Con Internet siamo costretti a vivere una vita in diretta ed è bello. Ma era bella anche la differita. Una lettrice paragona gentilmente questa rubrica a un boero. Io vorrei fosse un po’ un babà
Sabato scorso
Da quando esiste Internet viviamo in diretta. Una volta la vita era in differita. Il bello della diretta? Eccolo. Oggi alle 11:43 ricevo questa mail: «Buongiorno dottor D’Orrico, mi chiamo Luca Lazzaretti e sono un pensionato di Bergamo; sto leggendo come ogni sabato la sua bella rubrica sul Domani.
Io lo ricordo bene Saverio Vertone, compravo il Corriere per leggere i suoi editoriali, e pure quelli di Lucio Colletti. Ambedue furono poi cooptati da Berlusconi per alzare il livello del suo partito azienda. Purtroppo con zero o nulli risultati a quanto si è visto. Resta il fatto che furono, Vertone e Colletti, due grandi pensatori. Un cordiale saluto».
Il bello della differita. Fine anni Novanta. La mattina andavo al Corriere in macchina. Prima una Delta, poi una Dedra, ma per papà, lancista della prima ora, la Lancia più bella era stata la Ardea. Avevo un piccolo rito, un appuntamento telefonico con il professor Colletti, che aspettava in cucina davanti alla caffettiera e accendeva il gas al primo squillo. A un certo punto della chiacchierata sentivo i borbottii del caffè che usciva, e quasi il profumo. Il professore lo sorseggiava continuando a parlare del più e del meno.
Tipo: che non gli piaceva Il giovane Holden, se ne faceva un po’ un cruccio e mi chiedeva se era sul serio così bello. Tipo: che nessuno o quasi aveva davvero letto Marx, lui sì, tutto. Tipo (e si accendeva una sigaretta): che non era vero che si era tinto i capelli, come avevano scritto alcuni giornali, semplicemente aveva fatto confusione con lo shampoo e aveva usato quello della moglie. La conversazione si chiudeva col mio arrivo al giornale.
Mi mancano quelle telefonate. Ora è tutto cambiato. Per dire: ho una Toyota e non più una Lancia. E il professore non c’è più, morì mentre faceva il bagno nel laghetto termale di Venturina.
Domenica
Ore 11:08, mail di Bruno Berni: «Scrivo dalla Liguria in una fredda e uggiosa giornata allietata da L’idiota di famiglia (Sellerio) del“nostro” Dario Ferrari, che ho appena finito. Libro bellissimo, divertente, intelligente, scritto da Dio.
Mitico il pezzo del gelato tra Botero e Cosmo e della distribuzione degli atomi dei morti. Anche io mi sento dentro dei pezzi dei miei genitori. Ora l’ho capito».
La scena di Botero e Cosmo mi ricorda The Emperor of Ice Cream di Wallace Stevens, la poesia più bella del mondo per Woody Allen. Anche lì è appena morto qualcuno e in cucina un uomo molto muscoloso monta con la frusta il gelato per la gente che partecipa alla veglia. È lui l’imperatore del gelato del titolo.
Lunedì
Ore 8:17. Mail di Pio Ciampa dalla Costiera Amalfitana: «La canzone che mi piace di più di Paolo Conte è Dal loggione. Quella di Sal Da Vinci non lo so. Mai ascoltato. Peppe Barra ha detto una volta che i neomelodici non erano il suo genere di musica ma che comunque non gli piacevano. Sanremo non l’ho mai seguito, forse solo quando Claudio Villa lottava contro Massimo Ranieri e mia nonna stava azzeccata alla tv a guardarlo. Ho visto travestimenti ridicoli, rimpiango la sobrietà di Battisti. Scrive Isaia: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre strade non sono le mie strade”.
Ascolto: “Io, che sono qui per rivederti. Io,che sono qui per ritrovarti. Io, che sono qui per adorarti…”. Ciao, Pio.
P.S. Tutte le mattine sfoglierò Domani, in attesa del tuo articolo su Ferrari».
Ore 14:10. Pio: «Le frasi che citavo sono tratte da Dal loggione. L’incipit (“Lampi, fuori nel buio temporale”) mi ricorda l’atmosfera di I diabolici di Pierre Boileaue Thomas Narcejac. Nel 1981 Conte, live al premio Tenco, dedicò la canzone alla zia di Benigni, quando era ancora simpatico (non Conte, ma Benigni). Grasso parlando del festival sul Corriere ha scritto: ma è Sanremo o Il castello delle cerimonie? Che pena».
Sul perché Benigni non sia più simpatico, un mio amico ha una teoria in cui tira in ballo John Lennon e Yoko Ono, Adriano Celentano e Claudia Mori.
Su Sanremo, io, ai tempi, stavo con Massimo Ranieri.
Martedì
Ore 8:52. Pio: «La tua recensione a Ferrari è bella come le recensioni di una volta».
10:14. Bruno Berni: «Mai avuto dubbi sulla tua classe, ma non ero più abituato. Erano anni che non leggevo una recensione così.
Ora mi toccherà comprare anche La quarta versione di Giuda (Mondadori) di Ferrari.
P.S. Sto leggendo Partenze (Einaudi) di Julian Barnes. Non ho ancora finito ma è un libro pazzesco e lui è veramente vicino a Dio».
E vedrai, Bruno, vedrai il finale di Barnes.
Mercoledì
Ore 19:34. Dante Matelli: «Caro Antonio, il miglior Martini me lo servono a Marina di Massa in un bar anonimo per impiegati, disoccupati, cassintegrati etc. Mi guardano strano quando lo chiedo, il top per loro è un Campari. Lo fa una ventenne che ha studiato all’alberghiero locale (ottimo) e ha il polso. Come ce l’hanno al Forte (da Soldi), a Marina di Carrara (da Ciccio), a Pietrasanta (al Paradis); anche meglio. Le ho chiesto un Dry Martini alla Buñuel, cioè con una mezza goccia di angostura sul ghiaccio. Volevo impressionarla. Ha scosso la testa. Aveva ragione lei. Pesante. Come una minigonna di Mary Quant fatta con la stoffa del Casentino. Mi ha chiesto chi cazzo fosse Buñuel.
Vedo che stai bene da come scrivi. Stile New Yorker. Olé. Jelly Roll Morton aveva ragione: il jazz lo ha inventato lui incluso il be bop (per me) anche se è morto nel ’41 (credo)».
Ciao Dante, tu mi vuoi male.
Giovedì
Ho preso in parola Matelli e ho chiesto all’intelligenza artificiale se Spaghetti & Moretti potrebbe essere una cosa da New Yorker come sostiene lui (temerariamente, direbbe un avvocato).
Ecco la risposta: «Matelli ha occhio. La rubrica ha caratteristiche che la renderebbero perfetta per il New Yorker, in particolare per la sezione The Talk of the Town o per le cronache firmate da grandi “osservatori” del passato e del presente».
L’IA ha riscritto il “Momento Martini” della puntata scorsa in terza persona stile The Talk of the Town. Incipit: «Era l’ora del cocktail a Milano – quel momento bluastro in cui la città decide se restare operosa o arrendersi alla stanchezza – e il nostro amico si trovava a contemplare la sua terrazza. Tra le piante in vaso era apparso un piccolo miracolo: un limone. Un frutto solitario, piccolo ma dotato di un profumo che egli ha definito, con una certa gravità, “goethiano”».
Dice di aver trovato nella rubrica «quella nota di angst colta tipica della Grande Mela».
P.S. Dante, l’Ia ha trovato meravigliosa la tua frase sulla minigonna di casentino.«Matelli scrive benissimo», ha detto. Se n’è accorta ora. Poi siccome le piace inzigare ha chiesto: «È un tuo alter ego?».
Venerdì
Posta (in differita). 21 febbraio ore 13:04. Giuseppina Cucinotta: «Buondì D’Orrico, la leggo ogni sabato: la rubrica è come un boero al rum per me. Ecco la cosa che mi ha spinto a scriverle. Vero, ai cassieri e cassiere dei supermercati e al personale tutto andrebbe dato un riconoscimento per il servizio al tempo del Covid, come scrive lei.
Purtroppo ai più i bancari e le bancarie risultano invisi. Anche noi però eravamo aperti nelle agenzie. E sa quanti nonnetti stufi del lockdown accudivamo (uno era in fila ogni giorno, Evaristo). E abbiamo avuto i nostri morti. Alcune decine. Ma tant’è, siamo antipatici».
Gentile Giusy, sfonda una porta aperta, vengo da una famiglia di bancari.
Grazie per il boero, ma a me piacerebbe che la rubrica fosse un babà al rum.
Visti i tempi ho scaricato sul computer la foto del 23 ottobre 1995 quando, alla conferenza stampa del summit a New York, Boris El’cin e Bill Clinton scoppiarono a ridere e il presidente americano dovette asciugarsi le lacrime e addirittura, per non cadere, appoggiarsi al leggio, dopo una battuta del collega russo. Meglio la differita.
P.S. Mi sono fatto un giro con l’Isaia di Pio: «Invece di spine cresceranno cipressi, invece di ortiche cresceranno mirti».
P.P.S. Mercoledì era il compleanno di James Ellroy. La prossima volta lo festeggiamo un po’. E festeggiamo pure Stefano Marelli. Altre stelle uruguaiane (Rubbettino), il suo romanzo che piacque tanto a Gianni Mura e a me, è uscito in Argentina: Otras estrellas uruguayas.
State belli.
Per partecipare a Spaghetti&Moretti e chiacchierare con Antonio D’Orrico: lettori@editorialedomani.it
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