Abbattere i padri, senza ucciderli, anzi, restituendo loro vita: è il centro di John figlio di John (Mondadori), il nuovo libro dello scrittore scozzese, ambientato in un’isola delle Ebridi e che affronta dinamiche familiari complicate dentro una comunità bigotta
Ogni romanzo ripone la domanda: che cos’è il Romanzo? Il genere, se così possiamo chiamarlo (non è accertabile in modo universale, infatti, il momento del concepimento), ha tanto degenerato nei secoli, nelle lingue e nelle teste degli scrittori che riconoscere i legami di consanguineità tra gli innumerevoli parenti è più atto di fede che di constatazione.
Se – come sospetto – il genere è comparso per dibattere l’idea di potere, con tutto quello che il concetto di potere implica (fondazione di modelli di individuo, difesa delle libertà di quello, studio dei rapporti gerarchici – da Dio in giù – che limitano i suoi spazi e le sue azioni etc.), e per contestare certe rappresentazioni e certi rappresentanti del potere (o strapotere), allora, è giusto che sia così, cioè che i parenti talvolta manco si rivolgano il saluto. Il genere non può non contestare pure se stesso. E ogni volta che riardisce farsi avanti deve ricominciare da zero, cioè rimotivarsi, rilegittimarsi e convincerci che abbiamo ancora bisogno di lui e che stavolta ce la metterà tutta perché gli lasciamo carta bianca.
Il principio fondamentale
Benché le mutazioni, la varietà dei modi e degli stili, la diversità dei tipi umani, le morti e le resurrezioni di cui si è sostanziata la storia del Romanzo non trovino abbastanza spazio neppure nella biblioteca di Babele, a un principio il Romanzo sembra non aver mai voluto rinunciare: l’idea di realtà. Ridete? La realtà non esiste, direte. O meglio: la realtà chi la capisce? Esatto.
Proprio per questo va postulata. Qualcuno la postula per negarla, qualcun altro finge (certo che finge) che esista bell’e pronta là fuori, che sia un dato oggettivo non meno di una montagna o di un rumore. L’oggetto, invece, è sempre, pur in gradi diversi, una rappresentazione del soggetto, nelle scienze come nella letteratura.
Alla fine, pertanto, non c’è una effettiva differenza tra Charles Dickens e James Joyce, tra Alessandro Manzoni e William Faulkner: sono tutti realisti. Basta che uno prenda uno spazio, un tempo e un gruppo di individui, e tenti di collegarli attraverso le più varie combinazioni, e il gioco è fatto.
Ecco il romanzo: la menzogna che si spaccia per verità e che, purtuttavia, qualcosa di necessario insegna, ovvero che l’essere umano è costruzione sociale, sia dentro sia fuori della pagina. Se spazio, tempo e individui sono puramente fantastici, hai la fantascienza. Sennò, cadi nell’illusione referenziale o naturalistica. Leggo Parigi e penso che si parli della Parigi dove sono stato anch’io una volta o due. Leggo Bovary e penso di esser davanti a una persona che abbia quel nome.
L’illusione referenziale è costantemente messa in crisi da questo o quello scrittore. Ed è costantemente riaffermata da questo o quell’altro. Insomma, non muore mai; è il volto più ricorrente di quel Proteo che è il genere romanzesco. Perfino in anni come questi ha il coraggio di circolare. È il romanzo alla terza persona: quello che neanche per un momento ti dà l’impressione di entrare nel tinello o nella camera da letto dell’autore. Quello che, anzi, ti fa dire: e l’autore dove le ha imparate tutte queste cose che non provengono dalla sua vita? Il romanzo “documentario”.
Il romanzo purtuttavia tranche de vie. Il romanzo sistema di contrasti, dove le azioni e le descrizioni (e il lavoro, i bisogni materiali, la politica, la religione, il sesso) contano più delle riflessioni e delle ipotesi metaforiche, e il lettore finisce per usare assai poco la matita per sottolineare frasi suggestive che gli accendano la fantasia.
Lo scienziato
Lo scozzese Douglas Stuart, cinquantenne, di questo tipo di romanzo è un maestro, fin dal primissimo Vita di Shuggie Bain. Nel recente John figlio di John (molto ben tradotto da Carlo Prosperi per Mondadori) procede da vero scienziato della composizione realistica: sceglie un’isola e ci cerca una storia. L’isola è molto isolata e molto isolana, ideale, dunque, a servire da tavolo anatomico o da lente del microscopio. Si chiama Harris e appartiene all’arcipelago delle Ebridi Esterne. Lontanissime, difficili da raggiungere.
Per protagonista sceglie un giovane uomo, poco più che ventenne, gay (ahia). Lo chiama John, come il padre, ma lo rinomina Cal, perché non ci confondiamo (ma ci sarà pure una buona ragione perché i due debbano chiamarsi allo stesso modo, a parte le convenzioni patriarcali del luogo), e lo riporta a casa dopo che ha terminato gli studi all’Accademia d’Arte di Edimburgo.
Casa significa fattoria; e significa padre solo, piantato dalla moglie, allevatore di pecore e tessitore, e nonna materna (sì, materna, la suocera), massaia, vecchia e vispa. La madre esiste, ma vive da anni, non lontano, con il fratello del marito, ormai malato, e con le figlie che ha avuto da lui. La situazione familiare, come già questo poco mostra, è complicata. La comunicazione tra i vari elementi, tra l’altro, non è affatto lineare. Si aggiungano pure il bigottismo dell’intera comunità che circonda questa triste famiglia e di cui John è un pervicace difensore.
Il ribaltamento
Ce n’è abbastanza per un racconto teso e frastagliato, che, rinnovando nell’autore di pagina in pagina la fiducia nella dicibilità di cose e sentimenti, esplori tensioni, silenzi, ipocrisie, alleanze segrete, sogni d’amore, rimpianti, speranze, sacrifici, inganni, e dipinga personaggi indimenticabilmente dinamici e ambigui, da cui sarà penoso, alla fine, separarsi.
John, il daddy, è una meraviglia di contraddizioni. Manesco, religioso, possessivo, rabbioso, chiuso, sexy, attraversa la lunga narrazione con inossidabile, indecifrabile fascino. Credo che il protagonista sia proprio lui, benché a Cal spetti una Bildung da picaro.
I due, a ogni modo, non si possono considerare solo individualmente, poiché il rapporto padre-figlio è centrale. E qui Stuart si rivela particolarmente originale, perché il paradigma tragico, valido per millenni, risulta ribaltato. Cal, infatti, non paga per le colpe di John, ma addirittura gli offre una seconda concreta possibilità (non dico quale, perché dovete scoprirlo con la lettura).
Chissà se nella vita va mai così. Io, per quanto ne so, tenderei a dire di no. Ma il Romanzo arriva anche a questi ribaltamenti. Fatto per contestare i padri, dimostra di saperli abbattere talvolta senza ucciderli, anzi, restituendo loro vita, perché i primi a soffrire della loro prepotenza sono i padri stessi. Il dolore è ancora tanto, tutto quello già inflitto, incancellabile, ma d’ora in poi, grazie ai figli, sarà un po’ meno.
John figlio di John (Mondadori 2026, pp. 480, euro 23) è un romanzo di Douglas Stuart
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