Domenica scorsa

Fantozzi non morirà mai. Ieri pomeriggio, di ritorno a Milano, ho fatto un salto al supermercato per comprare generi di primissima necessità: gin, Martini dry (che non si trova più: Il giorno che sparì il Martini Dry è un titolo), caramelle Elah. Mentre pagavo, ho pensato che nessuno ha mai dato una medaglia al valore alle cassiere, ai cassieri e a tutto il personale dei supermercati per l’eroico comportamento ai tempi del Covid. Uscendo, l’occhio mi è caduto su un manifesto promozionale che diceva: «Raccolghi i bollini». Sic e supersic.

La sera a San Siro per Inter-Juventus.

No comment.

Lunedì

Posta. Scrive Calogero Barranco da Bellano (Lecco): «Ho letto del suo apprezzamento per il romanzo di Ian McEwan Quello che possiamo sapere e delle aspettative riposte su Partenze di Julian Barnes, sua prossima lettura. Li ho letti entrambi e li ho molto apprezzati.

Nel primo l’autore ha mostrato come in un futuro distopico, o forse non poi così tanto, si possa conservare il bisogno di far rivivere la poesia.

Nel secondo ho apprezzato la capacità di scrivere di sé stessi senza compiacimenti e soprattutto utilizzando una scrittura superba.

In ambedue i casi, un’ottima traduzione.

Grazie per la sua sempre interessante e piacevole pagina sul Domani del sabato».

La traduttrice è la stessa: la grande Susanna Basso. Un applauso.

Scrive Bruno Berni: «Non ho comprato Partenze di Julian Barnes perché su di lui ho un po’ di perplessità. McEwan è di una continuità pazzesca, Barnes alterna capolavori come Il senso di una fine a libri meno riusciti».

Barnes non si tocca. Partenze ha raggiunto al primo posto nella mia classifica dei libri recenti Quello che possiamo sapere.

Bar Sport. Bel pezzo di Francesco Battistini sulla trionfatrice delle Olimpiadi. Incipit: «La Tigre e la neve si guardano feroci». Per me Federica Brignone è una specie di Anita Garibaldi, ha quella tempra lì. Mai amato, invece, Sofia Goggia. Troppo social, troppo plateale, troppo attenta alla “comunicazione”, alla “narrazione” e a tutte quelle menate propagandistiche social e parasocial. La neve è silenzio.

Bar Sport/2. Sul casus belli del giorno (il calciatore-cascatore Alessandro Bastoni) si sprecano i commenti. I peggiori li fanno Enrico Letta (ex segretario del Pd, il più presuntuoso nella storia del partito), Ignazio La Russa (presidente del Senato o, forse, del Suonato?) e Roberto Saviano (un tifoso del Napoli). Bastoni ha sbagliato a simulare e a gioire del bottino raccolto con la sua furbata (l’espulsione del candido Kalulu). Il resto sono chiacchiere e tabacchiere di legno che il Banco di Napoli non prendeva in pegno, come recitava lo slogan di quell’antico istituto di credito. I romanzi, diceva Alberto Arbasino, non possono essere equosolidali. Nemmeno il calcio, per carità.

Rassegna Stampa. Resto stupito vedendo che in una intervista sul Corriere della Sera a Luca De Michelis, responsabile della Marsilio, non si dica una parola su Jacopo De Michelis, che dei successi della casa editrice veneziana è stato storico protagonista (si pensi alla fortunatissima collana gialla, con Mankell, Larsson e gli altri). Jacopo è poi diventato autore in proprio con due noir d’eccezione (La stazione e La montagna nel lago). Luca e Jacopo sono cugini, come Gastone e Paperino. Che ci somiglino un po’ anche come caratteri? Io l’intervista l’avrei fatta su questo.

Martedì

Da quando, un pomeriggio di agosto di tantissimi anni fa, bevvi una (forse due, ma non più di tre) birra artigianale inglese con lui – che non era ancora famoso, non ancora autore del Pappagallo di Flaubert, e scriveva di tv sull’Observer – Julian Barnes è rimasto come una radio accesa a basso volume su tutte le scrivanie della mia vita.

Il posto era il Black Friar, il pub salvato negli anni Sessanta dalla demolizione grazie alla campagna lanciata da un poeta, non lontano dall’omonimo ponte dove poco tempo prima avevano trovato impiccato il banchiere Calvi. Location alla Barnes, direi.

Nei giorni scorsi, sulla mia scrivania, Radio Barnes andava a tutto volume, non faceva più da sottofondo. Partenze è il “lungo addio” più bello dai tempi di Chandler. E ha il finale più potente, sconvolgente, tenero e affettuoso mai scritto. Leggere per credere.

Mercoledì

Scrive Sergio Toffetti: «L’ha mai visto A mosca cieca di Romano Scavolini? Esordio di Carlo Cecchi al cinema nel 1966. Nouvelle vague all’italiana in purezza».

Mai sentito parlare. Faccio subito una ricerca.

Giovedì

Somigliava a Jean-Paul Belmondo, Carlo Cecchi, in quel film. Aveva vent’anni e portava gli occhiali (per esigenze di copione?) e il trench (quello l’ha sempre portato).

Ho trovato e visto qualche spezzone di A mosca cieca di Scavolini, il film maledetto del cinema italiano. Durava all’origine sei ore; fu ridotto a poco più di una. Piacque da pazzi a Giuseppe Ungaretti, ma la commissione per la censura lo proibì. Laura Troschel, l’attrice protagonista, mostrava per pochi secondi un seno (un bel seno, se si può ancora dire). Il regista, che era di Fiume e aveva fatto anche lo scaricatore di porto, non volle tagliare la scena. Il film non fu savonarolamente bruciato, ma condannato all’ergastolo, rinchiuso in uno sgabuzzino del ministero dello Spettacolo. Magari è ancora lì.

Cecchi fu segnalato al regista dal poeta Valentino Zeichen, anche lui di Fiume, mio vecchio amico, e avere scoperto questa cosa mi ha commosso. A Zeichen, quando ci sentivamo al telefono, recitavo sempre la poesia di Pascoli: «Oh! Valentino vestito di nuovo, / come le brocche dei biancospini!». E lui rideva.

Torniamo al film invisibile. Scavolini voleva fare una pellicola alla Godard, alla Joyce e alla Beckett. Troppa carne al fuoco? Comunque sia, per quello che ho visto, Carlo se la cavava come sempre alla grande in questa parte da Leopold Bloom vagante e stravagante per le periferie di Roma più pasoliniane. Il modello è il Belmondo di Fino all’ultimo respiro uscito sei anni prima. Ma Carlo dà al personaggio il tocco tutto suo del “giovane arrabbiato inglese (e napoletano)”.

Ora dovrei accennarvi la trama di A mosca cieca (bel titolo!). Bel problema. Chiedo un supplemento di indagine. Anticipo soltanto che rispetta alla lettera l’assioma godardiano (che probabilmente è la traduzione cinematografica del nodo gordiano): «In un film tutto quel che serve sono una ragazza e una pistola». (Fine prima puntata – continua).

Venerdì

Scrive Laura Ceriani: «Ci ha raccontato della sua devozione per Carlo Cecchi; nel caso non l’avesse ancora letto, le giro questo articolo che ho trovato oggi su Doppiozero.

Ne approfitto per ringraziarla della sua rubrica, che mi fa chiudere la settimana sempre in letizia, e di questi tempi non è cosa da poco».

Già, che tempi. Le ultime parole della sua mail, cara Laura, mi hanno ricordato una cosa che avevo dimenticato. Quando ero poco più che un bambino mandai alla Domenica del Corriere una di quelle che si chiamavano, mi pare, “Cartoline del pubblico”, ed erano barzellette, freddure, battute inviate dai lettori al glorioso settimanale, che, tra l’altro, le ricompensava lautamente. Io ne spedii una dedicata all’arte moderna (come tutti i bambini ero un reazionario fottuto). Diceva: «O tempera, o mores». Non era farina del mio sacco, l’avevo rubacchiata a qualche adulto. La Domenica la pubblicò e mi pagò anche (era proprio un’altra epoca). Non ricordo quale fu il compenso: mille, diecimila lire?

Scrive Corrado Eugenio Mannini: «Ha citato le poesie-epitaffio dedicate ai cani. Non stravedo per il Pasolini poeta ma Comunicato all’ANSA (Un cane), tratta da Trasumanar e Organizzar, è secondo me bellissima, oserei dire stupenda. Un saluto e Forza Inter».

No, Forza Inter proprio no, al momento. Mi ha preso per il presidente del Suonato?

Sulla serie di poesie pasoliniane in forma di comunicato all’ANSA, ci tornerò perché lo spazio è finito.

C’è posto soltanto per qualche titolo in morte di un grandissimo attore: «Farewell to a godfather of Hollywood» (DailyMirror); «Adiós a Robert Duvall, el mitico Tom Hagen de “El Padrino”» (La Vanguardia); «An actor’s actor» (New York Post).

An actor’s actor. Come Cecchi.


 Per scrivere ad Antonio D’Orrico: lettori@editorialedomani.it

© Riproduzione riservata