Ci si avvicina a Patrizia Valduga con circospezione. Basta una riga della sua poesia, o della prosa, o delle interviste, per sentire subito il rigore implacabile, il rifiuto assoluto verso ogni forma di compromesso. Eppure, varcando la soglia si resta sorpresi. Dalla dolcezza, l’ironia, la malinconia.

L’hanno definita “reazionaria della parola” – per il legame profondo coi modelli tradizionali ­– e di sé, oggi, dice soprattutto di essere “sola da ventidue anni, triste perché funziono in coppia, come i piedi”. Al di là della corazza austera, la poeta di Medicamenta, Donna di dolori e Corsia degli incurabili non smette di offrire la sua fede nell’istinto poetico e nel desiderio. Sfacciatamente, disperatamente.

Come accade del resto nell’ultima raccolta, Lacrimae Rerum (Einaudi, 2025), dove la rabbia incontenibile di fronte ai massacri di Gaza – da vendicare a suon di droni telecomandati contro i potenti della Terra – sta accanto alla solitudine vissuta in una Milano “capitale immorale”, all’amore perduto (Giovanni Raboni) e alla morte. Anticipata, schernita, inventata. Esiste una via erotica, corporale, all’impegno in letteratura: la poesia civile si scrive con tutti i sensi accesi.

La primavera è il momento in cui la natura si rimettere a desiderare: che primavera è, per lei, questa?

Potrei risponderle soltanto con il notissimo verso di Petrarca: “Primavera per me pur non è mai”. Io sono decrepita, sono nell'inverno della vita: che desideri vuole che abbia? Neanche più li desidero, i desideri... Ma forse esagero. No, qualche desiderio ancora ce l'avrei: per esempio, sentire un Wagner diretto Christian Thieleman, vedere uno Shakespeare con la regia di Thomas Ostermeier, ascoltare la lettura in fārsī delle quartine di Omar Khayyâm, eccetera eccetera eccetera... Forse non sono i desideri che intende lei, ma darebbero una qualche tregua alla mia tristezza.

Lei non pubblica di frequente. Ha detto che “si è poeti, se va bene, tre giorni ogni sette anni”. Nel resto del tempo il suo rapporto con la poesia che forma assume? Cosa ama fare? Scrive altro?

Frase che vale solo per me, naturalmente. La poesia la leggo, la traduco, l'annoto. In questo momento sono alle prese con due traduzioni, Robert Browning e Michael Palma. Tradurre è la mia occupazione preferita, perché mi dimentico di me, esco da me, entro in un'altra mente, penso altri pensieri, sogno altri sogni.

Vorrei chiederle qualcosa sul tema della vocazione. È vero che ha iniziato a scrivere per sedurre un professore? Quand’è che invece ha deciso che la poesia sarebbe stata al centro della sua vita?

Se c'è una cosa che non so proprio fare è mentire; così, siccome pensiamo analogicamente, io credo a tutto quello che mi dicono, e a me non crede nessuno. Lasciamo stare. È vero, è vero, l'ho detto e ripetuto: il primo sonetto l'ho scritto per un professore. Ma non ho fatto nessun esame con lui, lo vedevo spesso, ma l'ho desiderato solo quando fuori della Facoltà di lettere e filosofia di Venezia, l'ho visto davanti al canale fermo a fissare l'acqua. Ho immaginato angosce, tormenti, propositi suicidi…

Già, senza immaginazione non ci sono desideri. Seguivo le lezioni di Francesco Orlando su Mallarmé, e mi sono detta: scriviamo un sonetto come quello in x. “Ses purs ongles très haut dédiant leur onix / l'angoisse...”. E poiché mi ha dato molto più piacere scrivere quel sonetto che accoppiarmi con lui, ho continuato a scrivere sonetti. Ma la poesia è sempre stata con me, davvero. A otto anni avevo imparato a memoria Davanti a San Guido di Carducci, a 13 mi sono innamorata di Bob Dylan, e leggevo Dylan Thomas, iscritta a medicina leggevo Gottfried Benn e molti altri. Poi mi sono passata a lettere, e poi quel sonetto, e poi tutti gli altri, portati a Raboni il 23 gennaio 1981.

Da sempre lei unisce le forme chiuse tradizionali alla materia dirompente dell’eros. Ho pensato che questa tensione ha molto a che fare col desiderio e l’esperienza dell’altro, che è spesso esperienza del limite. Iris Murdoch, su questo, per esempio ha scritto che “l’amore è la percezione degli individui. È il rendersi conto, cosa estremamente difficile, che qualcuno che non è te è reale”. Cosa le ha offerto, o sottratto, dal punto di vista conoscitivo, l’amore?

Se “percezione” non ha un senso che a me sfugge, mi sembra che Iris Murdoch dica molto poco. Chi non “percepisce” l'altro? Solo uno psicopatico, o chi è completamente autistico. Senza contare poi, come ci ha insegnato Proust, che le creature della percezione non sono mai le creature percepite. Penso che l'amore sia ben di più, sia prendersi cura dell'altro, sia anche sacrificare qualcosa di sé per l'altro, e penso che non sottragga mai, ma arricchisca sempre, e che il sacrificio renda più forte la nostra identità.

La sua ultima raccolta, Lacrimae Rerum, è dominata dalla guerra e dalla solitudine: lancia maledizioni contro i potenti della terra, mentre contempla il passare del tempo su sé stessa. Mi racconta come nasce? Fotografa un momento specifico o sono testi accumulati nel tempo?

Dal Libro delle laudi in poi, tutto quello che ho scritto nasce di getto, in pochi giorni. Entro di colpo in una sorta di stato di grazia, che si può definire in tanti modi: un sogno in presenza della ragione, come dice Tommaso Ceva, o l'animo in entusiasmo, come dice Leopardi, o un delirio che sgombra le pazzie, come dice Gravina. Io lo chiamo punto di sella, che per i fisici è il punto in cui due sistemi contrapposti stanno in equilibrio; e questi sistemi sono la logica razionale e la logica dell'inconscio. Pensare e sentire diventano una e la stessa cosa. E davvero questo stato d'animo porta a una gioia pura e perfetta. Come arriva e perché, non lo so. Ma di recente ho fatto un'ipotesi: forse è una grande emozione estetica unita a una grande dolore che tira fuori tutto in una volta.

C’è qualcosa che invece le piace del mondo in cui siamo? Qualcosa che la nutre o l’incuriosisce ancora...

Mi pare di appartenere ancora al secolo scorso. Del presente mi appassiona quello che succede davvero nel mondo, desidero capire perché succede. E non è facile: le nuovissime tecniche di persuasione mescolano così bene il vero al falso...

Emil Cioran ha scritto che “in ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio”. L’ambivalenza non sembra andare molto di moda in questi anni di pensieri rigidi e facili classificazioni: i nostri desideri si sono fatti più esili, più impauriti?

Anche se di grande effetto, la frase di Cioran mi è inutile. Penso che il desiderio non sia ambivalente se non perché sta tra mancanza e possesso, tra memoria e immaginazione. Ricordo una lettura appassionante dei tempi dell'università: Menzogna romantica e verità romanzesca di René Girard. Il primo capitolo è dedicato al “desiderio triangolare”. Vuole sapere cosa dice?

Sentiamo.

Dice che A non desidera mai direttamente B, ma passa attraverso C, che è il mediatore del desiderio. È C il vero oggetto del desiderio, cioè un modello sociale, intellettuale, erotico in cui ci si identifica. Il desiderio è sempre mediato, indotto, mimetico. L'abbiamo ben visto in Flaubert. Poi è venuto Proust a ribadire che sì, l’amore è come lo snobismo, ed è votato al fallimento; però questa sorta di persona supplementare che siamo noi a creare, ci trasforma e vivifica. Per lui il desiderio è la “suprema dolcezza del vivere”. E infine c'è Derrida, convinto che la legge del desiderio è di restare inappagato.

Hanno ragione?

Tutti e quattro. E allora bisogna ascoltare l'istinto. Perché è soltanto per istinto che possiamo sentire l'attrazione. L'attrazione è istintiva e immediata, perché non ha nessun mediatore, e è sempre reciproca. “Ingiustissimo Amor, perché sì raro / corrispondenti fai nostri desiri?”, si chiedeva malinconicamente Ariosto. Davvero, perché così raramente il nostro amore è corrisposto? Ma perché scambiamo troppo spesso per attrazione il desiderio, per bisogno d’amore, a volte patologico, autolesionistico, o per il nostro amor proprio. No, non è mai ingiustissimo, l'amore: siamo sempre noi a essere ingiusti con noi stessi o con gli altri, volendo essere quello che non siamo, o volendo che gli altri siano quello che non sono.

Vediamo chiaramente quanto tutto, o quasi, remi contro la creatività e l’esplorazione introspettiva e artistica: se la sente di dare un consiglio, o anche più di uno, ai giovani autori, per abitare questo tempo senza smarrirsi?

C'è una cosa molto bella che ha scritto Nietzsche al suo amico Franz Overbeck, nel 1887. Una scoperta fortuita in una libreria: i Ricordi del sottosuolo di Dostoevskij... “È stato un caso del tutto simile a quello che mi è capitato a 21 anni per Schopenhauer, e a 35 per Stendhal. La voce del sangue (come chiamarla altrimenti?) si fece subito sentire, e la mia gioia fu immensa”. In tedesco è “der Instinkt der Verwandtschaft”: l'istinto della parentela. Un autore deve sentire questa “voce del sangue”, riconoscere per istinto i suoi parenti, e non dovrebbe aver bisogno di consigli. Anche perché io gli consiglierei quello che risponde alla voce del mio sangue, non del suo. Si potrebbe dire anche poeticamente, con Ovidio: “Est deus in nobis, agitante calescimus illo”, che Canali traduce “v’è un dio in noi, e il nostro fervore creativo nasce dal suo impulso”, ma io preferirei “c'è un dio in noi, ci accendiamo al suo sprone”. Ma i giovani autori non sentono né sangue né dei: vanno a farsi una flebo ai corsi di scrittura.

In un’intervista ha raccontato che uno psicoanalista una volta l’ha definita “una persona costretta dall’angoscia a rappresentarsi”: cosa intendeva?

Veramente non l'ho mai capito. Però è successo recentemente che un critico mi ha presentata pubblicamente come una persona che si atteggia. Ma io non mi atteggio, sono come sono, e sono sempre stata come sono. Sa cosa ho risposto a una giovane aspirante poetessa che mi ha domandato come avevo fatto a “emergere”? Le ho detto: “Non sono mai stata sommersa”. E questa è la pura e semplice verità. Sono sincera e non mi si crede, sono spontanea e mi si vede “atteggiata”, sono buona e mi dicono cattiva. Potrei dire anch'io, come Gabriele d'Annunzio, che non sono capita da nessuno, che sono di un'altra razza e di un altro pianeta... Ma non lo farò, perché non ho né il suo genio né il suo orgoglio.

Fondamentale è stato il suo sodalizio letterario e sentimentale con Giovanni Raboni: cosa sente di portare ancora con sé, di lui, come poeta e come persona?

L'amore e la stima che ha avuto per me mi tengono in vita, e mi danno energia quando la vita sembra quasi andarsene via da me. Mi ha lasciato un capitale di amore inesauribile: per tutto il bello – nella letteratura, nella musica, nell'arte, nel teatro, nel cinema, nella critica – per tutto il bello che ha un fondamento etico. Passione per la realtà e impegno etico: tutto il vivo e il vero di cui ha lasciato testimonianza, sono sempre con me, sono dentro di me, sono la mia forza e la mia fortezza.

In Lacrimae Rerum torna l’insofferenza verso la Milano di oggi e il progetto di tornare a Venezia, città della giovinezza. L’ha fatto davvero?

Ancora? Se non mi si crede come persona, mi si creda almeno come poeta. I poeti vanno presi alla lettera, dice Raboni. Qui a Milano ormai sono troppo sola. Anche quando c'era Raboni avevamo pochi amici. I mondani non ci invitavano perché ci credevano troppo riservati, e i riservati non ci invitavano perché ci credevano troppo mondani. Se penso al mio ingresso nel mondo letterario, quante calunnie, quante cattiverie, soprattutto da donne... Le piccole perfidie di Elsa Morante, Inge Feltrinelli, Lea Vergine non le riesco a dimenticarle... Ma ricordo pure con devota e riconoscente ammirazione la generosità di Laura Betti e di Giovina Volponi. Adesso mi sento, e sono, angosciosamente sola. Ma non voglio ricominciare a fare l'incompresa... A dirla tutta, anche Raboni era visto tutto all'incontrario di com'era: lo credevano superbo ed era umile, lo credevano egoista e si faceva in quattro per tutti... Mi faccia smettere, per carità.

Qual è, per lei, l’autore più abile nel mettere in parola il desiderio?

Ah, non ho dubbi. È l'autore che ha detto: “La mia lingua mi appartiene come il più profondo dei miei istinti”. Lui, Gabriele, Gabriel, Gabri, Ariel: il Magister Deliciarum, il maestro delle voluttà, il Giovane eterno, il sensualissimo, il desiderantissimo Gabriele d'Annunzio. Persino quando sembra che non desideri, si sentono le radiazioni della voluttà: “Voi non mi amate, ed io non vi amo: Pure / qualche dolcezza è ne la nostra vita / da jeri: una dolcezza indefinita / che vela un poco, sembra, le sventure / nostre e la fa, sembra, quasi lontane”. Si diceva “puro e innocente, candido e semplice”; diceva “infinita è la mia innocenza".

Lui non desiderava corpi, desiderava il piacere di “mangiare e gustare un'anima”. Solo quando l'anima gustata non aveva per lui più nessun mistero, se ne stancava e ne desiderava un'altra. E non ha mai smesso di essere così, neppure nella sua vecchiaia “tragicamente primaverile”, quando era il “triste custode” del Vittoriale. Ma sa che lì, al Vittoriale, aveva intorno spie avvelenatrici?... L'ho scoperto da poco. Era un personaggio troppo noto e troppo libero. Aveva definito Hitler “un pagliaccio feroce”, lo chiamava l'“Attila imbianchino”. Prima lo amavo, adesso lo adoro.

E lei dove ritiene invece, tra i suoi lavori, di aver esplorato in modo più intenso o radicale questo tema?

A me pare di non aver esplorato un bel niente.


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