Dopo le imprese in Qatar nel 2022 e la controversa vittoria della Coppa d’Africa, i Leoni dell’Atlante giocheranno la Coppa del Mondo in Messico, Canada e Stati Uniti con un nuovo allenatore e un curriculum rocambolesco. La nazionale rosso-verde punta ancora sui figli della diaspora, tra sorprese e rivelazioni. Domenica 14 giugno a mezzanotte l’esordio contro il Brasile
Si può essere i campioni d’Africa e i semifinalisti in carica e presentarsi ai Mondiali con più dubbi che certezze? Certo, se entri nel magico mondo del Marocco. Nonostante il settimo posto del ranking Fifa, i Leoni dell’Atlante si presentano alla Coppa del Mondo con una lista di incognite lunga da Casablanca alla Pingry School, in New Jersey, sede del ritiro americano.
La finale della discordia
La finale più pazza della storia della Coppa d’Africa, quella tra Marocco e Senegal, giocata a Rabat il 18 gennaio, ha lasciato dei segni ancora visibili. Ricostruiamo la vicenda. Al secondo minuto di recupero di una partita bruttina e decisamente cattiva, Gueye segna sul tap-in dopo il palo colpito da Seck, ma il gol viene annullato per una leggera spinta proprio di Seck. Sei minuti dopo viene concesso un rigore molto dubbio al Marocco per un fallo sul trequartista del Real Madrid, Brahim Diaz. A quel punto comincia il delirio: il Senegal abbandona il campo e torna negli spogliatoi.
I tifosi, imbufaliti, provano a scendere in campo e vengono manganellati duramente dalla polizia marocchina. Capitan Mané, compagno di squadra di Cristiano Ronaldo all’All-Nassr, convince tutti a rientrare in campo, temendo una squalifica. Al 112’, finalmente si può battere quel benedetto rigore e Brahim Diaz lo fa come peggio non si può, con uno scavetto che ancora adesso in Marocco viene considerato troppo blando per non averlo fatto apposta. Fischio finale e supplementari.
Al 4’ del primo tempo supplementare Papa Gueye trova il gol vittoria. Ok, Senegal che alza la coppa e tutto finito? Macché, il Marocco presenta ricorso per l’abbandono del campo. La Caf, la federazione africana, due mesi dopo dà ragione ai nordafricani, assegnando la sconfitta al Senegal per 3-0 a tavolino e incredibilmente la Coppa al Marocco. Ovviamente parte l’immediato controricorso da parte del Senegal e la causa è ancora al vaglio del Tribunale arbitrale dello sport di Losanna.
«Vincere la Coppa d’Africa non è una scelta, ma un obbligo» aveva dichiarato alla vigilia Fouzi Lekjaa, presidente della Federazione marocchina. Giusto così per non mettere ulteriore pressione a una squadra e a un ct, Walid Regragui, che già sentivano il peso di una competizione da disputare in casa e da favoriti. Con delle premesse così, l’esito era scontato. Regragui, amatissimo dai suoi giocatori, è stato esonerato subito dopo la finale. Una beffa, dato che formalmente l’obiettivo era stato centrato. Al suo posto è stato nominato Mohamed Ouhabi, che nel 2025 ha conquistato il mondiale under 20.
L’eredità di Regragui
Nonostante il buon curriculum del nuovo arrivato, il gruppo è rimasto abbastanza scosso dall’esonero di Regragui. Un po’ perché con l’ex ct il Marocco aveva vinto tutte le partite del girone di qualificazione, un po’ perché era stato lui, insieme alla federazione, a creare questa squadra, partendo dai figli della diaspora. Il progetto che continua ancora oggi è molto semplice: intercettare tutti i ragazzi di seconda o terza generazione più talentuosi in giro per l’Europa, farli venire in Marocco, mostrargli le grandi strutture e l’attenzione che poteva riservare loro lo staff, trattarli come future star della nazionale e lavorare sul senso identitario delle famiglie marocchine all’estero.
Vedere il proprio figlio o nipote che veste la maglia rossa e verde con la stella, per tanti marocchini, è come riappropriarsi di un amor di patria, inevitabilmente un po’ sbiadito dal tempo e dalla lontananza.
Nelle comunità di immigrati, poi, nascono grandi storie. Aldilà dei più conosciuti come Hakimi, fresco campione d’Europa con il Psg e probabilmente il miglior laterale difensivo del mondo o Brahim Diaz del Real Madrid, c’è il portiere Bono, l’eroe dei rigori nei quarti di finale di Qatar 2022 contro la Spagna, la sua riserva Munir El Kajaoiu, nato nell’enclave spagnola di Melilla, che da ragazzo giocava in terza divisione la domenica e il lunedì serviva ai tavoli del ristorante dei genitori. El Ouahdi del Genk, che ha rifiutato una proposta del Benfica per stare vicino al papà malato di leucemia, e Bouaddi, il centrocampista del Rennes che vuole mezza Europa ma che pensa solo a laurearsi in fisica.
O ancora Salibari, sempre del Genk, che da piccolo ha dovuto combattere contro una condizione congenita che lo faceva camminare male; poi Talbi, una delle rivelazioni della Premier League con il Sunderland, e il super veterano El Kaabi, che pensava di dover fare il falegname tutta la vita e che invece due anni fa ha regalato all’Olympiakos il primo trofeo europeo della sua storia, la Conference League.
È vero che il Marocco è uscito distrutto dalla Coppa d’Africa, con un allenatore nuovo e una stella, Brahim Diaz, a cui nessuno ha ancora perdonato l’errore dal dischetto contro il Senegal, ma ci sono anche i classici elementi della storia da film: talento e voglia di riscatto. A Casablanca e in tutte le case marocchine in giro per il mondo sperano che bastino almeno contro Brasile, Scozia e Haiti, gli avversari del girone C. Per il resto «In sha Allah», come direbbero loro, «Se Dio vuole».
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