La raccolta di racconti Quando Pinocchio non c’era (Sellerio), curata da Antonio Manzini, è una serie di ipotesi sul romanzo di Carlo Collodi. Che ci ricorda che la letteratura non è una statua, ma una conversazione
A chi gli chiedeva cosa fosse una fiaba, Gianni Rodari rispondeva che è il luogo di tutte le ipotesi. Da un’ipotesi – anzi: da tante ipotesi diverse – nasce Quando Pinocchio non c’era, raccolta di racconti fiabeschi edita da Sellerio, in libreria dal 15 settembre.
Quando Pinocchio non c’era è un titolo ma è anche un insieme di domande. È un caleidoscopio puntato sul classico di Carlo Collodi: chi era la volpe, prima dei malaffari con il gatto? Chi sarebbe stato Romeo, se non fosse stato anche e sempre (un) Lucignolo? Pinocchio doveva morire? E chi può deciderlo?
Rispondere è solo un fare ipotesi. Ma è dalle ipotesi che nascono le fiabe. E come sottolinea il curatore Antonio Manzini (a cui si deve anche l’arco di caduta dei villain Lisandra e Donato, aka Il gatto&La volpe prima di diventare un duo indistinto), ogni riscrittura ci ricorda che Le avventure di Pinocchio non è una statua, l’Odissea non è una statua, Orgoglio e pregiudizio non è una statua. La letteratura non lo è. È una conversazione. E inizia dando un nome alle cose.
Una forma d’amore
Le scrittrici e gli scrittori di questa raccolta sembrano concordare su un fatto: amare è dare un nome, nominare è una forma d’amore.
Sembra saperlo Maurizio Maggiani quando racconta di un figlio che confonde i soprannomi con i nomi (fino a ignorare quello di sua mamma), e che poi perde sé stesso – e il suo «nome d’amore» – a causa di un soprannome. Lo sa Beatrice Masini, che dietro a un nome incongruo scopre il dolore e la solitudine del Pescecane, e quindi il dolore di non sapere chi siamo – solo insieme agli altri lo scopriamo. Solo se qualcuno ci vede e ci riconosce. Un bambino, magari. «I bambini – scrive Masini – a differenza dei grandi, hanno l’abitudine di prendere tutto sul serio». Sono scrittori: sanno nominare. E a volte si chiamano come l’autore di Moby Dick.
Lo sa Manzini quando dona alla volpe un nome di libertà. Lo sa il narratore del racconto di Remo Rapino: «Il soprannome fa carta d’identità dalle parti mie». E lo dimostra bene Fabio Stassi, quando oltre al nome – Giuseppe – e al soprannome – Geppetto – scrive un cognome: Nocentini. «Lo si dava ai minori affidati agli istituti di carità. Ai senzafamiglia».
Gotica malinconia
C’è tanta sofferenza in queste storie. E del resto, come potrebbe non esserci? Doloroso è anche il classico da cui partono: un libro «cupo e spietato» lo definì lo scrittore Giorgio Manganelli. Eppure, come nell’opera collodiana, c’è una tonalità ironica – potremmo dire “toscana” – di raccontare la fatica di esistere. C’è la serietà del gioco dei bambini – anche quelli ormai invecchiati: «Anche lui ne aveva fatte tante di monellerie – scrive Gessica Franco Carlevero, riferendosi a mastr’Antonio – con le sue birbe d’amici anni addietro. Soprattutto con Geppetto, come si divertivano ad acciuffarsi, sbertucciarsi e ridere come pollastri, prima che l’altro si perdesse nelle sue idee strane».
Questa mistura di malinconia e avventura ha effetti gotici. L’architettura dell’opera – che ha inizio con il racconto di Valeria Parrella e termina con quello di Melania G. Mazzucco – ha uno slancio verticale. Parte da terra, tra le uova e il cuore di un grillo, e termina fuori dalla storia, sopra il romanzo. Dopo Pinocchio: dove «le fate non esistono» e il protagonista è solo Carlo, uno scrittore. In mezzo, tante voci autoriali differenti inseguono la stessa traccia: cosa succede quando si stravolge la gerarchia dei personaggi? Lucignolo può essere «l’eroe della sua vita»? Chi si offenderà se lascerò a Mangiafoco la ribalta?
Sul frontespizio del racconto di Rapino ci sono quattro versi di un canto popolare: «Io canterò la vita strapazzata / di chi alla macchia va per lavorare. / Vita tremenda, vita tribolata, / chi non la prova non può immaginare». È Il lamento del carbonaio. Quel carbonaio è Bastiano, forma aferetica di Sebastiano. Un altro nome nuovo per una storia vecchia. Nel romanzo collodiano, Mangiafoco: un soprannome che fa carta d’identità. Bastiano sa amare – e commuoversi, ma questo si sapeva: «Mi rivengono i nomi dei compagni, tutti i nomi, quasi fossero le pagine di un registro delle anime». Sa cantare le sue fatiche. Ed è stato, a sua volta, bambino (e nei bambini «battono cuori difficili»). Quasi fosse un bambino, subisce il fascino dei burattini. Meno, quello degli umani. Come Geppetto, si immagina padre. Ed è solo: «Nella vita sua né parenti, né vicini, solo alberi, fantasie e burattini».
Così, in questo mosaico letterario, il ciocco di legno è ancora al centro: «I burattini, a differenza degli uomini, fanno meno male al mondo e se fanno del male non lo fanno apposta. In fondo sono solo anime di legno, di stoffa, di fantasie». Che a volte diventano bambini veri.
Per Italo Calvino un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Gli autori della raccolta si avvicinano a un immaginario che li precede senza perdere la loro specificità letteraria – e così dimostrano che questo “dire” può uscire dai margini del classico. Le riscritture non sono creature ancillari.
© Riproduzione riservata