Dalla militanza nella Rete degli Studenti Medi a Montecitorio: a 29 anni è la più giovane deputata della legislatura. Pansessuale e nuovo punto di riferimento per la comunità Lgbtq, racconta il suo ingresso in politica tra responsabilità e ansia, le battaglie su scuola, diritto allo studio e salute mentale, e l’impegno sui diritti civili e sull’immigrazione. Dalle visite nei Cpr alla denuncia delle loro condizioni fino alla difesa dei giovani: «Non siamo disinteressati, siamo esclusi». Una generazione che prova a entrare nei palazzi senza smettere di metterli in discussione
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Rachele Scarpa ha 29 anni. È la più giovane deputata della legislatura, e già questo basterebbe a metterla fuori posto in un Parlamento che preferisce le rughe all’urgenza. Ma non è solo una questione anagrafica. Scarpa è pansessuale, lo dice senza abbassare la voce, e dentro la comunità Lgbtq è diventata in fretta qualcosa di più di una rappresentante: un passaggio, un ponte fragile e necessario tra chi sta fuori e chi decide dentro.
Viene dalla Rete degli Studenti Medi, dalle assemblee, dai cortei, da quella politica che non ha moquette ma striscioni. Era in piazza contro la “Buona Scuola” di Matteo Renzi quando ancora molti dei suoi colleghi imparavano il mestiere nei corridoi dei partiti. Lei no. Lei ha scelto la strada più scomoda: entrare nei palazzi senza smettere di guardarli con diffidenza.
Oggi siede a Montecitorio e parla di scuola, salute mentale, diritti, immigrazione. Va nei Cpr e racconta quello che vede, senza tradurre, senza addolcire. Non è la più giovane della storia, ma è la più giovane adesso. E in un tempo che mette nel mirino i giovani, li sbeffeggia, non li ascolta capita sovente che li manganelli. Non è un dettaglio. È un’anomalia. E le anomalie, in politica, o si spengono in fretta o sono destinate a portare avanti esercizi di Resistenza.
Onorevole Scarpa, lei stata la deputata Pd più giovane candidata alle elezioni. Ed è attualmente da under 30 è la più giovane del Parlamento. Cos’è il suo, un inciampo della politica che invece tende a premiare sempre gli over?
La candidatura alle elezioni politiche è stata una scelta di Enrico Letta che voleva mettere cinque giovani in una posizione eleggibile. Pensavo che avrei fatto un servizio uninominale e invece ero capolista. L’ho vissuta con grande responsabilità e un po’ di ansia, lo ammetto.
Quali sono le battaglie che ha portato in Parlamento?
Una grande attenzione ai temi relativi alla scuola, al diritto allo studio, alla salute mentale. Ci abbiamo provato con una proposta sui presidi psicologici nelle scuole, ma come spesso accade queste proposte che richiedono finanziamenti si arenano nei lavori di commissione. Naturalmente per interesse, per inclinazione personale, anche diritti civili. E il tema dell’immigrazione a partire dalle visite all’interno dei Cpr. Entrando a Montecitorio mi sono accorta che c’era poca attenzione. E ho scoperto così una realtà terribile sulla quale bisogna intervenire.
La fermo. Lei ha parlato di inclinazione per quanto riguarda i diritti civili. Perché?
Sono parte della comunità Lgbtq+, sono una persona pansessuale. Il rispetto dei diritti e delle identità è sempre stato qualcosa che avevo dentro, anche prima che me ne rendessi conto. Sono temi sottorappresentati, in particolare da quando Alessandro Zan è andato in Europarlamento.
Spieghiamo ai lettori: pansessuale è una persona che prova attrazione romantica, emotiva e/o sessuale verso un’altra persona senza dare importanza al sesso e al genere. Ma sa che all’uscita di Zan, molti pensavano che avrebbe preso lei le redini sulle battaglie civili. Era una voce insistente dentro e fuori il Pd.
Io ho un dialogo aperto con la comunità, con le associazioni. Sono a disposizione sempre a intercettare i loro bisogni e i loro desideri. E farmi portavoce delle loro battaglie dentro i palazzi.
Torniamo ai giovani. Sono stati loro il volano del “No” al referendum sulla giustizia. Come legge questo voto, non li hanno visti arrivare?
Ci sono stati diversi fattori. Da un lato è montata indignazione per il mancato voto dei fuorisede. Una generazione presa in giro ed esclusa dalla politica che ha voluto riprendersi la delega. Pazienza per quelli che dicono: non comprendono, non si interessano. E invece eccoli. E poi c’è stato un moto di difesa verso la Costituzione. Hanno percepito che qualcosa si rompeva. La Costituzione è una delle poche cose di cui si parla nelle ore di educazione civica. Qualcosa che non è un tabù e che non è stato ancora demonizzato da questo governo. Questo è un governo che prende di mira i giovani: colpisce chi protesta, manganella gli studenti, vieta loro le ore di educazione sessuo-affettiva. Questa generazione, che è in realtà un grande movimento di opinione, ha risposto. Ma non bisogna pensare che siano automaticamente voti che vanno al centrosinistra, sono una generazione che chiede ascolto.
Lei si è occupata molto di Centri per il rimpatrio, qual è la situazione?
Disastrosa. Con prospettive di grave peggioramento vista la deriva dell’Unione europea che distrugge il diritto all’asilo. I Cpr italiani generano malattie mentali e fisiche, non servono a effettuare rimpatri, le persone vengono impasticcate, passano le pene dell’inferno e poi vengono ributtate in strada. Questo governo lavora solo per l’irregolarità.
I centri in Albania funzioneranno, dice la presidente Giorgia Meloni.
Ci sono stata. Un anno fa c’erano 20 persone. Il 20 febbraio ne hanno portate 90 per poter far dire a Meloni dal palco che i giudici avrebbero liberato pedofili e compagnia. C’è un utilizzo spregiudicato della soggettività migrante per propaganda elettorale e zero soluzioni sui problemi veri reali di queste persone.
La sua è una voce molto chiara sul genocidio di Gaza, cosa state facendo in Parlamento?
Il delirio di Donald Trump e Benjamin Netanyahu fa sì che ci sia sempre una nuova guerra. Ma il dramma del popolo palestinese non è finito. La violenza dei coloni, l’apartheid, la recente legge sulla pena di morte. In quella striscia di terra si muore di stenti, malattie, non arrivano cibo, medicine. Noi cerchiamo tramite le informative di tenere accesa la luce, ma è sempre più difficile.
Ci sono le piazze però. Anche se, mi consenta, nel suo partito il ddl contro l’antisemitismo firmato da Graziano Delrio ha fatto discutere proprio quelle piazze pro-Pal.
Non ho compreso il percorso che ha portato alla presentazione di quell’iniziativa personale. È nata all’interno da un dibattito con un presupposto sbagliato: chiunque critica il governo di Israele assume posizioni antisemite. In un clima che dall’inizio è stato faticoso abitare si fa inserire un tema giusto da attenzionare, cioè l’antisemitismo. Sono due questioni importanti. Ma non credo che quella proposta di legge serva a restituire al dibattito la complessità che merita. Mi dispiace.
Restando alle cronache. La violenza giovanile aumenta.
Ho trovato peculiare il silenzio rispetto agli ultimi casi di violenza giovanile. Per settimane abbiamo parlato di maranza e metal detector, quando i violenti sono persone con background migratorio c’è una reazione emotiva. Gli ultimi sono italianissimi, c’è un silenzio assordante. Io invece vorrei aprire una riflessione sulla radicalizzazione nichilista dei giovani che accolgono contenuti misogini e suprematisti. Bisognerebbe riprendere una discussione sull’educazione affettiva nelle scuole e dare strumenti ai giovani per vincere alcune frustrazioni. E forse dovremmo comprendere meglio cosa queste persone intercettano da internet. Dovrebbe esserci spazio politico per discutere dei padroni della Silicon Valley che accettano questi contenuti sulle loro piattaforme.
La destra ha una soluzione: vietare i social.
Troppo poco. Serve educazione, un tredicenne troverà sempre un modo per accedere a internet. Il proibizionismo non serve. Serve documentarsi, comprendere questa sottocultura che mescola il mondo del gaming e alte ideologie.
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