Venerdì 29 maggio in campo a Napoli, insieme alla nazionale cantanti, ci sarà il Palestine Stars Team, una selezione composta da uomini, donne e giovani che fanno parte della nazionale palestinese. L’obiettivo è raccogliere fondi per la ricostruzione di ospedali distrutti dai bombardamenti di Israele: «Vogliamo un mondo senza disuguaglianze, checkpoint e permessi. Le istituzioni sportive italiane abbiano coraggio, lo sport non può girarsi dall’altra parte»
NAPOLI - «Yo soy de corazón palestino», furono le parole di Diego Armando Maradona rivolte al presidente dell’autorità nazionale palestinese Mahmud Abbas. Era il 2018 e accadeva in un evento organizzato dalla Fifa a Mosca. Ancora prima, nel 2012, El Pibe de Oro aveva espresso il desiderio di incontrare la nazionale palestinese, nel corso della sua esperienza da allenatore negli Emirati Arabi Uniti. Tempi oggi lontani, per quello che è successo nel frattempo in Asia occidentale, per quanto sono cambiati i rapporti tra i paesi della regione e per come i petrodollari hanno trasformato il calcio d’élite.
Maradona non ha mai incontrato la nazionale palestinese. Tuttavia, venerdì 29 maggio una rappresentativa del movimento calcistico del paese sarà per la prima volta in Italia. E non poteva che essere lo stadio Maradona di Napoli il palcoscenico per questo esordio. Lo stadio di Fuorigrotta, infatti, è lo scenario del “Derby dei campioni”, una serata di sport, patrocinata tra gli altri dall’ambasciata di Palestina in Italia, con l’obiettivo di raccogliere fondi per la ricostruzione di ospedali distrutti dai bombardamenti di Israele.
A calcare uno dei campi italiani più importanti sarà una compagine ribattezzata Palestine Stars Team, una selezione di calciatori in attività ed ex giocatori già in nazionale maggiore, insieme ad atlete della nazionale femminile e a giocatori delle nazionali giovanili. Insieme a loro a Napoli ci sarà anche una rappresentativa della nazionale italiana cantanti e di “Napoli World”. Il Palestine Stars Team arriverà in Italia non senza fatica. I controlli sui visti, infatti, hanno incontrato le maglie della burocrazia di frontiera.
«Giocare all’estero permette alla squadra di agire come un ambasciatore culturale e sportivo», dice Natali Shaheen, già centrocampista della nazionale femminile. «Queste amichevoli dimostrano che, nonostante le barriere, noi riusciamo a batterli con il potere del calcio», evidenzia la 31enne nata a Gerusalemme, mentre è in attesa del volo che dalla Sardegna la porterà a Napoli, direzione stadio Maradona. Shaheen, infatti, vive a Sassari dove è arrivata per una borsa di studio, e gioca nel Real Sun Service. «Vogliamo avere un mondo senza disuguaglianze, senza checkpoint e permessi. Dalle istituzioni sportive italiane ci aspettiamo coraggio e coerenza, perché lo sport non può girarsi dall’altra parte rispetto alle violazioni sistematiche dei diritti. Chiediamo che gli stessi standard vengano applicati a tutte le federazioni», è il suo appello.
Il calcio che resiste
Come tutti gli ambiti della vita collettiva, anche lo sport - e il calcio in particolare - è provato dalla distruzione della Palestina occupata da Israele. Dall’ottobre 2023 oltre 400 calciatrici e calciatori sono stati uccisi, di questi quasi la metà avevano tra 6 e 20 anni. Lo scorso anno è morto Suleiman Al-Obaid, il “Pelè palestinese” rimasto ucciso a Gaza mentre attendeva aiuti umanitari nei mesi nefasti della Gaza Humanitarian Foundation. La stessa sorte è toccata a Majed Abu Maraheel, primo storico portabandiera palestinese alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996.
E mentre i campionati della Gaza Strip League e della West Bank Premier League sono sospesi da oltre due anni, un recente report dello Scottish Sport for Palestine ha evidenziato che almeno 9 club affiliati alla federazione israeliana hanno sede nelle colonie illegali della Cisgiordania. La Federcalcio palestinese ha dichiarato che circa 290 strutture sportive sono state danneggiate o distrutte: stadi e sedi dei club, che quando integri diventano rifugio per gli sfollati. Così come i campi ancora attivi restano presidi per la comunità, come l’Aida Pitch di Betlemme, che ospita centinaia di minori ogni giorno. O come la struttura di Umm al-Khair, nel sud della Cisgiordania. Luoghi che non a caso rischiano lo sgombero forzato e la demolizione a opera dell’esercito di occupazione.
Il Maradona e le bandiere palestinesi
Per questo eventi di solidarietà all’estero, a maggior ragione se vedono come nel caso di Napoli protagonisti gli stessi palestinesi, possono riaccendere i riflettori su un tema negli ultimi tempi tornato solo parzialmente alla ribalta, grazie alla Flotilla.
«La giornata sarà l’occasione per dimostrare ancora una volta la nostra vicinanza a una squadra che rappresenta un’intera nazione, e che con la sua stessa presenza in campo dimostra l’esistenza di un popolo che qualcuno vorrebbe cancellare dalla faccia della terra», sostengono gli attivisti di Calcio e Rivoluzione, che fanno base proprio nella città partenopea e che fanno appello attraverso i social alla partecipazione al “Derby dei campioni” chiedendo di portare quante più bandiere palestinesi possibile.
La giornata, che inizierà alle 17 e vedrà il suo clou intorno alle 20:45, promette un clima di festa, sport e solidarietà. Con i riflettori del Maradona che si accenderanno sì sul rettangolo di gioco, ma soprattutto ancora una volta sulla sponda orientale del Mediterraneo.
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