Niente della situazione dei trasporti siciliani ha senso se la si guarda con gli occhi della ragione. L’unica ermeneutica capace di restituire qualche frammento di senso è la magia: un’attrazione fatale che sgorga dalle camere dell’Etna, il vulcano che in Sicilia si declina al femminile perché trattasi di muntagna
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
«Si atterra a Comiso». Infine, questa è la sentenza. Dopo aver trascorso cinque ore a Milano Malpensa, oggi aeroporto “Silvio Berlusconi”, il volo che avrebbe dovuto portarmi a casa, cioè a Catania, viene prima posticipato, poi spostato.
Era il febbraio del 2019, e per calmare i bollenti spiriti dei passeggeri infuocati dall’Etna la scellerata compagnia aerea che si sarebbe dovuta occupare di questo imprevisto vulcanico, già anticipato da qualche timido sms in cui si paventava un leggero ritardo, pensò bene di trasportare un centinaio abbondante di persone spazientite in un albergo sul lago Maggiore, farle cenare con un piatto di salame e formaggio, mandarle a dormire in camera per un paio d’ore e dare loro appuntamento con l’autobus di ritorno all’aeroporto alle 2 di notte.
«Succede», dicevano gli sguardi complici di rassegnazione scambiati tra gli sventurati viaggiatori gettati tra le luci fioche della profonda notte lombarda, per la rabbia non c’era energia. Solo una festa o una disgrazia dovrebbe tenerti sveglio nell’ora del diavolo, e nel nostro caso si trattava di un misto delle due evenienze. Una festa per il vulcano attivo più alto d’Europa, pimpante e operativo come sempre, una disgrazia per chi doveva percorrere quei miseri 1.200 chilometri che tanto bastano ad alimentare imperiture questioni e quaderni gramsciani.
Il nostro volo, che sarebbe dovuto partire alle 18, poi alle 19, poi alle 20, infine alle 6 del mattino seguente, ci attendeva all’imbarco, ma la peripezia non poteva ancora dirsi esaurita: il nostos non è mai stato un pranzo di gala, al massimo una parca cena in un due stelle. A un passo da ciò che sembrava essere finalmente un traguardo, una guerriera cadde in battaglia, inciampando sugli scalini, fracassandosi il naso e bloccando tutti i compagni di viaggio in pista, alle prime nebbie dell’alba, con il sonno che sgorgava dagli occhi e la stanchezza che divorava la lucidità.
Da quel momento in poi, infatti, la mia memoria divenne un buco nero. Autodifesa, negazionismo, atarassia: ricordo solo di aver aperto il tavolino sul sedile di fronte, di averci appoggiato la testa in segno di resa, e di aver riaperto gli occhi qualche ora dopo, con l’avvicinarsi dei Monti Iblei, rocce bianche e perforate da preistorica ruvidità.
Comiso
Prima di balzare agli onori della cronaca grazie alla sua funzione di modesto ma indispensabile scalo d’emergenza, Comiso era famosa essenzialmente per due ragioni. E prima che i comisani si risentano di questa frase appena scritta, correggo il tiro: Comiso, per me, era famosa per due ragioni.
Le testate nucleari della Nato piazzate là negli anni Ottanta, poi rimosse nei primi Novanta, e Gesualdo Bufalino, il professore di lettere che a 61 anni pubblica il primo romanzo con cui vince il Campiello. È lui la terza testa del triumvirato letterario Sciascia-Consolo-Bufalino, nonostante dell’amico e collega Vincenzo, stando al racconto di Franco Battiato, pare abbia detto «Questo l’ho cancellato anche dalla lista dei miei nemici».
È ancora lui che, nel suo libro Saldi d’autunno, conia il neologismo “isolitudine”, un’espressione che il professore comisano con gli occhiali da sole spessi accomodati sul naso aquilino spiega così: «Isole dentro l’isola: questo è appunto lo stemma della nostra solitudine, che vorrei con vocabolo inesistente definire “isolitudine”. Se ne rilevano nel nostro carattere due eccessi di segno contrario: l’estroversa ospitale socialità, talora quasi servile, per antidoto dell’essere soli; e l’ombroso, omertoso riserbo, il claustrofilo rifiuto d’ogni contatto e colloquio».
Descrizione di uno stato e di una disposizione d’animo nella quale è difficile non riconoscersi o non riconoscere una certa sicula familiarità. Ma se posso aggiungere un posto a tavola, farmi spazio sulle sedie da giardino bianche di Racalmuto, dove Giuseppe Leone scattò nel 1983 il celebre ritratto del trio di scrittori, e dire la mia, nonostante nessuno me l’abbia chiesta, vorrei allargare la già perfetta definizione bufaliniana di isolitudine con un aggiornamento che quasi potrei azzardare a descrivere necessario.
Isole dentro l’isola, come il sanatorio della Rocca di Palermo dove vive per qualche tempo il protagonista tubercolotico di Diceria dell’untore, ma anche isola che isola. Isola che ti lascia fuori o che ti trattiene dentro, isola da cui nell’era della globalizzazione, delle connessioni, dei viaggi a portata di tutti e dei fine settimana a Praga con Ryanair a volte, e nemmeno così di rado, semplicemente non ti puoi staccare.
E non per un senso di romantica fedeltà e affezione, ma perché una montagna – «un Fujiyama di seta», dice il protagonista di Bufalino – sbuffa nubi di cenere che se entrano nei motori di un aereo lo distruggono.
Senza senso
«Ma c’è un posto altro al mondo dove vorrei rimanere bloccato? No. Se devi rimanere bloccato, la Sicilia è il posto più bello», dice Carlo Calenda alla telecamera del suo iPhone che lo segue in ogni angolo dell’esistente. Il Calenda greco scopre la bellezza di Segesta e della sua stratificazione ellenico-romana, passeggiando tra le colonne del tempio di Afrodite e la cittadina troiana, un po’ Alberto Angela, un po’ Goethe del Grand Tour.
Anche lui, come moltissime persone questa estate, è stato colto da un attacco acuto di isolitudine, tradotto in un’alternanza tra indignazione per la facilità con cui il disagio si impossessa della volontà di chi passa per la Trinacria e beatitudine per la dolce prigionia che offre. «Sicilia da commissariare per 30 anni», dice, «trascurata come un paese del Terzo Mondo»; sul suo feed però, una volta rientrati nel Continente, si torna presto a parlare di Campo Lavrov e Vannacci.
Tuttavia, i paradossi che individua il segretario di Azione tra un post e un comizio, a differenza di altre sue fisse ricorrenti, sono molto reali. Non ha alcun senso che una regione con quasi 5 milioni di abitanti e molti altri milioni di turisti si trovi ciclicamente in questa situazione. Non ha alcun senso che un aeroporto internazionale da cui transitano 40mila persone ogni giorno debba fermare la sua attività per ore o settimane.
Non ha alcun senso che non ci sia il ponte sullo Stretto, ma anche che qualcuno ogni certo numero di anni lo voglia costruire, non ha alcun senso che sulle autostrade che collegano i capoluoghi, per via delle loro condizioni pessime, si debba circolare con un limite di 60 km/h.
E, poi, non ha alcun senso che non ci siano treni, o che ce ne siano pochissimi, lentissimi, ridicolissimi, senza offesa per i Treni storici del gusto, iniziativa di encomiabile adattamento: perché andare di fretta quando puoi degustare dell’ottima caponata sul tragitto?
La magia
Niente di tutto ciò ha senso se lo si guarda con gli occhi della ragione. L’unica ermeneutica in grado di restituire qualche frammento di senso all’isolitudine estesa alla libertà di movimento è la magia. La magia intesa come trappola, ma anche come attrazione fatale che sgorga dalle camere magmatiche dell’Etna, il vulcano che in Sicilia si declina al femminile perché trattasi di muntagna.
Der Zauberberg, la montagna incantata, o la montagna magica, stando alla nota disputa sulla traduzione italiana di quella parola tedesca così sinteticamente appagante. La montagna di Hans Castorp, infatti, è al contempo incantata e incantante, è il luogo in cui il giovane ingegnere amburghese, frutto della straordinaria fantasia nonché grafomania di Thomas Mann, rimane bloccato per sette anni nonostante pensasse di restarci qualche giorno.
Proprio come Carlo Calenda, e proprio come un altro giovane protagonista costretto al confinamento agrodolce per una malattia ai polmoni, quello di Diceria dell’untore – sebbene Bufalino abbia negato una corrispondenza tra i due romanzi, eppure di convergenze ce ne sarebbero non poche – Castorp si trova invischiato tra i tessuti di un organismo che respira in silenzio sotto i suoi piedi, e che lo pervade fino al punto di non riuscire più a concepire una separazione. È così che succede quando l’Etna erutta: non si tratta solo di vista, tatto e pazienza da sfoderare all’imbarco mancato.
La cenere vulcanica scende dal cucuzzolo innevato, oscura il cielo come una persiana, ed entra dentro il corpo di chi le sta attorno e ai piedi. La ritrovi nel fazzoletto quando soffi il naso, tra le lacrime quando piangi, in bocca, sotto la lingua, in mezzo ai denti, nei pensieri, e chissà quanta dentro ai polmoni, che nel frattempo saranno caverne piene di stalattiti nere.
Sottile e tagliente, la polvere etnea trasforma chi la circonda in una sorta di Golem involontario, un orco in sabbia come quello descritto da E.T.A. Hoffman nei suoi spaventosi racconti gotici di inizio Ottocento ma senza l’intento malefico di essere consapevolmente un mostro. Piuttosto, si tratta di un’unione forzata tra umano e natura, simile alla vicinanza ambigua tra Castorp e la sua malattia, che studia e analizza osservando i dettagli delle radiografie, non solo sue ma anche del suo oggetto del desiderio, Clawdia Chauchat.
Sia lei che Marta, l’amata dell’untore di Bufalino, si conservano in forma bidimensionale nella camera dei loro pretendenti grazie alla prestigiosa fotografia che attraversa i polmoni, rivelando l’umidità tipica del morbo. Cosa c’è d’altronde di più intimo della lastra, uno scatto dell’interiorità?
Paura di volare
È dunque passando accanto a quella montagna magica che ho sentito per la prima volta paura di volare. Una sensazione irreversibile, che non avevo mai provato fino a quel momento e che da quel momento in poi non ho più smesso di provare. Appena staccati da terra, inclinati verso l’ala sinistra dell’aereo, ci siamo come di consueto affacciati sul fianco imbiancato dell’Etna, per proseguire con la solita manovra di circumnavigazione.
Un percorso che avevo visto centinaia di volte, in condizioni sempre diverse, ma che mai come quella mattina di febbraio si era convertito in un tremore incomprensibile. Non era una turbolenza, né un vuoto d’aria, era una vibrazione costante e ovattata che sembrava precedere niente altro che un inevitabile crollo verticale. Stavo sentendo la montagna respirare.
Niente di insolito, mi avrebbe spiegato un pilota anni dopo, durante le mie disperate ricerche di una guarigione da quel terrore fino ad allora ignoto e adesso, ancora, angosciante perché epifanico: come ho fatto a non sentirlo prima? Come ho potuto solcare il cielo sopra la Sicilia senza pensare che stavo attraversando l’alito bollente di “mamma Etna”, come amano chiamarla taluni, nella speranza di essere figli e non figliastri.
Dice l’ex pilota dell’Alitalia che non c’è da avere paura, ma i piloti dicono sempre così. Dicevano che non c’era da preoccuparsi anche quelli che nel 1912 hanno costruito l’aeroporto Fontanarossa proprio sotto al vulcano, nell’unica area larga e pianeggiante del Catanese, e che non avevano calcolato che i motori degli aerei sarebbero diventati a reazione, dunque più sensibili all’ingresso della cenere, che si fonde per il calore e si deposita sulle turbine, quello che succede dopo lo si può facilmente immaginare. «Lo stesso vulcano, quando spinge le sue nevi contro il turchino, sembra una di quelle stampe di Oriente di un secolo fa», scriveva Bufalino.
E difatti il volo British Airways 9 stava sorvolando proprio uno di quei vulcani d’oriente, il Galunggung in Indonesia, quando tutti i motori si spensero per colpa di una nube di cenere infilata tra gli ingranaggi. Nessuno morì, grazie al miracolo planante compiuto da chi pilotava, ma dubito che si esca del tutto sani e interi da un annuncio come «We have a small problem. All four engines have stopped».
Per questo, e per altre ragioni, ogni tanto non resta che arrendersi all’isolitudine. Fermi a terra, si parte un’altra volta, o si arriva da un’altra parte, o non si parte proprio: meglio non scherzare con la montagna incazzata.
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