L’Europa si trova di fronte ad una crisi esistenziale. Il filo rosso che lega i fatti di Parigi, Milano, Tirana è la rabbia di una classe media che da anni vede le proprie conquiste erose. Da qualche lustro ormai, le nuove generazioni hanno prospettive economiche e sociali meno rosee dei loro genitori. È una tendenza generale, ma la panne dell’ascensore sociale in Europa rimette in questione direttamente il rapporto tra lo Stato e il cittadino. Nell’età d’oro del secondo dopoguerra, quando era consensuale che crescita e la redistribuzione dovessero andare di pari passo, la costruzione dello Stato sociale nei nostri paesi è stata funzionale alla riduzione delle uguaglianze di mercato e alla mobilità sociale. Questo vale soprattutto per l’istruzione, che è stata fondamentale nell’emergere di una classe media prospera, istruita e produttiva. E, come ci ricordano i lavori di molti economisti, tra cui il premio Nobel Acemoglu, una classe media prospera e produttiva è condizione necessaria per avere crescita duratura ed equilibrata.
Quel sistema è stato progressivamente smantellato a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. Da un lato, rinunciando a correggere le disuguaglianze, anche quando queste si rivelavano sempre più il risultato di rendite e di capture del sistema politico e non, come nella mitologia del neoliberismo da libro di testo, una conseguenza del lavoro di mercati efficienti e meritocratici. Dall’altro, depotenziando progressivamente lo Stato sociale, anche riducendone copertura e risorse.
La rabbia delle classi medie emerge oggi perché le crisi che dal 2008 si sono succedute quasi senza soluzione di continuità, hanno reso evidente che il meccanismo della crescita equilibrata si è inceppato. Da lustri le classi medie hanno solo le briciole della crescita, ma sono state chiamate a sostenere il costo dell’uscita dalla crisi. L’esempio più lampante è la Francia, dove la rabbia esplode perché la crisi del debito è stata principalmente causata dalle riduzioni delle tasse sul capitale e sui più benestanti, che hanno provocato un crollo delle entrate fiscali.
Ciononostante, oggi, gli sforzi per riportare sotto controllo il debito, si concentrano sul contenimento della spesa, compresa quella per la sanità e l’istruzione.
Il contesto geopolitico in cui avvengono le convulsioni del contratto sociale europeo aggrava ancora di più la situazione. Il vecchio mondo cooperativo e fondato sul multilateralismo è oggi sostituito da un approccio transazionale in cui i vecchi amici sono concorrenti, se non addirittura avversari.
Non solo, l’emergenza climatica impone di accelerare nella transizione ecologica in un momento in cui molti premono per rallentare. Le élite economiche e politiche europee non sembrano ancora aver capito che la crescita futura risiede nel progresso tecnico nel green e nel digitale e nella capacità di regolare le transizioni per evitare che i benefici vadano ai soliti noti.
Insomma, l’Europa si trova a dover ripensare il proprio modello sociale a reinventare il welfare perché torni a essere strumento di redistribuzione e mobilità sociale, e allo stesso tempo, raggiungere l’autonomia strategica necessaria a ritrovare la crescita e a posizionarsi nei settori del futuro. Tutto questo, con l’eredità di debito lasciata dalle scelte poco lungimiranti del passato.
È ovvio che percorrere questo cammino strettissimo è complicato, e richiede scelte che, in massima parte, sono europee. Occorre ripensare le catene del valore, per mettere al riparo le filiere produttive dal potere di ricatto di altri paesi. Occorre emancipare il nostro sistema finanziario dal quasi monopolio degli Stati Uniti.
Rilanciare l’investimento pubblico e le politiche industriali, precondizioni per il rilancio dell’investimento privato e della produttività. Infine, occorre ripensare e rifinanziare il welfare, con investimenti nella scuola, nella ricerca, nella sanità, per ritrovare un’uguaglianza di opportunità che è condizione necessaria per una meritocrazia funzionante. E, per rilanciare l’investimento, occorre una riforma della governance economica che liberi i paesi europei dai vincoli troppo stretti del Patto di Stabilità per debito e investimento comuni. Infine occorre gestire il debito pubblico, che per molti paesi è diventato un fardello impossibile da portare.
Le soluzioni tecniche per rilanciare la crescita e rifondare il contratto sociale esistono (ne abbiamo parlato anche in Diario Europeo): una rinnovata attenzione al welfare come investimento nel futuro e non come costo da sopportare. Un Patto di Stabilità riformato che protegga l’investimento pubblico. Un’agenzia europea del debito che consenta una gestione comune alleggerendo il peso sui paesi membri senza per questo incentivarli alle finanze allegre. Lo sviluppo di sistemi di pagamento privati europei e dell’euro digitale. Gli strumenti ci sono. Quello che continua a non vedersi è la volontà politica di metterli in campo.
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