Le operazioni militari Usa colpiscono le infrastrutture iraniane. Teheran attacca basi americane in Giordania: uccisi due soldati. Bombe anche sul Kuwait: «Colpite infrastrutture civili». Khamenei: «Dimostrato quanto sia inutile la firma del presidente»
La prospettiva diplomatica, nel panorama infuocato del Golfo trafitto dai missili e droni, è tramontata del tutto. I raid sono ormai diventati un rito notturno di iraniani e statunitensi.
Ieri sono trascorsi sette giorni di guerra aperta e, dopo una settimana tonda, il Comando centrale Usa ha diffuso il medesimo bollettino delle albe precedenti: «Eliminati siti di sorveglianza, infrastrutture logistiche militari, depositi sotterranei di armi e capacità marittime». Le operazioni hanno raggiunto anche ponti e gallerie a Bandar Abbas e Hajiabad, i bombardamenti sono piovuti ad Ahvaz, Darab, Yazd, Omidiyeh e Bushehr.
Fine della ricerca di pace: «Eravamo in fase di negoziato. Purtroppo sono stati proprio gli americani a compiere queste azioni aggressive, in violazione dei loro stessi impegni» e ora nemmeno più l’Iran rispetterà gli obblighi assunti con il memorandum, ha detto il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi. E le Guardie della rivoluzione hanno rilasciato un messaggio durissimo: «Poiché non esiste alcuna istituzione internazionale che impedisca la brutalità dell’esercito statunitense, non ci resta altra opzione che il comando coranico». I pasdaran hanno diffuso un passo del loro testo sacro: «Chiunque ti attacchi, attaccalo nello stesso modo in cui ti ha attaccato».
Le basi in Giordania
Ieri altri richiami religiosi dei Guardiani sono arrivati fino ad Amman: «L’invasione di territori islamici da parte di soldati non musulmani è considerata un obiettivo legittimo». Hanno aizzato i giordani: invitandoli a «eliminare» le forze statunitensi e a «purificare» la loro terra, in nome delle vittime delle guerre americane in Afghanistan e Iraq, in Iran, Yemen, Libano, Libia, Sudan, Filippine e Palestina. Quanto gli americani, sono colpevoli i paesi che ospitano le loro forze e dovrebbero restare pronti «a ricevere una risposta adeguata».
Ed è proprio nelle basi in Giordania che si registra uno dei primi contraccolpi diretti contro la macchina militare di Washington. Nel paese, nelle ultime 24 ore, gli sciiti hanno rivendicato un altro devastante attacco simultaneo con missili e droni contro la base statunitense di Al-Azraq. Nell’attacco di ieri sono morti due soldati americani, e un terzo militare risulta disperso. Altri quattro sono stati evacuati in ospedale in Giordania e successivamente dimessi. Altri militari sono stati ricoverati in ospedale.
Un altro attacco sciita è andato a segno contro la base Arifjan, in Kuwait: il paese ha accusato l’Iran di aver preso di mira siti civili e infrastrutture vitali del paese, dopo aver segnalato attacchi contro un impianto petrolifero e una centrale per la produzione di energia e acqua. «Lo Stato del Kuwait si riserva il pieno diritto di adottare tutte le misure necessarie per preservare la propria sicurezza e difendere i propri territori e le infrastrutture vitali, in virtù del suo diritto intrinseco alla legittima difesa», ha detto il ministro degli Esteri.
Nuove sirene d’allarme sono tornate a risuonare anche in Bahrein.
È stato il segretario generale del consiglio di Cooperazione del Golfo Jasem Mohamed Albudaiwi a tacciare di crimini di guerra Teheran che non teme invece di minacciare anche l’Ue: le conseguenze della chiusura di Hormuz e Bab el-Mandeb «sconvolgerebbero i settori energetico ed economico, non solo negli Stati Uniti ma anche nei paesi europei».
Nel pantano delle minacce incrociate, con l’asticella dell’escalation che continua ad alzarsi, l’Iran ieri ha lanciato un missile balistico contro una base Usa in Arabia Saudita – il primo attacco diretto da quasi quattro mesi.
Ma ora devono tremare gli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi, così come i porti di Fujairah e Jebel Ali negli Emirati: se gli americani puntano di nuovo alle infrastrutture, quei luoghi – fanno sapere i pasdaran – sono già cerchiati nelle mappe dei bersagli. Inutile è tentare di attraversare lo Stretto: finisci in fiamme. E ieri la marina di Teheran ha fermato quattro navi perché Hormuz è «completamente chiuso». La mattanza nel Golfo a pagarla però sono soprattutto gli iraniani: altre 12 persone sono morte ieri nella provincia di Hormozgan. In totale i decessi sono 50 e i feriti 500.
Negoziati a vuoto
Il presidente libanese Joseph Aoun raggiunge Washington per incontrare Trump – dopo i negoziati tra Beirut e Israele a Roma, conclusisi mercoledì – mentre continuano i raid israeliani in Libano.
Mojtaba Khamenei il fantasma, la Guida Suprema non ancora apparsa in pubblico da quando il predecessore – suo padre Ali Khamenei, morto nei raid in cui lui è rimasto gravemente ferito –, potrebbe invece avere il suo primo contatto con Putin, «il grande amico della Repubblica Islamica».
Non lo esclude l’agenzia russa Tass, che il debutto sulla scena internazionale dell’ayatollah possa avvenire con una telefonata, addirittura con un incontro moscovita. Secondo i media iraniani, ieri la Guida Suprema ha attaccato le «ripetute violazioni» statunitensi del memorandum d’intesa, che «hanno dimostrato ancora una volta a tutti quanto sia inutile e inaffidabile la firma del presidente americano».
La soluzione del conflitto sembra avvolta in un enigma indecifrabile, ma non per l’ambasciatore Ryan Crocker, veterano della diplomazia statunitense in Medio Oriente e sopravvissuto all’attentato del 1983 all’ambasciata Usa a Beirut.
Affossa la strategia militare dei repubblicani: è già debacle. Mentre si abbassa l’indice di gradimento di Trump e aumenta il prezzo del petrolio, l’unico obiettivo prioritario, ormai – oggi che la situazione è peggiore di quando il conflitto è cominciato – è l’apertura dello Stretto.
Perché «non c’è dubbio», ha asserito, a Teheran sanno come combattere e bombardarli «fino alla sottomissione» non funzionerà. La guerra è di Trump, che spesso si acceca da solo e commette il peccato capitale di sentirsi invincibile, ma la sconfitta in Medio Oriente sarà dell’America intera.
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