Gli ultimi due grandi romanzi americani del secolo scorso inseguono la traiettoria di una pallina. Quella da tennis di Infinite Jest (Einaudi stile libero, traduzione di Edoardo Nesi) torna sempre indietro, in un tempo dilatato, senza fine, replicabile. Le sue geometrie sono variabili ma nello spazio prestabilito del rettangolo di gioco. Quella da baseball in Underworld (Einaudi, traduzione di Delfina Vezzoli) viene invece colpita una volta sola, mandata fuori campo e, da lì, vista attraversare la Storia.

Sono all’apparenza forme di movimento diametralmente opposte: l’una è fondata sulla ripetizione, l’altra sulla progressione. Ma con una risonanza fortissima, per quel che di profondamente infantile c’è nell’immagine della pallina che rimbalza tra queste due opere ciclopiche. La grandezza, si sa, cova sempre in sé qualcosa di piccolo, puerile.

Il bisogno di divertirsi

Non sarà tutto “extraordinarily sad”, come lo stesso David Foster Wallace aveva detto a proposito del suo romanzo, ma giocosamente disturbante sì, e questo vale tanto per il libro quanto per la totalità americana che vi veniva trasfigurata. Era uscito nel 1996, esattamente trent’anni fa, alla vigilia della pubblicazione dell’altro grande totem della letteratura americana di fine secolo (Underworld di DeLillo è del 1997).

Infinite Jest non possiede la lingua cosmica dell’altro, la severità astrale dello scrittore italoamericano mentre ci guarda da un Punto Omega nello Spazio. Ama scherzarci e ha qualcosa di più definitivo. Osannato, non capito, frattalizzato tra nicchie di mercato e circoletti accademici, venduto come un blockbuster letterario (Little, Brown organizzò allora una campagna promozionale insolita, con migliaia di cartoline e un tour in dieci città), è cresciuto di reputazione e diffusione nel tempo, diventando l’Ulisse della Generazione X e il feticcio librario dei Millennials, l’emblema del lit-bro, il romanzo che chiunque avesse voluto esibire cultura e intelligenza doveva leggere. E vende.

Nel primo anno 44.000 copie rilegate, per superare successivamente il milione, non poche per un’opera che il New York Times avrebbe definito “A Country Dying of Laughter. In 1,079 Pages”. Per dire della complessità, persino dell’esasperazione, della sua lettura (con un mastodontico apparato di note - 388 - piazzato alla fine, per costringere il lettore a saltare da un punto all’altro del libro, rischiando ogni volta di perdersi tra le Colonne d’Ercole di una trama ingarbugliatissima per stessa ammissione dell’autore, “caotica in superficie; bella nello scheletro”) e dell’impietosa, stravagante, lucidissima radiografia di un’America divorata dal bisogno di divertirsi.

Una nazione infantile, in cui l’intrattenimento non è mai stato solo un passatempo o un motore dell’industria ma l’alta definizione della sua civiltà. Divertiamoci. Deve averlo pensato anche Bill Clinton (uno che sapeva il fatto suo in materia), quando appena una settimana dopo la pubblicazione del romanzo, l’8 febbraio, firmò il Telecommunications Act, la prima grande deregulation delle comunicazioni americane dal 1934. Il presidente spalancava la strada alla concentrazione mediatica e alla commercializzazione di Internet.

Nel 1996, un Infinite Jest si affacciava nelle librerie ma lo scherzo senza fine detonava altrove, segnando il momento in cui l'intrattenimento cominciava a diventare l'infrastruttura della vita. Le collisioni temporali tradiscono convergenze simboliche facendo affiorare la polpa di un destino appena addentato. Infinite Jest sembrò allora il riepilogo allucinato e grottescamente distopico dell’inebetimento televisivo. L’arancia meccanica a portata di tutti, la fornace video-elettronica del good citizen che vota a corrente alternata divorando hamburger e commercials.

Si sarebbe rivelato invece qualcosa di più, il vaticinio di un’era nuova, il brodo tecno-mistico degli anni Duemila. Variopinta creatività al servizio di uno Zeitgeist che cominciava appena a diffondersi nell’aria serena dell’Ovest. Alla lunga si scorgono il potere del tragico e il sentimento del comico confusi in un’epoca daltonica. Lo scherzo, il romanzo lo tira all’avvenire, prendendolo a prestito dall'Amleto, dal teschio di Yorick, "a fellow of infinite jest". C’è molto, se non tutto, nel titolo. C’è la comicità profana di un tempo senza Dio e la metafisica recalcitrante di ritorno, ovviamente matematica: come si addice all’età binaria dell’infinito e non dell’assoluto.

Ispirazione e lungimiranza

L’ispirazione è antica dunque, la visuale nuova, al punto da anticipare i vagiti dell’economia dell’attenzione, le patologie del capitalismo della sorveglianza, la dipendenza legalizzata e non clinicizzata della società dello scroll. A Infinite Jest hanno appioppato ogni genere di aggettivo disponibile: monumentale, massimalista, enciclopedico, postmoderno, post-postmoderno, illeggibile, esilarante, sentimentale, pretenzioso, geniale, maschile, tossico, salvifico. Tutti tranne uno, che avrebbe meritato a maggior diritto: profetico.

Foster Wallace non ci sarebbe stato, avrebbe fatto spallucce. Lui lo scrittore stregone? Ma dai. Eppure, se anche non ha previsto TikTok ne ha scorto l’apparato umano sottostante, che TikTok avrebbe imparato a compiacere e sfruttare. Un’evoluzione della libertà del telecomando come scelta compulsiva, dell’intrattenimento domestico, dell’addiction come logica di circuito e dell’ironia che anziché dissacrare il potere gli dà linfa.

La maggior parte del romanzo si svolge nell’Anno del Pannolone per Adulti Depend, dentro il sistema del Subsidized Time, il tempo sponsorizzato, dove la Storia non si misura più in guerre o rivoluzioni, ma in hamburger, salviette contro le emorroidi, saponette campione, polletti industriali, lavastoviglie, aggiornamenti informatici, latticini, pannoloni e infine Glad, il marchio dei sacchi per rifiuti (l’ecosistema narrativo e filosofico di Underworld, ancora lui).

Linearissimo: si mangia, ci si lava, si evacua, si invecchia, si diventa incontinenti e infine si getta tutto nella spazzatura. Il ciclo biologico dell’esistenza umana ridotto a réclame. Il capitalismo immaginato da Foster Wallace non è più un’interruzione pubblicitaria, il tempo se l’è comprato e gli ha dato il proprio nome. Come hanno fatto due decenni più tardi le piattaforme, vendendo agli inserzionisti il nostro vissuto. L'Anno del Pannolone è il loro modello di business. E il nostro tempo.

Sistema di dipendenze

Anche in questa distopia, l’umanità rincitrullita non può fare a meno del sentimento religioso, il totem. Nell’Anno del Pannolone, ad avere i crismi della divinità è l'Entertainment. Cos’è? Un mix di scienza e magia, di tecnica ed esoterismo. Il soprannome del film realizzato da James Incandenza, regista sperimentale e scienziato, alcolista e padre suicida. Chi lo guarda non vuole più fare altro che vederlo e rivederlo. Finché muore, trascurando i bisogni elementari.

La copia master è introvabile, un’arca perduta al centro di un intrigo internazionale che coinvolge separatisti quebecchesi in sedia a rotelle e servizi segreti americani. Un giallo delirante come un romanzo di Pynchon. Del contenuto si sa solo che Joelle van Dyne, la donna più bella e probabilmente sfigurata d'America, velata, si rivolge alla macchina da presa collocata nella posizione di un neonato nella culla, come una figura materna o di Morte.

Jung avrebbe detto che è la Donna del Sole dell’Apocalisse di Giovanni, la femmina originale e la Vergine Madre, con il suo bambino neonato, il Figlio-Amante, il fanciullo divino. Pare che Incandenza lo abbia girato per raggiungere suo figlio Hal, ragazzo prodigio del tennis che sta scivolando nel mutismo; per strapparlo all'isolamento avrebbe fabbricato l'opera che annulla il bisogno di qualsiasi relazione.

L’ultimo paese dei balocchi lo spettatore non lo incontra uscendo per il mondo, ma regredendo a uno stadio edenico, di soddisfazione senza conflitti. Come nel grembo della Madre. Attorno a questo ventre oscuro come un vecchio tubo catodico, Foster Wallace immagina un intero sistema solare di dipendenze. L’Enfield Tennis Academy, dove si fabbricano campioni a colpi di disciplina e isolamento; l’Ennet House, ai piedi della collina, dove i tossici imparano a sopravvivere un giorno alla volta.

Formazione di futuri campioni e ricostruzione di vecchi esseri umani: due istituzioni che funzionano in modo analogo e secondo logiche molto simili. Del resto, qui e altrove nell’opera dello scrittore americano, non esistono persone dipendenti e persone libere. Esistono dipendenze socialmente riprovevoli e dipendenze a cui abbiamo dato il nome di successo. Il tennis, ossessione del nostro (da ragazzo era una promessa dei tornei juniores dell'Illinois), è il modello geometrico del libro. Funziona per ripetizione (infinita) e avanzamento (minimo). Come il feed.

Il romanzo si apre nell’Anno di Glad, circa un anno dopo gli eventi al suo centro. Hal, al contrario dell’Hal 9000 di Kubrick che era una macchina che sembrava umana, è un essere umano scambiato per una macchina. Inceppata. Tra lo sconcerto dei suoi esaminatori continua a ripetere incompreso: I am in here. Sono qui dentro. Prefigurando la condizione d’esistenza dei suoi posteri, nostri contemporanei: l’afasia come collasso delle relazioni a tutti i livelli, l’autoreclusione come destino. Siamo ormai tutti qui dentro: ma qui dentro dove?

Antenati sullo schermo

Trent’anni dopo Infinite Jest, abbiamo trovato il film che uccide divertendo. È il mondo stesso, incapsulato in miliardi di contenuti, immagini, meme, clip, notifiche e simulacri. Non è un solo film, ma una miriade di frammenti video. Ed era prevedibile. Il futuro non era ancora arrivato che aveva già lasciato le proprie immagini. L’idea che la vita potesse essere contenuta in un dispositivo non è certo figlia dei nuovi padroni della rete.

Un anno prima che venisse pubblicato Infinite Jest ci aveva già pensato Kathryn Bigelow in Strange Days (1995) a saggiare le pulsioni scopiche e nichilistiche della modernità, immaginando una droga nuova, lo Squid, che è in realtà un dispositivo capace di registrare l'esperienza sensoriale completa di una persona e di farla rivivere a un'altra. Ma è Videodrome di David Cronenberg il primo antenato diretto dell’Entertainment.

Siamo nel 1983. Il proprietario di una piccola emittente televisiva di Toronto cerca contenuti sempre più estremi per catturare un pubblico ormai assuefatto. Al posto di allestire il Drive In intercetta Videodrome, una trasmissione clandestina fatta di torture e omicidi reali, senza trama, personaggi o giustificazioni estetiche. A “Nostra Emittenza”, del resto, non interessa il messaggio ma il medium. Qualcosa che impedisca allo spettatore di cambiare canale.

E, come accadrà con l’Entertainment di James Incandenza, quel programma non si limita a intrattenere ma altera materialmente chi lo guarda. La trasmissione contiene infatti un segnale capace di provocare un tumore cerebrale. Uno scienziato-guru lo definisce una nuova parte del cervello, un organo sviluppato dalla lunga esposizione alle immagini. Nel pieno dell’esplosione della TV via cavo moderna, Cronenberg presentiva il passaggio dal contenuto all’engagement, l’intensità dello stimolo come chiave di volta della dipendenza dalle immagini.

Allora lo schermo privato non era ancora una protesi portatile ma già pulsava, respirava, si gonfiava. “Lunga vita alla nuova carne” era la professione di fede del film. E anche qui la religione è senza una morale. Videodrome, come più tardi farà Infinite Jest, preconizzava l’indifferenza morale dell’algoritmo. L’attenzione negativa vale quanto quella positiva, l’importante è non cambiare canale. L’aspetto della cattura è l’altro lato della questione. Molto cinema successivo a Videodrome - da Essi vivono di John Carpenter al Tagliaerbe di Brett Leonard - l’avrebbe immaginata ancora come esperienza coercitiva, priva di seduzione.

Bisognerà aspettare The Truman Show di Peter Weir (1998) per riscoprirla rassicurante, domestica. Il set che protegge Truman fin dalla culla è una raffigurazione fin troppo esplicita della mitopoiesi materna dell’immaginario mediale: un mondo chiuso, artificiale, ma pensato per apparire più sicuro, ordinato e abitabile di quello esterno. A distanza di un anno, il mondo trasformato in format compie un ulteriore salto ontologico.

Nel 1999 arriva Matrix. Non c’è più un set dentro la realtà, è la realtà stessa a essere diventata il set. E che la fantascienza politica abbia cambiato registro lo dimostra la natura tutto sommato piacevole della simulazione: ingannati ma felici. Cypher sa perfettamente che la bistecca che assapora non esiste, eppure la preferisce alla verità. È questa la vera intuizione del film. In Matrix gli esseri umani non sono soltanto corpi sfruttati dalle macchine ma coscienze mantenute dentro un sogno sufficientemente persuasivo da rendere traumatica, piuttosto, la liberazione.

Ancora dentro

È precisamente il principio dell’Entertainment di Infinite Jest. Nel romanzo di DFW, l’Entertainment rende tutto il resto meno desiderabile. Ci sono diverse teorie che potrebbero spiegare questa forma di regressione. Dalla cultura del narcisismo di Lasch, secondo cui siamo tutti fragili, dipendenti da conferme esterne e terrorizzati dalla vecchiaia; a quella dello schermo come oggetto transizionale di Winnicott, che bene si lega con l’ipotesi dell’infantilismo americano come esito definitivo della colonizzazione culturale in tutto l’Occidente.

Ipotesi tutt’altro che campata in aria considerando certe iperboli offerte dalla vita politica contemporanea, a partire da quel Re Lear da reality show di Donald Trump. Uno che l’Entertainment non lo ha creato, certo, ma lo alimenta in modo perfettamente consapevole e del tutto irresponsabile. Maschera insostituibile della nostra epoca, sintesi di tutte le sue contraddizioni, ridicolo e tragicomico, a suo modo uno scherzo senza fine incarnato.

Anche lui parla di ritorni edenici (Make America Great Again altro non è che la formula “mastica e sputa” del vecchio millenarismo) e intuisce l’ansia grottescamente escatologica di un tempo orfano di Dio e prodigo di imitatori. Perciò irridente e sacrilego, ma non idiota e certamente utile al dispositivo. Sbaglieremmo però a personalizzare la faccenda. A ritenere che il mondo anticipato da Infinite Jest possa essere emendato passati i Trump, i Musk, i Bezos e gli Altman.

Nessuno di loro ha inventato la fame che li alimenta; l’hanno solo capitalizzata. Hanno seguito “il Flusso”. Che è l’Entertainment di Foster Wallace con una differenza basilare: non uccide. Non sarebbe utile allo scopo. Il film di James Incandenza era un prototipo fallato: consumava il suo target perché lo appagava troppo. Il nostro invece non appaga mai abbastanza. Non ci inchioda alla poltrona. Ci accompagna al lavoro, a tavola, a letto.

Non è nemico della distrazione, la richiede semmai. Il vero scherzo infinito è un film che non esiste, che non ha autore, durata, trama o titoli di coda. Non ha una storia da raccontare. Basta che reagiamo, scrolliamo. Amore, paura, repulsione, indignazione sono i reattori del nostro Entertainment, consumano valore senza produrne, se non quello di generare un altro stimolo, un altro touch, un altro rimbalzo.

Lo scroll è diventato entrambe le palline: quella da tennis di Infinite Jest e quella da baseball di Underworld. Un ritorno senza fine e una discarica di tutto ciò che è stato. Dall’altra parte della rete non c’è più un avversario umano, ma un algoritmo che impara da ogni nostro colpo e ce lo restituisce appena modificato. Noi palleggiamo, lui registra. Noi pensiamo di avanzare, lui prolunga lo scambio. Tik Tok. Tik Tok. Tik Tok. Nemmeno la fantasia di cambiare onomatopea.

“I am in here”, ci aveva avvisato Infinite Jest. Siamo ancora tutti qui dentro. La domanda semmai, dopo trent’anni, non è più dove. È se esista ancora un fuori.

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