Sabato (scorso)

In un magistrale editoriale… Scusate, sono partito con il piede sbagliato. La scorsa settimana, in un maestoso editoriale dedicato alle insidie dell’ultimo anno di legislatura, Paolo Mieli raccontava di Berlusconi assillato da suppliche e rivendicazioni dei suoi pari di governo, desiderosi di capitalizzare prima che calasse il sipario: «Giorno dopo giorno Berlusconi si rendeva conto che li sopportava sempre meno. Che lo infastidivano persino i loro aliti. Anzi, soprattutto i loro aliti».

Non c’è più nulla da aggiungere. O, forse, una cosetta c’è, ma la rimando a domani perché sono al Villaggio Tognazzi ad abbronzarmi e ascoltare Nel così blu, la cover che Zucchero fece di A Salty Dog dei Procol Harum e non voglio pensare a niente se non alle bellissime parole: «In testa ho / la frase che / incendia un bosco in testa a me».

Domenica

Vista la folla, non se ne parla di nuotare nella piscina sull’Aurelia dove mi trovo. Così pranzo con un gelato (al pistacchio, pare che sia il gusto unico di questa estate) e penso alla mia personale postilla all’editoriale di Mieli.

Molti anni fa nello studio di un antiquario di libri incontrai Marcello Dell’Utri. Passava a prendere un caffè subito dopopranzo, di fretta perché doveva vedersi con Berlusconi. Raccontò che lui e il factotum che lo accompagnava avevano mangiato degli squisiti spaghetti aglio, olio e peperoncino. Gli chiesi come l’avrebbe messa con Berlusconi, il quale detestava l’aglio quasi più dei vampiri. Lui, scambiando un cenno d’intesa con il factotum, annunciò: «Ma noi abbiamo l’antidoto». Ficcò una mano nella tasca del blazer blu, ne estrasse un pugno di chicchi di caffè, cominciò a masticarli e mi disse: «Sono un toccasana per l’alito se si è mangiato l’aglio».

È il tramonto ormai sull’Aurelia, rari nantes in piscina. Mi tuffo e faccio qualche vasca finalmente in santa pace.

Lunedì

Erika Montefameglio scrive: «Volevo ringraziarla per aver citato Alberto Ongaro, scrittore ingiustamente sparito dai radar dell’editoria benché abbia scritto due libri stupendi che sono rimasti nel mio cuore: La partita e La taverna del doge Loredan. Il primo comincia con la laguna ghiacciata e leggere quell’incipit è stato qualcosa di ipnotico e unico al mondo per me che avevo appena visitato Venezia ed ero rimasta ammaliata dalle sue atmosfere. Grazie per averlo citato, mi si è aperto il cuore».

Grazie a lei, Erika cara, che mi parla di lagune gelate mentre a Roma si bolle. Ongaro era un prestigiatore. I suoi romanzi sono la Corte Sconta detta Arcana che il suo amico (e fratello in avventure) Hugo Pratt evocava così: «Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Uno in Calle de l’Amor dei Amici, un secondo vicino al Ponte de le Maravegie, il terzo in Calle dei Marrani, nei pressi di San Geremia in Ghetto Vecchio. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite, vanno in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie».

Mi sa che è venuto il tempo di rifugiarsi nelle Corti Sconte, di scappare in posti bellissimi, in altre storie, con i romanzi di Alberto e i fumetti di Corto. Mai ce n’è stato così tanto bisogno.

Martedì

Posta arretrata: «Grazie. È stato lei a farmi scoprire Pierre Lemaitre. Da sabato anch’io volteggio sul suo trapezio. Niente da aggiungere. Lemaitre: Netflix in ogni frase. Ne parli ancora. Saluti, S DiLena».

Eccole un quasi decalogo su Le belle promesse (Mondadori), ultimo romanzo del maestro (nomen omen). 1) Netflix? Io, in ogni frase di Lemaitre, ci vedo Hitchcock. 2) Nessuno come lui aveva ancora raccontato un serial killer, facendone un padre premuroso, un marito malammogliato. 3) Nessuno aveva ancora raccontato il Novecento con l’affabilità degli scrittori (francesi) dell’Ottocento. 4) Mi piace come Lemaitre trasforma all’improvviso Thérèse, la zia nubile simenoniana al di sotto di ogni sospetto sessuale, nel devastante sogno erotico del nipote teenager in piena tempesta ormonale. 5) Apprezzo come, partendo dall’assioma di Hitchcock (ogni storia è sempre la storia di una Bella Donna in Pericolo), Pierre lo moltiplichi in un gioco di specchi che lo riflette all’infinito. 6) Mi piace come il personaggio del giornalista improvvisatosi detective – quello che (come nei libri di Maigret, ma anche come nelle canzoni di Paolo Conte) gira per gli alberghi tristi di provincia, dove si nascondono gli amanti – diventi a un certo punto una figura da tragedia greca. 7) Lemaitre si supera quando ricorda che, con la diffusione popolare delle automobili, nacque il mito di uccidersi al volante della propria macchina come le star del cinema, come James Dean.

E ho pensato a Fred Buscaglione, il più grande personaggio hard-boiled italiano, che morì all’alba del 3 febbraio 1960 finendo con la sua Thunderbird color lilla contro un camion. Lo stesso modo in cui muore Alain Delon in La prima notte di quiete di Zurlini. 8) Ho apprezzato Lemaitre anche come dee-jay delle canzoni di Françoise Hardy (Tousles garçons et les filles de mon âge) che celebravano l’invenzione della giovinezza.

E anche delle canzoni di Petula Clark che celebravano l’invenzione della musica leggera. Musica leggera e giovinezza furono, in quegli anni Sessanta, il correlativo oggettivo l’una dell’altra. Avevo otto anni quando Petula furoreggiava con Chariot. Era inglese, ma cantava in francese e in italiano con dizione oxfordiana. Grande era la confusione sotto il cielo in quel lontano 1962, una confusione bella, fertile, allegra. In una parola: yé-yé.

Mercoledì

Mi sono trasferito a Monopoli, un B&B con piscina. Ottima Corte Sconta provvisoria. Devo solo attrezzarmi per il Martini.

Giovedì

La mail di Dante Matelli sul Mostro di Firenze che avevo annunciato la volta scorsa: «Caro Antonio, sono stato il mostrologo dell’Espresso, si parla di più di 40 anni fa… Ero amico di Renzo Rontini, mangiavamo spesso insieme a casa sua a Vicchio e cazzeggiavamo prendendo qualche aperitivo da Paszkowski in centro. Ma ecco il punto. Ci sorrido ancora. Fui contattato da un tizio di Scandicci che conosceva uno, sempre di Scandicci, che aveva trovato modo di ricavare soldi da quella tragedia.

Aveva inventato un accrocco che carpiva e amplificava i suoni. Lui, guardone professionista, aveva una mappa dei luoghi, degli orari e dei comportamenti delle coppiette (come e cosa facevano e con quale intensità, mi fu specificato, così potevo scegliere). Strisciando sul terreno come un indiano, parole sue, applicava l’accrocco alla carrozzeria, te lo incollava all’orecchio e potevi immaginarti tutto quello che succedeva tra i sedili dentro la vettura.

Non era gratis. Anzi. Il tizio mi disse che alcuni dei suoi clienti venivano da Reggio Emilia e Bologna e c’era la fila. Volevo intervistare il guardone, ma sparirono lui e il suo procacciatore. Peccato. Così scrissi un paio di articoli uguali ad altre centinaia di pezzi che apparivano ogni due per tre sui quotidiani e settimanali».

Ieri

Dante caro, lo conoscevo anche io il Rontini, il padre di Pia, una delle ragazze vittima del Mostro. La più bella, forse. Rontini era stato nostromo e in Danimarca aveva incontrato la stupenda moglie. Ogni venerdì sera, Rontini passava dalla redazione dell’Unità a Firenze. Si fermava sulla soglia della stanza che condividevo con Giorgio Sgherri, il cronista di nera. Chiedeva se ci fossero novità sulle indagini. Giorgio lo portava al bar sotto la redazione e gli faceva il punto della situazione. Una sera Rontini si fermò sulla porta terreo, gli occhi chiarissimi sbarrati. Le novità stavolta le aveva lui. Tirò fuori una foto, una di quelle scattate dalla polizia sui teatri dei massacri. Era di Pia dopo lo scempio. Esisteva un contrabbando di quelle immagini e Rontini, sotto shock, lo aveva appena scoperto. Le ristampavano come fossero la tiratura di una rivista porno di successo e le vendevano.

Come racconti anche tu, Dante, a proposito dei voyeur, fiorì un grande commercio clandestino attorno al Mostro, un indotto. Addirittura più sordido e pauroso delle gesta sanguinose del maniaco.


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