qualche diniego al presidente. Come quei troppi giovani rimasti orfani del Padre, di cui ci parla con allarme la psicoanalisi, le istituzioni dovrebbero recuperare l’intuizione kantiana secondo cui la massima libertà consiste nel saper apprezzare i limiti posti dalla legge a una volontà altrimenti onnivora e potenzialmente autofaga.
© Riproduzione riservata