Nato nel 1931 a Sassuolo, è morto all’età di 95 anni. Dopo Silvio Berlusconi, in anni più recenti ha benedetto Matteo Salvini e poi Giorgia Meloni. Alla fine del suo percorso ha lasciato una chiesa potente nei palazzi, ma in crisi di autorità, di fronte al pericolo che più temeva: l’irrilevanza
«Se venite a sentire il sottoscritto in parrocchia vedrete che parlo di Dio, Cristo e della vita eterna», disse una volta ai giornalisti, per replicare alla critica che lo infastidiva di più: parlare sempre di politica e mai di Gesù. Una critica che giustamente lo feriva, ma che trovava qualche fondamento nei suoi discorsi pubblici.
Nella prolusione al VII Forum del progetto culturale del 2 dicembre 2005, per esempio, l’uomo di Nazareth era stato nominato otto volte accanto allo storico Ernesto Galli della Loggia, suo amico. E neppure una volta nella relazione di apertura della Settimana sociale dei cattolici italiani di Bologna, 7 ottobre 2004, dove figuravano Nicholas Negroponte e Giovanni Sartori.
In quel periodo seguivo il cardinale Camillo Ruini nelle chiese romane, in periferia, San Giovanni Battista in Collatino, Santi Ottavio e Martiri a Casal del Marmo. Dimostrava di conoscere i problemi del territorio, chiamava i sacerdoti per nome, ma non trasmetteva calore umano, semmai deferenza.
Ai Santissimi Patroni, alle pendici del Gianicolo, per simboleggiare la costruzione delle nuove chiese, gli regalarono un mattone. Al raduno dei neo-catecumenali al Circo Massimo, durante il Giubileo del 2000, lo vidi quasi smarrito nel clima infervorato, cercò nella memoria qualcosa di intimo da raccontare. «Durante l’adolescenza c’era la guerra e io passai l’estate a casa di mio zio. Fu un periodo importante, che non dimenticherò mai. Imparai il latino».
I palazzi della politica
L’entusiasmo lo suscitava altrove, nei palazzi della politica. «È l’eminenza grigia dell’Italia. Nessuno si oppone alla sua crescente influenza», scrisse negli anni dell'apogeo Le Monde. E Time: «Il cardinale Ruini non ha bisogno di alzare la voce per richiamare l'attenzione. I politici italiani, come i loro colleghi nelle gerarchie ecclesiastiche, pendono dalle sue labbra».
Camillo Ruini, scomparso martedì 16 giugno all'età di 95 anni, è stato per più di venti anni, dal 1985 al 2007, il capo dei vescovi italiani, prima come segretario generale, poi da presidente. Dal 1991 al 2008 vicario del papa per la diocesi di Roma.
Nel conclave del 2005, che elesse Joseph Ratzinger, ha sfiorato l’elezione a pontefice. «C’è Ruini sotto il sasso», spiegò a Giulio Anselmi per Repubblica un suo collega emerito, per dire che era pronto a spuntare. Ma è stato un protagonista soprattutto della vita politica, fino all’ultimo.
Ha invitato a votare sì al referendum sulla giustizia, sbagliando, ha rivendicato l’appoggio ventennale dato a Silvio Berlusconi («Ho guidato quei passaggi. Non mi sono pentito. I miei orientamenti non sono cambiati») e quello più recente a Giorgia Meloni: «Il mio giudizio è decisamente positivo, sia politico che personale. L’infermiere che viene da me per curarmi va anche da lei», ha detto a Aldo Cazzullo nell’ultima intervista sul Corriere della Sera, il 19 febbraio. Confermando in pieno il suo ruolo di ispiratore del clerico-berlusconismo e poi del clerico-melonismo, il padre spirituale di uno schieramento che di spirituale ha ben poco. Con l’obiettivo di colmare il vuoto ideale, progettuale, culturale della destra con la presenza della chiesa e con una leadership indiscutibile: la sua.
Il “dogma” della Dc
Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, papà medico di estrazione repubblicana, formazione religiosa materna, vocazione precoce, “don Camillo” va a studiare a Roma, nel prestigioso collegio Capranica, a due passi da Montecitorio, fondato nel 1457, dove hanno studiato papi, cardinali, vescovi, nunzi.
Anche il giovane prete si lascia coinvolgere nel clima del Concilio, torna a Reggio Emilia sotto l’ala protettiva del vescovo Gilberto Baroni, negli anni della contestazione della Dc. Per lui invece è un dogma. Nella prima apparizione nazionale, al convegno ecclesiale di Roma nel 1976 Evangelizzazione e promozione umana, è vicina la frattura del referendum sul divorzio del 1974.
Nella commissione di lavoro più delicata, la numero nove sull’impegno politico dei cattolici, lo storico Pietro Scoppola, uno dei leader dei cattolici del No che hanno votato in dissenso dalla chiesa e dalla Dc sostiene nella sua relazione il pluralismo delle scelte politiche. Negli atti si registra l'intervento del «sacerdote Camillo Ruini della diocesi di Reggio Emilia»: la laicizzazione della Dc è positiva, sostiene, ma la chiesa deve mantenere l’indicazione di voto verso il partito, «altrimenti si rischia di cedere il passo al Pci».
I suoi ragazzi a Reggio Emilia li spediva nella corrente dorotea di Franco Bonferroni, anche se la sua ascesa ecclesiale avviene all’ombra dell’altra grande famiglia: i cattolici democratici, gli eredi di don Giuseppe Dossetti, la sinistra Dc.
Beniamino Andreatta gli chiede di intervenire in un convegno nel 1983, davanti al segretario Ciriaco De Mita che commenta: «Prima di essere prete era democristiano, concettualmente». È dalla politica, dalla sinistra Dc, che comincia la sua ascesa ecclesiale, non l’opposto. Diventa segretario generale della Cei, ma già dal 1985 è dall’altra parte rispetto ai suoi sponsor, chiudere il post Concilio nella chiesa italiana con il sostegno di papa Wojtyla.
La rottura più drammatica è con l'amico di sempre, Romano Prodi. È don Camillo che celebra il matrimonio tra Romano e Flavia, il 31 maggio 1967. «Don Camillo Ruini ha battezzato i nostri figli, ha dato l’estrema unzione ai nostri genitori, faceva tutti i natali a casa nostra», dirà Prodi. Fino a quando il Professore decide di entrare in politica con il centrosinistra, con l’Ulivo. «Nel 1995 andai in Laterano, volevo avvertirlo. Parlammo per oltre due ore. Alla fine mi accompagnò all'ascensore e mi sussurrò: “Ora che sei un uomo politico è meglio che ci vediamo con maggiore discrezione”. Io gli risposi: “Sarò così discreto che non ci vedremo mai più”. È stato così. Una volta mi disse, un po’ sconsolato: “Su di te avevamo un altro disegno”».
L’unità politica dei cattolici
«Sembra giunto alla fine quel processo che ha visto declinare l’impegno politico dei cattolici italiani in ambito politico». Il 27 marzo 1995, con poche, gelide parole, il cardinale Ruini prende atto che l’unità politica dei cattolici non c’è più. Capisce che deve assumere il comando delle operazioni in prima persona, come un generale, lui che – è una delle leggende più ricorrenti che lo hanno accompagnato – ama le divise, al punto di collezionare riviste militari e soldatini e di conversare con Francesco Cossiga di cacciabombardieri.
La linea ufficiale è l’equidistanza tra i due schieramenti. Che è un modo di dire, però, che i cattolici non devono scivolare verso sinistra. Perché già nel 1994, a governo Berlusconi appena formato, Ruini segnala «le consonanze» verso il Cavaliere. Mentre nei confronti dell’associazionismo e del laicato cattolico e delle voci dissidenti, a cominciare dai vescovi, esercita una repressione feroce.
Il cardinale, liberal e amabile conversatore negli incontri dei suoi amici intellettuali, gratificati di relazioni nei convegni ecclesiali, è spietato nell’esercizio del potere ecclesiastico. Il rapporto con la politica e con i poteri tocca solo a lui. Con topiche clamorose, tipo consacrare come futuro leader il governatore di Banca d’Italia Antonio Fazio tra i damaschi del teatro San Carlo di Napoli, o i teo-dem di Paola Binetti, o i teo-con di Eugenia Roccella, candidati nei rispettivi schieramenti, e perfino Ferdinando Adornato. Il ruinismo è fede nelle élite, il ristretto gruppo di politici, giornalisti, intellettuali a lui fedeli. Il popolo seguirà.
La sua eredità
Nel conclave di un anno fa, dopo la morte di papa Francesco da lui poco amato, ha chiesto «la certezza della verità e la sicurezza della dottrina» e soprattutto la capacità di governo, la sua ossessione. Negli ultimi mesi, quasi a futura memoria, si è vantato di aver fatto approvare la legge sulla procreazione assistita, con l’aiuto nel centrosinistra dell’allora leader della Margherita («Francesco Rutelli fu collaborativo, si astenne, come avevamo chiesto»), di aver fatto fallire il referendum sulla legge 40 puntando sull’astensionismo, di aver mobilitato il Family Day contro i cattolici Prodi e Rosy Bindi.
Dopo Berlusconi, in anni più recenti ha benedetto Matteo Salvini e poi Meloni, di cui forse ha ispirato il discorso al Meeting di Rimini di un anno fa. Ha celebrato i funerali dei soldati vittime di Nassiriya con una omelia («non odieremo, ma non indietreggeremo») che fece parlare di neo-cattolicesimo tricolore, ma ha impedito, poco cristianamente, che fossero celebrati in chiesa quelli di Piergiorgio Welby. Nel frattempo il suo esercito svaniva, tra progetti stroncati, talenti sprecati e una classe dirigente a lui obbediente ma vacua, incapace della sua intelligenza, gestionale ma non visionaria. E alla fine del suo percorso Ruini ha lasciato una chiesa potente nei palazzi, ma in crisi di autorità, di fronte al pericolo che più temeva: l’irrilevanza.
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