Le coincidenze non esistono. O, se esistono, sono il modo con cui la semiotica si diverte a prendere in giro gli esseri umani. Ce lo insegna la tesi di laurea in logica modale di David Foster Wallace, Contro il fatalismo, appena pubblicata da Einaudi Stile libero.

Nel giro di pochi giorni se ne sono andati Francesco Guccini, Franco Fontana e Guido De Maria. Non erano soltanto tre artisti modenesi. Erano tre amici al bar. Erano tre modi di guardare il mondo. E, soprattutto, appartenevano alla stessa tribù: quella che aveva trasformato la provincia emiliana in una centrale elettrica dell’immaginazione e della creatività. E Modena nella capitale delle arti minori: le canzoni, i fumetti, le fotografie, la pubblicità.

«Le ragazze negli anni Sessanta avevano gli occhi truccati con la matita, i capelli biondi oppure nerissimi, e la minigonna di rigore secondo il dogma di Mary Quant. Era decollata un’altra epoca, e la capitale del mondo riconosciuto era ovviamente Londra con le sue cavern. La modernità era un brivido di chitarre e batterie: c’era in giro un’eccitazione mai sentita prima. Allora può capitare che un tipo con i capelli lunghi e che parla solo inglese chieda l’indirizzo del fenomenale liutaio Masetti, autore di chitarre senza tempo, pregiatissime nei legni e nella fattura, che suonano praticamente da sole, e concluda l’incontro concedendo con cortesia britannica il suo nome: «My name is Clapton, Eric Clapton». Possibile che in un istante indefinito ma cruciale degli anni Sessanta il solista degli Yardbirds prima di Jeff Beck si sia materializzato nel centro di Modena, chiedendo l’indirizzo di un tempio musicale del luogo?». Che sia vero o falso poco importa. Questo aneddoto lo raccontava il mio amico Edmondo Berselli. E ben mitografa un tempo e un luogo.

Un giorno, a proposito di quel mito, ho chiesto a Guccini: «Ma perché è accaduto proprio a Modena?».

«C’era uno del Corni – l’istituto tecnico professionale, la peggio scuola della città - che sapeva fare il giro di do di Be-Bop-A-Lula»» ricordava Francesco della Modena d’epoca. È l’atto di nascita del beat.

Incontri 

A Modena, negli anni Sessanta, tutti finivano inevitabilmente per incontrarsi. C’erano gli artisti. Franco Vaccari, Luigi Ghirri, Claudio Parmiggiani, Franco Guerzoni. I fumettari Bonvi e Silver, quello di Lupo Alberto.

La storia poi è nota. Equipe 84 e Nomadi, Francesco Guccini, la ragazza di Sassuolo, Caterina Caselli, tutti seduti a quel caffè, il Bar Grand’Italia in Largo Garibaldi, a Modena.

Questo anticipa e spiega anche perché dopo, durante il week end post moderno degli anni Ottanta raccontato dallo scrittore Pier Vittorio Tondelli, per essere una rock star devi essere nato tra Modena e Reggio Emilia. Come accade a Vasco, a Zucchero, a Ligabue.

E poi c’era Guido De Maria, che sembrava uscito da un cartone animato da lui stesso disegnato, con quell’aria da inventore pazzo, geniale e felice. Dopo i Caroselli con i Brutos e Franchi e Ingrassia, avrebbe inventato Gulp e Supergulp, portando i fumetti in tv. Inventando un linguaggio e la voce di Nick Carter, Alan Ford, Corto Maltese, Cocco Bill, Il Signor Rossi, Tintin, I Fatastici Quattro, l’Uomo ragno, Lupo Alberto e le Sturmtruppen. E l’ultimo chiuda la porta. Fu un successo clamoroso. C’era Fontana, che invece parlava poco d’arte, raccontava molte barzellette e lasciava discutere i colori. C’era Guccini che cantava nelle osterie e iniziava a scrivere le sue canzoni d’autore.

Io penso che il brivido di quell’eccitazione del moderno nasca nella Modena beat degli anni Sessanta, e non altrove, perché Paul Campani (Modena, 1923-1991) e il suo socio Max Massimino Garnier (Torino 1924-Roma 1985) lo avevano seminato nei Cinquanta. Inventando la Paul Film per fare i caroselli. Campani irruppe direttamente nel moderno anticipando il passaggio da cultura ancora agricola a civiltà industriale perché doveva fare parlare gli oggetti. Gli oggetti sono i protagonisti del boom economico che si sta per realizzare. Nella sua produzione e nelle foto e nei documenti che sono rimasti si parla una lingua nuova. Non c’è mai un riferimento localistico o provinciale: nessuna emozione identitaria per il disegno di una Ghirlandina, per esempio.

Campani e Garnier sono due veri Mad Men a Modena, e portano qui l’America e la sua lingua: quella della pubblicità. Quella che fa parlare le cose. Sedimentano il terreno per cui Modena può diventare immediatamente il genius loci dei linguaggi del moderno. E così a Modena nasce la modernità. E la lingua per dirla. Tra canzone, disegno e tv. Nascono l’Omino coi baffi, Toto e Tata, Angelino, Svanitella, Riccardone, Fido Bau, gli amici di Gioele e Miguel. Mina e Louis Armstrong si potevano incontrare nelle strade della periferia e negli studi della Paul film. Venivano a cantare i jingles.

Scoprire talenti 

Guido De Maria faceva a Bologna ciò che Campani faceva a Modena. I caroselli. In più aveva una qualità rarissima: scopriva talenti come altri trovano funghi. Quando Francesco Guccini era ancora uno spilungone che cantava nelle osterie bolognesi, fu lui a convincerlo che forse valeva la pena salire su un palco invece di limitarsi a consumare tavoli di legno e bicchieri di Lambrusco.

Poi gli fece incontrare Bonvi e da quella collisione nacquero amicizie, fumetti, caroselli memorabili, compreso quel Salomone pirata pacioccone che appartiene a un’epoca in cui perfino la pubblicità aveva il pudore di essere intelligente. Bonvi disegnava le scene, Guccini inventava le canzoncine. De Maria convinse Guccini a non fare né il maestro, aveva fatto le magistrali, negli stessi anni di Luciano Pavarotti, né il giornalista.

Faceva la nera alla Gazzetta di Modena. E lo convinse a iscriversi alla Siae. Guccini aveva già scritto Dio è morto e Auschwitz, ma non le aveva potute firmare. Le firmò Maurizio Vandelli. Il front man dell’Equipe. Litigarono poi tutta la vita per i diritti. Poi De Maria, scout formidabile, lanciò le carriere a fumetti di Bonvi e di Silver. Sturmtruppen, Cattivik, Lupo Alberto.

Guido l’ho conosciuto molto dopo, negli anni Novanta. Insieme abbiamo fatto Comix per Franco Cosimo Panini, uno dei fratelli delle figurine. (La serie TV La famiglia Panini – L’avventura delle figurine va in onda su Rai 1 in autunno). Ci siamo divertiti come ci si divertiva allora: senza briefing, senza brainstorming, senza riunioni. Bastavano una battuta, un pennarello, un disegno, una telefonata e una quantità industriale di tempo perso. Che poi era il modo migliore per trovarlo.

I nostri strumenti 

A pensarci oggi, viene da sorridere per gli strumenti con cui lavoravamo. Fontana fotografava in pellicola. Guido girava i suoi cartoni con la cinepresa, in pellicola, e li montava alla moviola, tagliando e ricucendo la celluloide con la pazienza di un orologiaio. Noi impaginavamo Comix scambiandoci pagine via fax con Altan, Quino, Mordillo, Silvia Ziche e Disegni&Caviglia. Il fax. Cioè una tecnologia che oggi perfino un museo della tecnica esporrebbe con indulgenza archeologica.

EPA
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Eravamo tutti analogici senza saperlo. Il tempo aveva ancora uno spessore fisico. Una fotografia era uno scatto, faceva rumore. Un montaggio significava forbici. Una rivista aveva odore di carta prima ancora che di idee.

L’errore, soprattutto, era parte del mestiere. Oggi lo chiameremmo bug. Allora era stile.

Guccini, Fontana e De Maria sembrano le ultime tre tessere di un mosaico che racconta un Novecento irripetibile. Non quello delle ideologie, ma quello del cazzeggio intelligente. Perché anche il cazzeggio, se praticato da artisti veri, è una disciplina severissima.

Guido lo esercitava facendo parlare i fumetti in televisione, inventando Gulp! e SuperGulp, quando la Rai degli anni Settanta aveva ancora il coraggio di pensare che i bambini fossero abbastanza intelligenti da capire l’ironia. Fontana lo praticava prendendo un campo di grano, un muro industriale, una striscia d’asfalto e convincendoti che dentro c’era Mondrian. Guccini con le sue opere buffe, i suoi lunghi cazzeggi raccontati, come sa chiunque abbia assistito a un suo concerto. Tutti e tre facevano la stessa operazione: trasformavano la realtà in un gioco. Solo che uno usava il montaggio, l’altro la luce, l’altro ancora le parole e la musica.

Era una generazione curiosa. Non coltivava la profondità: la praticava senza accorgersene. Nessuno si alzava la mattina dicendo: oggi farò un capolavoro. Al massimo diceva: andiamo a bere un bicchiere. Poi, tra un Lambrusco, una battuta scema e una discussione infinita sul finale di una canzone o di un Carosello, succedeva che inventavano un pezzo di cultura italiana.

Forse è questa la vera differenza con il presente. Oggi abbiamo immagini in altissima definizione, algoritmi che correggono il cielo, software che eliminano il rumore, l’attesa, perfino le rughe, ChatGpt che scrive per noi se non ne abbiamo voglia. Loro lavoravano con la pellicola, la moviola e la chitarra: strumenti imperfetti che avevano una qualità ormai rarissima, costringevano a pensare. E, soprattutto, finivano per correggere noi. Ci insegnavano che vedere è più difficile che guardare, sentire più complicato che ascoltare, perdere tempo infinitamente più produttivo che ottimizzarlo.

Realtà e intelligenza 

È difficile non sorridere e non commuoversi davanti alla coincidenza di tre morti quasi in sincronia. Nel giro di pochi giorni se ne sono andati tre amici: un grande cantautore, un grande fotografo, un grande creativo. Un semiologo parlerebbe di paradigma; un prete di Provvidenza; un emiliano, più sobriamente, direbbe che hanno trovato lo stesso tavolo libero al loro bar.

Guido trasformava i fumetti in televisione. Fontana trasformava un campo di grano in Rothko. Guccini trasformava una serata in osteria in un capolavoro destinato a durare cinquant’anni. Facevano tutti la stessa cosa: prendevano la realtà e la convincevano a essere più intelligente.

ANSA
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Con loro esce di scena un Novecento che non assomiglia a quello dei manuali di storia. Non il secolo delle ideologie, che ha fatto abbastanza danni da solo. Quello dell’immaginazione. Quello delle osterie, delle redazioni, delle camere oscure, delle matite consumate, delle telefonate infinite, delle amicizie che producevano più idee di qualsiasi brainstorming — parola che, per fortuna, non avevano mai sentito.

Mi piace immaginarli dove finiscono gli emiliani di talento. Non in paradiso: in un’osteria. Guido sta cercando di convincere San Pietro a produrre un nuovo SuperGulp! Guccini sostiene che il vino di lassù è dignitoso ma manca di corpo. Fontana guarda tutti con aria distratta, poi indica una finestra e dice che quel tramonto, se lo tagli un po’ sulla destra, funziona meglio.

Resta il loro lavoro. Restano le fotografie di Fontana, dove il colore ha imparato a pensare. Restano le invenzioni televisive di Guido, che hanno insegnato ai fumetti italiani a parlare in tv. Restano le canzoni, meravigliose, di Guccini, che hanno fatto racconti filosofici senza smettere di frequentare le osterie.

E resta soprattutto una lezione che oggi sembra quasi rivoluzionaria: l’intelligenza non aveva fretta. Aveva amici.

Noi restiamo qui, con una consolazione che vale più della nostalgia. Loro tre hanno dimostrato che si può essere profondissimi senza diventare pesanti, coltissimi senza fare gli intellettuali, popolari senza semplificare il mondo. Perché la loro vera tecnologia non era la pellicola, la moviola o il fax. Era l’amicizia. E quella, almeno per ora, non è ancora riuscita a sostituirla nessuna intelligenza artificiale.

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