A Houston, il 29 giugno, il Giappone è stato a pochi minuti dal trasformare il proprio Mondiale in qualcosa di completamente diverso. Contro il Brasile era passato in vantaggio con Kaishu Sano e al 90’ la partita era ancora sull’1-1. Poi Gabriel Martinelli ha segnato al quinto minuto di recupero, mandando avanti la Seleção e lasciando i Samurai Blue ancora una volta davanti alla stessa frontiera: abbastanza forti da mettere in difficoltà chiunque, non ancora abbastanza da superare il primo turno a eliminazione diretta.

Quasi quattro mesi dopo, Tsuneyasu Miyamoto ha indicato una delle strade con cui il Giappone vuole accorciare quella distanza. Il 21 ottobre, parlando a Tokyo davanti ai delegati della Confederazione asiatica, il presidente della federcalcio giapponese ha spiegato che nove giocatori nipponici militano oggi in club di Premier League e altri otto nella seconda divisione inglese. Ma non basta. «Vorremmo mandare più giocatori in Premier League, perché offre l’ambiente migliore per diventare calciatori di alto livello. Questo è il nostro obiettivo».

Esportare il talento

Detta così sembra quasi una dichiarazione contro il proprio campionato. In realtà è il contrario: il Giappone sta provando a trasformare l’esportazione dei giocatori in una parte del proprio sistema di formazione, usando la J. League come base e l’Europa come livello successivo, continuando a produrre talenti in casa e mandandoli poi dove ritmo, concorrenza e pressione possono alzarne il livello.

Miyamoto è stato capitano del Giappone ai Mondiali del 2002 e del 2006, quando vedere un calciatore nipponico in Inghilterra era ancora un’eccezione. Junichi Inamoto fu il primo giapponese a scendere in campo in Premier League, debuttando con il Fulham nell’agosto 2002. Poi sono arrivati Kagawa, Okazaki, Yoshida, Minamino, Tomiyasu, Mitoma ed Endo. Quello che all’inizio era un avamposto è diventato lentamente una rotta.

Al Mondiale 2022 diciannove dei ventisei convocati militavano in club europei. Quattro anni dopo erano diventati ventitré su ventisei. Nell’ultima lista pubblicata dalla JFA dopo il torneo del 2026, soltanto cinque dei trentuno giocatori militavano nella J. League. Gli altri erano distribuiti tra Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Belgio, Olanda e altri campionati europei, costruendo una nazionale che si ritrova in patria quasi soltanto durante le finestre internazionali.

L’obiettivo è vincere i Mondiali

Non è un processo casuale. Nel 2005 la federazione fissò un obiettivo che sembrava quasi fantascienza: arrivare entro il 2050 a una comunità calcistica di dieci milioni di persone e vincere la Coppa del Mondo. Da quella dichiarazione è nata anche “Japan’s Way”, la filosofia nazionale elaborata dalla JFA nel 2022 e aggiornata nel dicembre 2025, mettendo insieme nazionale, formazione giovanile, allenatori e diffusione di base. Miyamoto, già nel 2024, spiegava che per vincere un Mondiale sarebbe stato necessario aumentare il numero dei giapponesi presenti nei migliori club europei. Due anni dopo ha ristretto il bersaglio: soprattutto la Premier League.

Anche la J.League si sta adattando, modificando persino il calendario. Dalla stagione 2026-27 il campionato è passato dal tradizionale ciclo febbraio-dicembre a quello agosto-giugno, avvicinandosi all’Europa. La stessa lega ha spiegato che allineare le finestre di mercato aumenta le opportunità di trasferimento, evitando che i club perdano i propri giocatori migliori nel mezzo della stagione e permettendo di ottenere cifre più adeguate. Esportare meglio, insomma, senza smontare ogni volta la squadra a campionato in corso.

Kaoru Mitoma fu acquistato dal Brighton nel 2021 dal Kawasaki Frontale e mandato per una stagione all’Union Saint-Gilloise, in Belgio, per adattarsi al calcio europeo. È uno schema ormai familiare: J.League, un campionato-ponte, poi uno dei grandi tornei. Belgio e Olanda funzionano spesso come camere di decompressione, consentendo ai giocatori di abituarsi a intensità, lingua e tattica prima del salto definitivo. La Germania, invece, è da anni una delle principali destinazioni del talento giapponese.

Ridurre il divario

Il rischio è impoverire il campionato che produce quei giocatori. Ma la J. League sembra aver scelto di governare il paradosso, provando a far convivere due esigenze: una lega domestica più forte deve essere anche capace di lasciar partire i propri migliori talenti, incassando meglio e sostituendoli, continuando nel frattempo a formare la generazione successiva.

Il Mondiale nordamericano ha mostrato quanto la distanza si sia ridotta. Il Giappone ha pareggiato con l’Olanda, battuto 4-0 la Tunisia e chiuso imbattuto il girone prima di portarsi avanti contro il Brasile, venendo eliminato soltanto al 95’.

Per questo la frase di Miyamoto non è soltanto un elogio del campionato inglese. È quasi un programma industriale: produrre in Giappone, far crescere in Europa, riportare quell’esperienza in nazionale. La Premier League non è il punto d’arrivo dei singoli calciatori. È uno dei luoghi nei quali il Giappone pensa di poter costruire la squadra capace, un giorno, di andare dove finora non è mai stato.

© Riproduzione riservata