Il marito era malato di Sla, e si dovette lasciare morire con uno sciopero della fame e della sete. A 19 anni da quel giorno, Maddalena Soro sente di dover ricominciare a raccontare la sua storia: «Perché ancora non c’è una legge sul fine vita. Quando ho saputo del suicidio di Pippo Di Marca ho tirato un pugno. Non si può essere costretti a morire così.I politici? La maggior parte non è umana. Ci ha aiutato solo Cappato». E rivela: il papa tedesco inviò il vescovo a parlare con mio marito, aveva un messaggio importante per lui
«Quando ho saputo del suicidio di Pippo Di Marca ho stretto i denti, ho tirato un pugno dove è capitato. Per quale motivo le persone sono costrette a decidere cose così orrende? Per non essere aiutate ad andare via, a decidere di sé, della propria vita nella serenità. Chissà quando quell’uomo ha deciso, chissà quando ha mandato tutti a quel paese, avrà detto “perché devo stare ancora a massacrarmi il corpo”. Con Nuvoli era così. Il corpo andava via, ma la testa era sempre fresca e il cervello funzionava a meraviglia». Maddalena Soro, una donna fortissima, è stata, cioè è la moglie di Giovanni Nuvoli. Sono passati diciannove anni dal giorno in cui suo marito si è lasciato morire.
Giovanni era algherese, rappresentante di vino dell’algheresissima Cantina sociale di Santa Maria La Palma, arbitro per passione. Sei anni prima aveva scoperto di avere la sclerosi laterale amiotrofica. Quei sei anni sono stati la sua battaglia per il diritto di opporsi all’accanimento terapeutico. Ormai totalmente paralizzato, comunicava con un MyTobii, un comunicatore vocale a controllo oculare, arrivò a un passo dalla meta: era riuscito a trovare un team di medici disposti a staccare il respiratore artificiale che lo teneva in vita. L’anestesista Tommaso Ciacca, che il 10 luglio 2007 stava per eseguire le sue volontà, fu bloccato dai carabinieri e della procura di Sassari. Qualche giorno dopo Nuvoli inizia uno sciopero della sete e della fame. Muore il 23 luglio 2007.
Maddalena nel 2011 ha scritto un libro crudo e straziante, «Quegli occhi che urlavano» (Carlo Delfino editore) per raccontare la malattia di suo marito, e la sua scelta. Oggi, dopo quindici anni, Maddalena sente che «siamo punto e a capo. Per questo ho deciso di riprendere le presentazioni del mio libro». Lo farà a iniziare dalla sua Alghero, il prossimo 18 settembre, ospite dell’Associazione nazionale Carabinieri, e quando ripercorriamo questa storia capiamo il perché del legame con l’Arma.
Intanto, spiega, oggi «una storia come quella di Nuvoli», chiama suo marito per cognome, «si può ancora ripetere». È così. Ancora oggi non c’è una legge che regoli il fine vita, neanche dopo che una sentenza della Consulta (la 242/2019) ha stabilito che l’aiuto al suicidio non è punibile in certe circostanze precise, e ha chiesto al parlamento di dotarsi di una legge.
La sentenza arriva dopo il caso di Fabiano Antoniani (Dj Fabo) del 2017, grazie alla battaglia del radicale Marco Cappato, dell’associazione Luca Coscioni e della compagna Valeria Imbrogno. La sentenza ha creato un precedente importante. Eppure «in Europa quasi tutti i paesi hanno legiferato. L’Italia no. E non perché abbiamo il papa», sostiene Maddalena. E per dimostrare quello che dice, ci consegna un racconto che non ha mai fatto.
Siamo il paese intorno al Vaticano, questo è indubbio.
Guardi, le racconto una cosa che non ho mai detto a nessun giornalista. Per me Ratzinger era un papa tedesco, un uomo rigido. Ma quando Nuvoli aveva fatto sapere che voleva smettere di mangiare e lasciarsi morire, un giorno mi chiama il vescovo di Alghero e mi chiede di andarlo a trovare. Entro nella sua stanza, che per me era una reggia, e lui inizia a piangere. Gli chiedo: perché sta piangendo? “Perché sono un uomo”, mi dice. E mi racconta: “Sono stato a Roma, a un incontro dei vescovi sardi con il papa. Quando è il mio turno, dico “sono il vescovo di Alghero” e Ratzinger subito mi chiede: ma lei conosce Giovanni Nuvoli? Non mi ha chiesto come sto, quanti pellegrini ci sono nella mia città, no: lo conosce Giovanni Nuvoli? Rispondo che ne ho sentito parlare. E allora il papa mi dice: vai da lui, digli da parte del papa che sia fatta la sua volontà”.
Non l’ha mai raccontato. Perché?
Perché mi chiese di non dirlo ai giornalisti. Io gli chiesi di venirglielo a dire personalmente. Il vescovo è venuto, gli ha portato i doni del papa, e la sua benedizione. Oggi sento di poterlo raccontare perché Ratzinger non c'è più, ma so che ha lasciato anche questo nei cassetti di papa Francesco. Ma anche Francesco, quando ha aperto i cassetti, deve aver avuto paura. O forse non lui, i suoi cardinali.
Come la prese Nuvoli?
Disse che “se me lo dice lui”, il Papa è il massimo esponente mondiale della religione cristiana, “allora me ne posso andare”. Ma non lo lasciarono andare.
Perché la politica non riesce a decide di regolare in maniera umana il fine vita?
Perché la maggior parte dei politici non è umana.
Che rapporto aveva Nuvoli con i politici?
Non si interessava di politica, si interessava di sport. Era arbitro di calcio, di pallacanestro. Teneva una scuola calcio per bambini. Gli volevano tutti un bene matto. In Toscana ci sono palestre intitolate a lui. Spero presto anche qui nella nostra Alghero.
Gli sono stati vicini i radicali. Come è iniziata?
Gli altri non gli hanno dato udienza. Un politico che lui conosceva bene una volta è venuto a trovarlo in rianimazione, e gli ha detto: “Giovanni, devi sopportare, perché col tuo sacrificio ci godremo il paradiso”. Non gli rispose. Giovanni non aveva nessuna bandiera, aveva scritto al presidente Napolitano, al presidente Berlusconi. Ma non era successo niente. Una sera, uscendo dalla rianimazione, mentre andavo a prendere il treno da Sassari ad Alghero, pioveva, mi squilla il telefono e sento dall’altra parte: “Sono Marco Cappato”. Ho perso l’ombrello, ho preso l’acqua e il vento: non ci credevo, c’era qualcuno che voleva aiutarci. Poi sono arrivati Paolo Ruggiu e Isabella Pugioni, ci hanno seguito fino alla fine. Persone fantastiche, ci hanno dato tanto. Quando veniva, Marco dormiva a casa nostra, in campagna, la mattina usciva a buttare l’immondizia. Purtroppo le cose non sono andate come voleva lui. E allora Nuvoli ha preso la sua decisione,
Di lasciarsi morire di fame e di sete. Lei era contraria.
Perché quando uno lascia il cibo e l’acqua, lo stomaco fa male, possiamo solo immaginare quante sofferenze ha dovuto passare. C’era stata un’équipe per decidere di staccargli le macchine. È venuto il dottor Ciacca, ha cercato altri medici, lo pneumologo, lo psichiatra, hanno parlato con Nuvoli, che comunicava con MyTobii, e hanno deciso il giorno in cui staccare la macchina. Sono andati a presentare tutta la documentazione ai carabinieri, sono rimasti chiusi in caserma finché i piani alti non hanno comunicato che era vietato farlo. Hanno proibito che i medici entrassero a casa. Il capo dei carabinieri di Alghero è venuto a leggergli l’ordinanza, in uniforme. Fuori dalla casa c’erano le macchine della polizia, sopra la casa girava un elicottero. Quando è uscito dalla stanza si è sentito male. Ci ha detto che lo Stato non può lasciare un uomo in queste condizioni.
E qui che Nuvoli decide lo sciopero della fame e della sete?
Disse che voleva aspettare che lo venisse a trovare Pannella. Pannella telefonò, ci parlò, ma quei giorni non poteva venire. E allora il 17 luglio decise che lasciava acqua e cibo. È durata cinque giorni, brutti, aveva tubi attaccati al corpo, gli usciva sangue dappertutto perché lo stomaco era rotto, le orecchie erano spaccate, la bocca, le urine, era tutto un miscuglio di sangue. E lui sempre vigile. Una volta gli volevo dare mezzo bicchiere d’acqua. E lui: “Questo mezzo bicchiere mi fa vivere quattro ore in più, e non voglio”. Non gliel’ho data. Gli dicevo: resta, non ti preoccupare per noi, noi non siamo stanchi. E lui: lasciami andare. Aveva 53 anni, non aveva più il movimento delle mani, non poteva chiamare con il campanello. In ospedale, per chiamare la dottoressa, digrignava i denti, e la dottoressa lo sgridava. Un giorno l’ho trovato senza tutti i denti, compresi due impianti fissi, glieli hanno strappati. Perché dava fastidio. L’ospedale è stato un calvario. Quando è tornato a casa, volevano darmi un’assistenza di un’ora. Ho lottato, ma era Nuvoli che mi diceva cosa dovevo fare. Il coraggio mi veniva da lui. Io vedevo che in quel letto c’era un Gesù Cristo. Quando è morto il sacerdote della nostra parrocchia, San Giuseppe, sa cosa ha detto? “Finalmente Giovanni è sceso dalla croce”.
Giovanni ha avuto un funerale cattolico?
Sì, a Piergiorgio Welby non lo concessero, perché si era “suicidato”, ma il sacerdote della nostra parrocchia aveva capito bene. Nuvoli andava in chiesa, leggeva le letture, con la sua bella voce chiara, piaceva ai parrocchiani. Un notte di Natale, salendo i gradini verso l’altare, è caduto. Era già malato. L’hanno aiutato a tornare al banco. Ma da quella volta niente più letture. Niente è stato facile. Dopo che Nuvoli è morto c’era gente che mi gridava per strada “assassina”. Anche con la sua famiglia non è stato facile. Poi, dopo anni, qualcuno mi ha chiesto perdono. Ma io mi son vissuta lui, la sua bellezza, e tutto ciò che lui era, perché lui non era quel corpo, era la sua mente, la più bella, speciale, e io l’avevo vicino a me. Io ho detto che non sono Dio che deve perdonare, perdonatevi tutti voi.
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