Il professore ordinario di diritto penale internazionale alla Liverpool John Moores University, e parte del team legale che rappresenta le vittime di Gaza davanti alla Corte penale internazionale: «L’accusa di terrorismo al collettivo italiano è il segnale che l’amministrazione Trump è pronta a colpire la società civile che si oppone alla legge del più forte o alla normalizzazione del genocidio. Diventa un bersaglio in quanto ultimo ostacolo al progetto di distruzione di quelle regole di cui si è dotata la comunità internazionale per evitare la barbarie»
Triestino Mariniello è professore ordinario di diritto penale internazionale alla Liverpool John Moores University, fa parte del team legale che rappresenta le vittime di Gaza davanti alla Corte penale internazionale. A Domani spiega quali sono stati gli effetti delle sanzioni americane sulla Cpi e sui palestinesi, perché l’Europa dovrebbe opporsi in maniera attiva utilizzando gli strumenti di cui già dispone. E perché il recente provvedimento contro il collettivo italiano Autistici/Inventati rappresenta un precedente estremamente pericoloso.
Le sanzioni antiterrorismo americane nascono dopo l’11 settembre 2001 per colpire Al Qaeda e le reti che finanziano attentati. Come è cambiato questo strumento?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una normalizzazione dei poteri emergenziali negli Stati Uniti. Non esiste, poi, un sistema di “check and balances” che blocchi un eventuale abuso. Così le sanzioni, pensate per colpire persone responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, vengono usate anche nei confronti di persone o organizzazioni che lavorano per accertare le responsabilità per la commissione di crimini internazionali. Mi riferisco soprattutto ai procuratori e ai giudici della Cpi.
Che cosa accade quando a essere colpiti dalle sanzioni americane sono dei palestinesi?
Sono quattro le ong palestinesi per i diritti umani a essere state colpite. Due in Cisgiordania, Addameer e Al-Haq. E due a Gaza, Al Mezan ed il Palestinian Centre for Human Rights. La motivazione è sempre la stessa: hanno cooperato con la Cpi rendendone possibili le indagini. Senza il loro supporto oggi difficilmente avremmo dei mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant. Le sanzioni significano morte civile per le organizzazioni, così come per i singoli, pensi a Francesca Albanese. Comportano il congelamento dei fondi e l’impossibilità di avere conti correnti e, quindi, di ricevere i finanziamenti grazie a cui sopravvivono. E con cui pagano gli staff. Chi lavora per queste ong, anche a Gaza, si è trovato all’improvviso senza lo stipendio con cui manteneva famiglie allargate fino a 40 persone. Producono anche isolamento. Avvocati, attivisti e organizzazioni che hanno sede negli Stati Uniti non possono più collaborare con queste ong, perché rischierebbero fino a 20 anni di carcere. E rischiano di fermare il lavoro di documentazione dei crimini internazionali, che erano riuscite a svolgere anche sotto le bombe, con il personale ucciso o torturato.
Rubio ha parlato esplicitamente di una campagna per “smantellare” la Cpi. Quanto stanno incidendo le sanzioni sul suo lavoro?
Tanto. Ci sono vittime che non possono più contare sui legali che hanno nominato davanti alla Cpi. Le banche avevano interrotto i pagamenti allo staff sottoposto a sanzioni. Microsoft ha chiuso gli account di posta elettronica di procuratori e giudici. Tanto che la Corte ha deciso di passare a OpenDesk, una suite sviluppata in Germania. Ma le sanzioni ricadono anche su tutti gli strumenti informatici che vengono usati nelle indagini e che sono sviluppati negli Usa. L’amministrazione Trump ha già detto più volte di voler sanzionare la Corte stessa. Un’escalation che viene paventata, probabilmente, per bloccare le indagini della Cpi in Palestina.
A/I è stato sanzionato non per aver compiuto attentati, ma per aver fornito servizi. In Europa un provider non è tenuto a rispondere legalmente di quel che fanno i suoi utenti. Quanto è pericoloso come precedente?
Era solo questione di tempo prima che la legge della giungla dell’amministrazione Trump uscisse dai confini della Palestina e colpisse anche la società civile europea. La gravità è evidente: l’accusa di terrorismo da parte degli Usa pone individui e organizzazioni al di fuori della protezione dei diritti fondamentali e di qualsiasi garanzia, esponendoli a sanzioni senza il diritto a conoscere le accuse, contestarle e difendersi. È il segnale che l’amministrazione Trump è pronta a colpire la società civile che si oppone alla legge del più forte o alla normalizzazione del genocidio. I provvedimenti contro A/I mostrano inoltre che non sembra esserci un limite all’uso delle sanzioni: domani potrebbe toccare a un partito politico, a un sindacato o a qualsiasi altra realtà della società civile, anche nel silenzio, se non con la complicità, delle istituzioni europee.
L’Unione europea ha strumenti per contrastare gli effetti delle sanzioni americane?
Sì. Può usare il “Blocking statute” che consente di limitare significativamente gli effetti delle sanzioni su organizzazioni o individui che si trovano nella giurisdizione dell'Unione Europea. Funziona come uno "scudo": può vietare alle aziende europee di conformarsi a quelle misure, impedire che alcune decisioni straniere producano effetti nell’UE. Molti parlamentari hanno chiesto che venisse utilizzato, ma non c’è stata la volontà della Commissione Europea che, probabilmente, teme ritorsioni da parte degli Usa. È una situazione paradossale e contraddittoria. La ratifica dello Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Cpi, è elemento essenziale per accedere alla Ue. Ma non fa nulla per proteggere l’istituzione dai tentativi di distruzione degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, le sanzioni contro la Corte e contro A/I mostrano, quanto sia necessario per l’Europa avere un’autonomia digitale, così da non dipendere da infrastrutture e tecnologie soggette alla giurisdizione di Stati terzi quando sono in gioco istituzioni e valori fondamentali dell’Unione. Aggiungerei anche un’ultima riflessione.
Prego.
È chiaro che dinanzi a un genocidio gli stati non hanno rispettato i propri obblighi di diritto internazionale. Così la Corte internazionale di Giustizia, la Cpi e la società civile, di cui fa parte anche A/I, hanno rappresentato l’unica forma di resistenza. Questi attori intermedi sono diventati un bersaglio in quanto ultimo ostacolo al progetto di distruzione di quelle regole di cui si è dotata la comunità internazionale per evitare la barbarie. Un progetto che, nel silenzio di stati e istituzioni europee, rischia di raggiungere il suo obiettivo.
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