Chiamiamolo Ismaele. Non mi piace pubblicare anonimi, ma per questa volta faccio un’eccezione. Mentre a una lettrice rispondo su Carrère: l’ho stimato fino a Limonov, poi ha vinto il Carrèrecentrismo.
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Sabato (scorso)
Arriva una mail che finisce così: «Se volesse rispondere a questo mio niente, la prego di non usare il nome in calce (né quello, completo, che Gmail mi costringe ad ostendere). Scelga lei come chiamarmi: sarò suo figlio.
Scusandomi per l’inusitata volgarità, per le cisti parentetiche e per le ellissi (da buon telegrafista), porgo cordiali saluti».
Non mi piace pubblicare anonimi, ma per una volta faccio un’eccezione. Ok, chiamiamolo Ismaele.
All’inizio, invece, la mail dice: «Leggendola sono sempre più pervaso dal sentimento nobilissimo della noia, immagino per posa. Lei è giovane, racconta di un Martini. Io sono giovane, pure più di lei, e non racconto di un Martini, né sono di quelli che usano la parola “pucchiacca”, ma mi piacerebbe rientrare in almeno una delle due categorie (mi innamoro senza fare l’amore, mi sembra l’opposto del Martini)».
Si sbaglia, caro Ismaele, non sono più giovane e mai ne sono stato tanto consapevole come in questo periodo. Mentre il caldo infuria, la canzone che più mi torna alla mente è quella del maestro Minghi che dice: «Tradiscono i decenni, saranno gli anni fa». E quasi mi perseguitano le parole con cui Gianni Brera prendeva commiato dal suo mito, Gigi Riva, in occasione del ritiro dal calcio di Rombo di Tuono: «purtroppo la giovinezza, che ai prodigi dispone e prepara, ahi, giovinezza è spenta».
Lasciamo stare la cronologia (e la malinconia dell’anatomia) e concentriamoci sulla “pucchiacca”, parola che vanta etimologie fascinosissime, ma che non amo. Nella dizione corrente mi sembra svilisca ciò che vi è di più alto al mondo (dal punto di vista di Philip Roth e, se permettete, mio personale).
A questo punto si prende la scena il grande Gioachino Belli (un Roth ante litteram). Fu lui a scrivere Er padre de li santi («Er cazzo se po di’ radica, ucelo»), ma ciò che più conta adesso è che Belli compose (per par condicio, quote rosa, pari opportunità?) anche La Madre de le sante, in cui elencava – ma senza usare “pucchiacca” – i nomi dell’unica, vera cosa in sé (tutto il resto è soltanto fenomeno).
La Madre de le sante non è una poesia celebre come Er padre de li santi, forse è meno riuscita, però ha un incipit niente male, in medias res, si diceva a Lettere: «Chi vvòcchiede la monna a Ccaterina / Pe ffasse intenne da la ggente dotta / Je toccherebbe a ddì vvurva, vaccina…».
Nel finale la poesia in soli due versi dice, come nessuno ha mai fatto (a parte, forse, il Roth di Il teatro di Sabbath, un romanzo dal quale nessuno è tornato indietro), quanto possa essere fatale il gioco dell’amore: «Chi la chiama vergoggna, e cchi nnatura, / Chi cciufèca, tajjola, e ssepportura».
Oh Dio, caro Ismaele, guardi dove sono naufragato con la sua mail. O, forse, è soltanto colpa del caldo.
Domenica
Trascorro la giornata nuotando, cucinando e preparando i bagagli (destinazione Roma e dopo Monopoli). Non faccio altro. Come diceva Rossella O’Hara in Via col vento (il Guerra e pace dei terroni americani): «Ci penserò domani». A volte penso che sia la frase più bella del mondo.
Lunedì
Ismaele continua così: «Io sono contro il diritto di sedersi a un tavolino da bar e darsi a storielle e moine – stamattina mi ha disgustato un ***enne accanto a me, avventore abituale con il fisico da dirigente di una partecipata pubblica, ostentante nonchalance nel portare la cravatta (a pois!) a metà luglio e tronfio delle lodi delle astanti Grazie, forse più Parche. Ho tentato di averne pietà, senza successo, Macbeth si angoscia per un Amen e la Lady minimizza. Vedo quasi tutti frequentare il bar o come boccascena o come status symbol, ma dovrebbero piuttosto frequentarlo come luogo spirituale (convento di cappuccini, d’obbligo). Anzitutto, dunque, tacere».
Per poi concludere: «Insomma, è forse la vita ciò che inizia nella speranza di un destino comune e finisce nell’altrui oblio e ricordanza di sè (“il regno ampio de’ venti io corsi a’miei vent’anni”), attraversando il rimpianto di aver altro da fare (“or non è più quel tempo e quell’età”) e ogni tanto la dichiarazione dei redditi?».
Martedì
Vado in aereo a Roma. Non mi fido dei treni di Salvini e ho ragione, un amico che è andato per ferrovia si è inchiodato per un’ora e mezzo nel nulla (in un non luogo, avrebbe detto l’antropologo Augé). Pare che a bloccare la linea sia stato un incendio, domani sarà un’alluvione, dopodomani un tentato suicidio, poi un non meglio specificato guasto tecnico e alla fine arriverà l’invasione delle cavallette. La battuta sarcastica di Renzi sui treni che arrivavano in ritardo non è soltanto bella, è anche vera.
La sera guardo Francia-Spagna e penso che si vedono tanti campioni ai Mondiali, ma il giocatore che comprerei è Dani Olmo, è l’essenzialità (e l’“esizialità”, se mi e concesso) fatta football. Noto ancora che Lamine Yamal ha numeri eccezionali e ciononostante si sacrifica anche per la squadra. Però non cambio idea: resto convinto che Mimmo Berardi è più grande di lui. Qui mi fermo perché non sono Sandro Ciotti. L’ho conosciuto Ciotti, una volta a Sanremo, era un patito non solo di calcio, ma anche di canzoni (E se domani su tutte). Che bellezza: «è tutta musica leggera, ma la dobbiamo imparare».
Mercoledì
Ho qualche esitazione a pubblicare la mail di Ismaele. Già la capisco poco io con tutte quelle ellissi e parentesi, quella scrittura per strappi, per immagini folgoranti, quello stile sghembo, pieno di “cisti parentetiche” che ricorda certe prose novecentesche. Non chiederò troppo ai lettori già provati dal meteo avverso? Poi decido che la pubblicherò. E non tanto perché cita Shakespeare, Aristotele (il sillogismo), Foscolo («il regno ampio de’ venti io corsi...») e Leopardi («or non è più quel tempo e quell’età»), quanto perché è capace di accostare la grande poesia lirica dell’adolescenza alla prosaicità della dichiarazione dei redditi (l’F24 come tomba di ogni giovinezza). L’immagine del bar come convento di cappuccini merita di restare. La metto nel file dove raccolgo i bar, reali e inventati, della mia vita. In prima fila ci sono i posti cantati da Giorgio Gaber: il trani a gogò, il bar del Giambellino di Cerutti Gino.
Giovedì
Scrive Augusta Rossi (una new entry, benvenuta): «Complimenti per avere aperto la sua paginona con una critica a lei rivolta. D’altra parte la superlatività (si dice?) degli apprezzamenti successivi deborda... Ma, che dire? Nonostante la mia critica al suo D’Orricocentrismo, ammetto che il sabato leggo la rubrica per prima e che mi procuro i libri di cui lei si dichiara entusiasta. Non ricordo se ha parlato dell’ultimo di Carrère o se ha evitato di farlo perché ne parlano in troppi, io l’ho trovato interessante.
Le mail dei suoi lettori sono intriganti, ma apprezzo di più i suoi ricordi e commenti personali sui libri, che poi finiranno, grazie a lei, nella mia biblioteca. A sabato prossimo».
Gentile Augusta, ho stimato Carrère fino a Limonov, più o meno. Poi ha vinto il Carrèrecentrismo e ora si è macchiettizzato (sembra una riedizione del marziano a Roma di Ennio Flaiano). È diventato uno scrittore da neo-bigotti e post-snobisti, quelli che si segnano dicendo: «In nome del Padre, del Foglio e del Figlio» (scusate, foglianti, mi è venuta così al volo e la lascio). Per dire, Serena Vitale, la mia scrittrice preferita (la lingua batte dove il cuore duole), non lo vede proprio uno come Carrère. Se non l’ha già fatto, legga almeno di Serenochka Il bottone di Puškin e leggerà il più bel romanzo russo non scritto da un russo. Un paradosso come quello di Lolita, il più grande dei grandi romanzi americani, che fu però scritto da un russo, Vladimir Nabokov.
Ieri
Stavo preparando il Martini delle sette (qui a Roma con il Beefeater 24 dalla bellissima bottiglia rossa), quando è arrivata una mail: «Caro Antonio, a proposito del Mostro di Firenze, io sono stato il mostrologo dell’Espresso per un anno e mezzo, si parla di più di 40 anni fa. Ero amico di Renzo Rontini…». È di Dante Matelli e dantescamente (nel senso dell’Alighieri) è come se dicesse: «Lasciate ogni speranza voi che entrate». Portate pazienza fino a sabato prossimo.
Per scrivere ad Antonio D’Orrico: lettori@editorialedomani.it
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