Lo Stato riconosce alle famiglie italiane libertà di scelta educativa, ma con quelle straniere cambia registro: controlli e sanzioni. Scaricando sulle famiglie le carenze del sistema educativo
Il collegamento automatico tra barriere linguistiche, responsabilità genitoriale e mancata integrazione scolastica contenuto nel decreto legge scuola, appena approvato dal Consiglio dei ministri, è un artificio retorico che sembra voler assolvere le istituzioni dalle proprie responsabilità.
Un approccio sanzionatorio si scontra con i principi stabiliti nell'articolo 3 della Costituzione, che sancisce l'uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini e affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli.
Più che i divieti, si è detto ampiamente in questi giorni, occorrono risorse stabili per rispondere a bisogni che non sono più emergenziali o episodici: mediatori culturali e docenti stabili specializzati in Italiano L2, estensione del tempo pieno, classi meno numerose.
La gestione di aule plurilingue in contesti complessi implica un carico di lavoro e di stress innegabili, chi lavora a scuola lo sa, soprattutto a fronte di quelle stesse carenze di risorse strutturali, ma allo stesso tempo pone un interrogativo cruciale: quali mondi e quali storie hanno legittimità di varcare la soglia della scuola e quali lingue trovano dignità e riconoscimento?
Affermare principi come quello secondo cui solo l'Occidente conosce la Storia implica l'esclusione sistematica e la svalutazione dei saperi non occidentali, significa sancire gerarchie non solo tra gli studenti e le loro famiglie, ma anche tra saperi, lingue e linguaggi, rendendo manifesta la violenza epistemica e il classismo ideologico che questa normativa rivela.
Visto che di apprendimento si tratta, quando si parla di insegnamento linguistico, la domanda dovrebbe riguardare soprattutto le pratiche: cosa accade realmente nello spazio dell’aula? Quali spazi di comunicazione autentica, di cooperazione, di crescita democratica può offrire e ha il dovere di offrire la scuola?
L'intercultura e l'insegnamento delle lingue si fanno con la vita vissuta insieme alle altre vite. Chi fa l'insegnante tira fuori tutti gli arnesi della didattica, ma anche tutta l’umanità necessaria a conquistare un pezzetto di sguardo alla volta. Ma sul fare scuola pesano anche le ansie e le aspettative delle famiglie in una società ferocemente competitiva, spaventate all'idea che la presenza di stranieri possa "rallentare il programma" e compromettere il successo formativo dei propri figli.
Doppio standard
Così, mentre le nuove Indicazioni nazionali riconoscono alla famiglia italiana un ruolo centrale, tutelandone la libertà di scelta educativa fino alla possibilità di negare il consenso su alcuni temi — come l’educazione sessuo-affettiva — la prospettiva muta radicalmente quando si passa ai nuclei con background internazionale.
Nei loro confronti si adotta un paradigma di natura coercitiva, assimilatoria e punitiva. Si applica così un doppio standard: per alcuni lo Stato è un alleato che ratifica le scelte educative private, per altri esercita una funzione di controllo identitario che trasforma le appartenenze linguistiche in una colpa giuridica.
Potremmo ricordare che la questione delle minoranze linguistiche richiama regioni a statuto speciale garantite dalla Costituzione. Si può stare benissimo nelle scuole internazionali, sono un dato di realtà che esiste da vent’anni ormai, in molte esperienze virtuose, in diversi territori.
I primi studenti delle scuole internazionali vanno ora all’università o lavorano, prova vivente di una pratica educativa accogliente che funziona. Si sarà occupato il ministero di studiare queste comunità educative, analizzare i loro metodi, andare nel merito e diffondere le esperienze pilota, in modo da sostenere le scuole in situazione di criticità? Quale istruzione hanno delle scuole interculturali i redattori di questo provvedimento?
Per svelare l’inconsistenza della retorica governativa sui tetti percentuali di alunni stranieri nelle classi, è sufficiente calare quelle formule astratte nella realtà materiale e logistica dei territori.
Se si volessero far quadrare rigidamente le quote imposte dall'alto, bisognerebbe applicare il principio costituzionale di pari dignità a tutti i cittadini, garantendo la stessa possibilità di scelta a famiglie italiane e non. Di conseguenza, laddove i plessi scolastici presentino una netta maggioranza di alunni autoctoni, lo Stato dovrebbe farsi carico di ridistribuire gli studenti italiani verso le scuole a forte presenza internazionale per bilanciare i conti. Conviene?
La realtà descrive uno scenario opposto, segnato da una strisciante segregazione scolastica. Persino nelle periferie urbane esistono Istituti spiccatamente omogenei per "bianchezza", poiché le famiglie dotate di maggiore capitale sociale ed economico orientano le proprie scelte verso scuole percepite come più rassicuranti per composizione sociale e per offerta formativa, pubblicizzata soprattutto negli open day.
Al contrario, i nuclei familiari con background migratorio restano in una condizione di asimmetria di scelta per carenza di tempo e strumenti per competere nelle iscrizioni online, ripiegando sui plessi del proprio quartiere, spesso meno ambiti dalle classi medie e, di conseguenza, più accessibili.
Il 25 settembre si chiudeva la scadenza per la richiesta del bonus famiglia per le scuole private: 20 milioni in più oltre gli 86 di aumento nel 2026, per un totale di 906 milioni, l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per investimento nella scuola pubblica, sotto la media europea. Ma non ce ne siamo accorti, i pulmini antimigranti ci tengono occupate le tastiere e vuote le teste e le tasche.
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