Palazzo bello. Cane di notte nel casolare, al passar del viandante». A capo. «Era la luna nel cortile, un lato / Tutto ne illuminava, e discendea / Sopra il contiguo lato obliquo un raggio…..». Comincia poi una «favoletta» desunta da Aviano (raro autore tardolatino), a seguire una boutade su una «Dama vecchia» che verseggia in «parole antiche», poi ancora qualche verso sciolto. A capo. A questo punto finalmente (ma siamo ancora alla prima pagina) può cominciare il primo delle centinaia di «saggi» e «trattatelli» che, di lì in avanti, costelleranno il testo.

Cioè lo Zibaldone di Leopardi (il quale lo chiama così, peraltro, solo un paio di volte; la prima nel 1827, dieci anni dopo averlo iniziato dunque, scritte 4.295 pagine delle 4.526 complessive): che dopo almeno un decennio di lavoro da parte di Franco D’Intino e Luca Maccioni, e un’attesa ulteriore che per gli aficionados cominciava a farsi snervante, Quodlibet manda in libreria in quella che è l’ottava edizione storica (se faccio bene i conti) del testo più importante della nostra letteratura moderna.

Due chili abbondanti di carta sottile quanto resistente, senza trasparenze ingannevoli, esemplarmente stampata e rilegata in ruvida tela color magenta sotto una sovraccoperta nivea invece pellucida.

A parte le correzioni alle edizioni precedenti, questa nuova combina un’esaltante ricchezza di accessori e strumenti (quasi 500 pagine di commento – ancora più fitto di quello dell’edizione critica precedente, di Giuseppe Pacella, uscita nel 1991 – che non si limita al regesto, ormai consolidato, delle «fonti»; e la ricostruzione delle «polizzine», con le quali a più riprese Leopardi ha riordinato i materiali, integrate da un’ulteriore messe di utilissimi rinvii interni) alla maggiore leggibilità possibile (per la prima volta si offre a testo la traduzione delle migliaia di citazioni, da tutte le lingue antiche e moderne).

Se c’è un mattone dal quale è obbligatorio ripartire, è questo: perché è su questa pietra che si fonda un bel pezzo della nostra identità letteraria, linguistica, di pensiero.

Testo o non testo

Due volte l’ho chiamato «testo», ma una buona parte di chi lo studia da decenni neppure lo considera tale. Quasi nessuno, poi, lo considera un’«opera». Esaltandolo (negli ultimi decenni) o disprezzandolo (così a lungo s’è fatto in precedenza) come una mera accumulazione di appunti casuali e materiali disparati (questo il senso originale del titolo, attestato già in Brunetto Latini e genere praticato poi, fra gli altri, da Boccaccio e Belli) che involontariamente ha finito per acquistare la mole, qualitativa oltre che quantitativa, oggi da tutti riconosciuta.

Ed è un bel paradosso che la pietra d’angolo della nostra modernità sia un masso erratico, che solo per caso c’è capitato fra i piedi (in effetti per mezzo secolo se l’era tenuto stretto il geloso sodale Antonio Ranieri; a pubblicarlo finalmente, nel 1898 col titolo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giosuè Carducci).

Citatissima è una delle ultime lettere, del giugno 1836 (ad appena un anno dalla fine ingloriosa, a Napoli, per un’indigestione di confetti e sorbetti), quando Leopardi scrive al conoscente Charles Lebreton: «Nonostante il titolo pomposo di opere che il mio editore ha creduto di dare alla raccolta da lui curata, io non ho creato mai nessuna opera, ma solamente ne ho abbozzato alcuni saggi sperando sempre che ne fossero il preludio, ma la mia carriera non è andata oltre» (traduzione di Andrea Zanzotto, nientemeno).

Dunque non sarebbero «opere», a pieno titolo, né i Canti né le Operette morali. Ma, paradossi a parte, non può certo esserlo quello scartafaccio dilagante che il sempre più rabberciato Conte s’è trascinato dietro in tutte le sue peregrinazioni.

Pensiero sconfinato

È la chiave di lettura (non tanto nelle appena sei pagine di introduzione, ma nella preziosa Guida allo Zibaldone da loro proposta dieci anni fa da Carocci: per una volta, va detto, non la soluzione più comoda per i lettori) degli impavidi curatori, e in particolare di Franco D’Intino, che ha già all’attivo una memorabile edizione integrale in inglese e una, in progress, in tedesco.

Libro segreto e «privatissimo» («per tutti e per nessuno», si direbbe con l’ammiratore Nietzsche), «opera aperta» che anticipa ed eccede le non-opere in-finite dei Warburg, Valéry, Wittgenstein, Gramsci, Benjamin e Weil. Un unico, vero precedente lo indicava negli anni Sessanta Sergio Solmi (discutendo con Sebastiano Timpanaro, materialista rigoroso che sarà il vero regista dell’edizione Pacella): i Saggi di Montaigne col loro «pensiero in movimento», stella variabile che si osserva mentre pensa, non cessa di specchiarsi nella sua lucidità, senza mai giungere però a «conclusioni e affermazioni generali».

Il poeta dell’Infinito era portatore di un pensiero sconfinato, smisurato: nel senso che eccede tutte le misure, modula ogni cadenza, decostruisce qualsiasi architettura. Per già alla fine del 1820 decretare (come, a suo tempo, lo scettico Pirrone) che «non v’è quasi altra verità assoluta se non che Tutto è relativo».

Se lo Zibaldone è il libro dell’«esitazione» (ha scritto un suo lettore storico, Antonio Prete) forse il suo più vero gemello novecentesco, in spirito, è Il libro dell’inquietudine di un altro suo ammiratore, il multanime Fernando Pessoa (del quale non a caso abbiamo quattro edizioni completamente diverse fra loro).

Teatro della memoria

Eppure dello Zibaldone si può dare anche un’altra lettura, che dobbiamo soprattutto a Fabiana Cacciapuoti (vent’anni fa artefice da Donzelli di un’edizione tematica che, mettendo a frutto le «polizzine», estrapolava dal magma sei di quelle «opere» che Leopardi aveva invano provato a dare ai suoi editori, verso il ’26-27, oscillando peraltro fra il progetto di un serissimo Dizionario filosofico e filologico, modellato su quello di Voltaire, e quello di una quasi ‘patafisica, del pari irrealizzata, Enciclopedia delle scienze inutili e di quelle che non si sanno).

Quella prima, mitica pagina del manoscritto, così capricciosa nella sua mutevolezza fuori formato, comincia con la parola «palazzo» (mentre nell’ultimissima pagina dell’autografo si legge il solo aggettivo «generale»); e a un teatro della memoria si può in effetti paragonare questo testo che, per la nostra sensibilità, somiglia piuttosto a un «ipertesto».

Una rete di saperi disparatissimi in continuo «movimento», che compongono una vera e propria macchina per pensare (nel Signor figlio, gustosa ucronia di Alessandro Zaccuri, non a caso s’immagina un Leopardi che, sopravvissuto a Londra, con un secolo d’anticipo inventa il computer…), un procedimento concettualmente avveniristico per ordinare in «sistema» il pensiero più antisistematico di sempre (a dispetto del suo pirronismo, non si stanca Leopardi di affermare che senza «sistema» non c’è vero pensiero). Del resto i Preludes, in musica, sono opere a tutti gli effetti: quelle di Chopin, Liszt, Debussy.

Non bisogna però dedurne che l’«opera» Zibaldone fosse destinata a un qualche pubblico. Quel teatro della memoria era destinato a un solo spettatore, colui che ne era l’attore e insieme il regista. In una pagina struggente (non si può dire che così), vergata il venerdì grasso del 1828, dice Leopardi che se scrive quello che scrive è pensando a quando si rileggerà, nella speranza di «riscaldare la sua vecchiezza» con «qualche reliquia de’ suoi sentimenti passati» (già Carducci descriveva queste «conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustre con sé stesso»).

L’autoanalisi spietata della propria sofferente fisicità dà così luogo a un diario metafisico, una proiezione fantastica della soggettività nella quale precipitiamo tutti. Proprio come, nella pagina più celebre del testo (novembre 1828), si dice della doppia natura del mondo – visto cogli occhi, e insieme con l’immaginazione. Il libro nel quale convergono tutti i libri, e che si moltiplica in tutti i libri, era letteralmente un libro a venire. E tale resterà per sempre.

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