Intanto, cacciati i lupi e sistemate le vecchie, cosa resta da fare a Battiato? Poco. Se ne sta con altri “seduti sui gradini di una chiesa” ad aspettare che escano le donne. Tutto il mondo è paese: credevamo di essere in Russia e invece siamo nella piazza principale di Ramacca (CT, 9.324 ab., 270 m. slm). Evidentemente la canzone è stata scritta in uno di quei pomeriggi di calura e mollezze siculi […] Però una cosa è il clima siculo, altra cosa è la rigidità sovietica descritta dallo stesso Battiato all’inizio della canzone. Sui gradini della chiesa, a trenta gradi sottozero, ci saranno dei ghiaccioli…». E via spiritosando.

È il commento al testo di Prospettiva Nevskij, a partire dall’inutile esotismo di quel che sarebbe semplicemente, in russo, Viale Nevskij, con l’aggiunta di Nijinskij che balla in calzamaglia senza badare al gelo, tra i lupi, e Stravinskij incontrato per caso eccetera. Un delirio di stereotipi secondo quello che Labranca chiama «l’album Roselline».

Fa ridere, certo, perché prende per il culo gli ingenui che leggono questo testo come poesia di primo grado, e magari pensano che Il suonatore Jones di De André sia meglio dell’originale di Lee Masters. Forse però bisognerebbe notare che un’antonomasia è retoricamente altra cosa rispetto a uno stereotipo, e che il testo di Battiato è Pollicino che passa sotto l’arcobaleno, è la ricerca di un altrove spirituale mentre l’Occidente crolla («com’è difficile/ trovare l’alba dentro l’imbrunire», gli unici versi che non a caso restano incommentati da Labranca).

Il mistero di Dotto

Cercare la coerenza razionale e realistica in una favola è più o meno come domandarsi se davvero la nonna di Cappuccetto Rosso sia uscita intera dalla pancia del lupo. In un altro saggio di Chaltron Hescon (Einaudi Stile Libero, 1998, ora in questo volume di opere scelte, Dal pop al popolo, a cura di Claudio Giunta, 650 pagine, Mondadori, 2026) Labranca parte dal mistero di Dotto, l’intellettuale dei sette nani di Biancaneve, quello con gli occhiali: si chiede giustamente dove e quando Dotto abbia avuto il tempo di studiare, visto che fa la stessa vita dei fratelli, in miniera dall’alba al tramonto. Ne conclude che Dotto è colto per “caratteristica congenita”, perché le persone colte hanno gli occhiali, e che d’altra parte tutta la sua scienza deve risultare del tutto inutile «nel fitto di un bosco».

Gli intellettuali sono la croce di Tommaso Labranca, nato da famiglia proletaria di origine pugliese e vissuto a Pantigliate nell’hinterland a est di Milano; ha studiato lingue, ha fatto il traduttore e poi mille lavori tra tivù ed editoria, soffre della sindrome del non laureato. Intelligentissimo, gode della simpatia di alcuni accademici insoddisfatti dall’accademia, tra cui mi annovero.

In realtà finora di suo avevo letto soltanto Andy Warhol era un coatto (Castelvecchi 1994) e appunto Chaltron Hescon; ora il benemerito lavoro di Giunta me lo ha mostrato in una più complessa luce e impegnato in un interessante percorso cultural-biografico. La prima parte dei suoi scritti (diciamo dal 1993 al 2000) rappresenta la sua fase costruttiva, in cui la polemica anti intellettuale è wannabe sistematica: le sue definizioni si susseguono e cercano di stringere sempre più dappresso il nodo ambivalente della “cultura bassa”, o “popolare” (che ormai significa “mass-mediatica”).

Quella più netta ed ermeneuticamente più utile è la sua nozione di “trash”: non semplice “spazzatura” da rifiutare con sussiego ma “emulazione fallita di un modello”. Lui non si considera superiore al trash perché ci è vissuto dentro: i prodotti trash gli piacciono davvero, la tivù sguaiata e i film di serie B e le canzoni di Sanremo. Gli piacciono, non li “adooora”, è estraneo al gusto camp.

Si incazza con “una tale Lidia Ravera” che dichiara di ascoltare piuttosto Mozart e Beethoven (lui è del 1962, troppo piccolo per Porci con le ali del 1976 e poi estraneo ai movimenti studenteschi successivi); odia gli intellettuali che puntano al riscatto attraverso la cultura, lui pretende il riscatto dalla cultura. Sono gli intellettuali il vero “popolo bue” perché si muovono entro un recinto predeterminato, come i cani che pisciando marcano il territorio.

Dissidenza trash

Il trash è la sua forma di dissidenza contro l’omologazione: è puro, mentre per esempio il Kitsch è ambiguo – accettabile se interpretato come gusto del “fuori contesto”, esecrando se è (come sostiene Kundera) il bisogno di non annusare la merda tenendola a distanza. Il trash può essere ridicolo (una foto di Mariotto Segni e famiglia nella stessa posa della famiglia Clinton) o commovente (Little Tony nella replica di Elvis); lui stesso si sente l’emulazione fallita di Tom Wolfe, come i Tg di Emilio Fede sono l’emulazione fallita di quelli della Cnn.

La nozione è applicabile e istruttiva se pensiamo all’oggi: Temptation Island non è forse l’emulazione fallita di un dramma della gelosia? E che cosa sono la maggior parte dei talk politici in tivù, se non l’emulazione fallita di una “battaglia delle idee”? Eppure, se proviamo a starci dentro invece che guardarli da fuori, da Temptation escono parole di verità creaturale e dai talk politici momenti di smarrimento o di vera passione (certe accensioni di Corrado Formigli, di cui poi deve scusarsi, o certe pause desolate di Bersani).

Passando ai saggi successivi, Labranca moltiplica le definizioni (il barocco brianzolo, il pecoreccio, il trashion e infine il cialtronico), ma perde di precisione e soprattutto di empatia; Patrizia Rossetti che si inventa un profumo come aveva fatto Liz Taylor, ma mentre quello di Liz si chiamava “Passion” il suo si chiama “Sentimenti” seguendo un mood più consono alle casalinghe di Rete 4, o la pellicceria Annabella di Pavia che lancia un profumo dal nome terrificante di “Vison Sauvage” non lo vedono in alcun modo partecipe e la ragione è di classe: «Il trash sta dalla parte dei deboli, il trashion degli arroganti».

Per il cialtronico tenta una formulazione quasi biologica: esiste nel cervello, al centro della fronte, una “vite dell’iperconvinzione” che quando è tarata normalmente tiene a bada il furore degli stereotipi: ma se quella vite si ”stara”, allora le idee forti altrui, che sono alla base dell’iperconvinzione, dilagano e Nijinskij in calzamaglia balla nella neve perché “fa tanto russo”, e si spettegola come comari sul suo legame gay con l’impresario.

In Neoproletariato (Castelvecchi, 2002) compare il “pluscool” che è un derivato del plusvalore marxiano: mentre i vecchi proletari volevano avere, il neo-proletario desidera essere – quindi i padroni lo pagano non in denaro ma in “eleghanzia”, che è una specie di cialtronismo più glamour. Il sogno del neo-proletario è fare per pochi istanti la vita di un vip, per questo Labranca non ha pietà: «Voglio vedere i neo-proletari morire di stenti». Anche lui è un neo-proletario, lo sa e per questo si odia.

Le muse

Le muse di Labranca sono l’aggressività e l’insofferenza, unite a una buona dose di autolesionismo. Non si salva nessuno: dovunque scorga un cedimento al facilitarsi la vita abbracciando convinzioni altrui, o mentendo a sé stessi, lì si butta come un ariete a testa bassa. Contro la “dolcificazione del mondo” invoca la durezza un po’ schifosa dei film di Ciprì e Maresco; se Paola Saluzzi dichiara di essersi sentita diversa dopo aver mangiato la “torta di Padre Pio”, Labranca spietato commenta che anche le torte alla marijuana sortiscono analoghi effetti – fa sempre i nomi, e questo in un mondo vile come quello dell’arte e dello spettacolo, dove cane non mangia cane, alla fine lo perderà.

È contro la carità pelosa che chiama «fighettismo multietnico», contro chi preferisce commuoversi sul bene invece che cambiare le cose: se la prende perfino coi mendicanti che espongono in metropolitana cartelli palesemente tarocchi («usando Sarajevo sono garantite entrate più consistenti, poiché questo è il nome che più spesso appare nei comunicati stampa di commoventi concertoni benefici organizzati da vanitose rockstar irlandesi e tenori al tramonto» – stavolta i nomi non li fa, ma Bono Vox e Pavarotti si leggono in filigrana). È un’immensa catena di ipocrisia, che dagli intellettuali “door selector”, cioè che decidono chi far entrare nel club e chi no, scende per i rami fino allo snobismo o ai miseri trucchi dei poveracci.

La contraddizione

Ma insomma, che cosa piace della cultura a Labranca, possibile che non abbia amici? Dalle citazioni che ne fa in Chaltron Hescon, pare che gli stiano simpatici Aldo Nove e Niccolò Ammaniti e Isabella Santacroce, e anche Tiziano Scarpa – ma è pur vero che quel libro fu gestito dagli editor di Stile Libero ed è quella la galassia di scrittori che la casa editrice stava promuovendo. Gli piace la contaminazione: che Ammaniti in Branchie faccia mangiare il ciauscolo ai suoi personaggi nel cuore dell’India, o che Santacroce attui con lo stile una simultaneità da videogioco, ma non dovrebbero far parte anche loro dei “door selector”?

Intuisce, ha intuito dal basso e non dalla cattedra (come invece Eco e Barthes) che il pop stava contando di più della cultura colta per definire il futuro: ma che significa “contare”? Per affermare che cosa, per andare dove? Io credo che il suo percorso intellettuale, inquinato dal rancore, sia rimasto preda di una gigantesca contraddizione. Ironizza pesantemente su Martina Colombari, rea di essersi confessata “folgorata” a una mostra “da Monet a Picasso”; la inchioda parlando di “Nescultura” o cultura istantanea come il Nescafé, se per la folgorazione le è bastato leggere il dépliant fornito all’ingresso.

Quindi allora la cultura (diciamo pure quella “classica”) è meglio di quella raccogliticcia? Torniamo al trash anzi a quella stranezza, ammessa dallo stesso Labranca, del trash intermittente: ci sono artisti e scrittori (Goethe, Canova, Bernardo Bertolucci, Battiato stesso) che sono trash in alcuni momenti e in altri no; Elvis Presley è trash quando recita, ma creatore quando canta. D’altronde, se il trash è emulazione fallita di un modello, ci deve pur essere chi quei modelli li crea.

Di fronte al mistero della creazione Labranca si mostra fragile, smarrito: fiuta l’alchimia che ha spinto il ragazzo Warhol a desiderare di porre Liz Taylor nell’iconostasi della sua chiesa greco-cattolica, o Yukio Mishima a eccitarsi davanti a un Cristo di Guido Reni, ma li sente inarrivabili. Certe sue sparate (il giudizio di valore è una truffa, «la critica non esiste per un giovane salmone del trash», gli artisti dovrebbero andare a lavorare nei campi come dice Mao, la letteratura-narrativa dovrebbe sparire «sostituita da tante cose più fresche, eccitanti e interessanti») si ha l’impressione che nascano da un grave complesso di fallimento.

Misantropia

Se fosse vivo avrebbe 64 anni, ma non credo che sarebbe favorevole all’arte fatta con l’Ia. Se i modelli sono gli algoritmi, anche il trash diventa impossibile, soppiantato dalla semplice copia. Il giovane salmone decide con la propria testa andando controcorrente; ma che succede se, come adesso, l’individuo è riassorbito dalla tenaglia “o branco o hikikomori”?

Leggendo il volumone mondadoriano da capo a fondo, si percepisce con una violenza quasi fisica il passaggio da una prima fase euforica e costruttiva a una seconda rabbiosa e depressa. La cerniera è forse la sua partecipazione (1997) al programma di Fabio Fazio Anima mia, dove il suo gusto per gli oggetti popolari viene riassorbito da banali osservazioni nostalgiche, poi dal mancato successo del libro einaudiano e dal flop del suo Dopofestival a Sanremo (1999). «Sono tornato da Castelvecchi perché non mi voleva nessuno».

Nel Piccolo isolazionista (2006) domina una misantropia autocompiaciuta. Un lungo viaggio notturno sulla tangenziale milanese conosce brani di ottima scrittura descrittiva e riflessiva senza essere sentimentale; vi si proclama una «tragica visione sfigo-simbolista della notte». Non solo l’io autobiografico, ma il portavoce dei disadattati quando «ai brufoli, senza un solo attimo di bellezza vera totale splendente, si sono subito sostituite le rughe» (e ha solo 44 anni). Rimpiange le «ore passate a guardare in televisione gli altri che cambiavano il mondo»; triste wanderer dei sobborghi che ha «sostituito l’infinito con il non-finito dei cantieri», self-pensionato mai davvero uscito dall’adolescenza.

Ma aveva un orecchio formidabile, vent’anni fa registrò la frase con cui la cassiera di un discount definiva il proprio lavoro: «Svolgo un key role nel settore della grande distribuzione» – chissà con quale pluscool potrebbe gratificarsi oggi un sub-proletario schiavizzato da Glovo. L’orrore della Storia non si addice al trash: l’emulazione fallita del Roi Ubu di Jarry (o di Pietro il Grande) schiaccia la semiologia sulla paura.

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