Dopo circa cinquanta giorni di assedio sotto il fuoco dell’esercito russo il destino di Mariupol è appeso a un filo. La difesa ucraina ha subìto pesanti perdite ed è a corto di munizioni. Diversi soldati si sono dovuti arrendere, e la città è di fatto in mano ai russi che hanno nominato un nuovo sindaco. Ciononostante il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e il sindaco riconosciuto della città, Vadym Boichenko, continuano a dire che Mariupol appartiene ancora a Kiev. Lo stesso Zelensky ha detto ieri di aver tenuto una riunione con i vertici militari per cercare di salvare la città, ma ha anche aggiunto che «la distruzione del nostro esercito, dei nostri ragazzi, porrà fine a tutti i negoziati.

È però certo che il prezzo della guerra pagato da Mariupol e dai suoi abitanti è altissimo. La conta dei danni umani ed economici è solo all’inizio: per le autorità locali sarebbero state uccise almeno 20mila persone. Ricostruire la città costerebbe già decine di miliardi dollari.

Secondo il Kyiv Indipendent, da domani l’esercito russo intende imporre un coprifuoco totale in città: nessuno potrà muoversi per le strade. Secondo Petro Andryushchenko, consigliere del sindaco di Mariupol, i russi intendono controllare tutti gli uomini per reclutare con la forza alcuni, mentre altri saranno impiegati per sgomberare le macerie.

L’ultima resistenza

AP Photo/Sergei Grits

Nella città portuale stanno combattendo i marines dell’esercito ucraino insieme ad altri reparti di élite (che hanno acquisito una vasta esperienza negli ultimi otto anni di guerra) e i membri del battaglione ultranazionalista Azov.

«Faremo tutto ciò che è possibile e impossibile», avevano scritto all’inizio della scorsa settimana sui social i soldati della 36esima brigata della marina. «Per alcuni sarà la morte, per altri la prigionia». Le parole sono state condivise prima della “battaglia finale” e rendono bene l’idea di quale sia il destino di Mariupol, definita come la «città martire». Un futuro già scritto da quando lo scorso 20 marzo le autorità ucraine hanno rifiutato l’ultimatum lanciato dal ministero della Difesa russo prima di iniziare la seconda grande offensiva.

A oggi gran parte della città, soprattutto il centro e il porto, sono sotto il controllo dei russi e delle milizie dell’autoproclamata repubblica di Donetsk. Denis Pushilin, leader dei separatisti, ha anche nominato un nuovo sindaco. Si tratta di Konstantin Ivashchenko, già consigliere comunale per un partito ucraino filorusso ed euroscettico, che ora sta cercando di garantire, e sembra paradossale dirlo, una “convivenza pacifica” in città.

L’ultima conquista dei russi è l’acciaieria Ilyich, ma resiste ancora l’acciaieria Azovstal, la più grande d’Europa e in grado di ospitare fino a 30mila lavoratori prima della guerra. Fin dall’inizio la morfologia della struttura ha rallentato l’avanzata russa perché si combatte tra cunicoli stretti e tunnel sotterranei costruiti in epoca sovietica con un disegno tale da garantire una massiccia difesa in caso di attacchi e bombardamenti. Un labirinto che, a differenza dei russi, gli ucraini conoscono a menadito.

Non è la prima volta che si combatte in città. Già nel 2014 Mariupol era stata controllata momentaneamente dai separatisti filorussi arrivati dal fronte di Donetsk. Una breve fase prima che l’esercito ucraino con il battaglione Azov riuscisse a riprendere il controllo della città portuale.

Questa volta, oltre ai separatisti, da sempre sostenuti dal Cremlino con armi e finanziamenti che passavano oltre il confine, Putin ha inviato i suoi soldati e gli uomini di Ramzan Kadyrov, il leader della Repubblica cecena e suo braccio destro. A poche ore dall’inizio della guerra, Kadyrov ha radunato il suo “esercito” e ha rinnovato la sua fedeltà nei confronti del presidente russo mandando in Ucraina oltre 10mila uomini, parte dei quali si trovano a Mariupol come testimoniato da alcuni video circolati sui social network. Secondo gli analisti dell’Institute for the Study of War con sede a Washington, c’è un’alta probabilità che se la situazione rimanesse tale, già a partire dalla prossima settimana la città possa essere completamente controllata da Mosca.

Giovedì il ministero della Difesa russo ha detto che 34 soldati della 36esima brigata, tra cui 14 ufficiali, si sono arresi. Il numero dei prigionieri ucraini a Mariupol sarebbe salito così a 1.160 militari finiti nelle mani dei russi. A confermare la resa dei soldati ci sarebbero anche alcuni video pubblicati online che ritraggono gli ucraini in mano ai russi. Dopo le prime smentite anche l’esercito di Kiev ha confermato la notizia, ma ha negato che il numero sia così alto senza rivelare ulteriori cifre.

Sicuramente, il numero dei prigionieri è destinato ad aumentare dopo che venerdì i russi hanno iniziato a usare, per la prima volta a Mariupol, bombardieri a lungo raggio per attaccare la città e porre fine all’assedio.Sempre venerdì il generale russo Mikhail Mizintsev ha chiesto ai soldati che stanno difendendo strenuamente l’acciaieria Azovstal di deporre le armi. In cambio, ha garantito loro i corridoi umanitari per la fuga.

«La situazione è critica» ha detto il comandante dei marines, Serhiy Volyna, che ha chiesto aiuto al governo per «sbloccare Mariupol il prima possibile, militarmente o politicamente» e fermare l’avanzata «aggressiva» e «feroce» dei soldati russi. «Non abbiamo intenzione di arrenderci, ma la situazione sta precipitando», ha detto il comandante all’Ukrainska Pravda.

La disinformazione

Qualsiasi notizia viene da Mariupol è difficile da verificare. Sul posto non ci sono giornalisti internazionali indipendenti che possano documentare e riscontrare sul campo le dichiarazioni russe o ucraine. Il rischio di disinformazione è alto.

A questo si somma che gran parte della popolazione locale è stata completamente scollegata dalla rete internet e dall’elettricità. Di conseguenza non c’è nemmeno quel fenomeno di citizen journalism, ovvero quella forma di giornalismo partecipativo dal basso con cittadini e abitanti che fanno informazione pubblicando online video, foto e qualsiasi altro tipo di contenuto, che si è visto invece in altre zone del paese.

Parte di quello che è accaduto a Mariupol lo conosciamo solo grazie a due giornalisti dell’Associated Press, Mstyslav Chernov e Evgeniy Maloletka, che sono rimasti in città dopo la prima offensiva, fino a quando non sono stati evacuati dai soldati ucraini perché erano finiti nella lista dei ricercati dell’esercito russo.

In un lungo articolo hanno raccontato i loro venti giorni in città tra la devastazione della guerra e il lavoro portato avanti da medici e chirurghi all’interno di cliniche e ospedali.

Il bombardamento dell’ospedale

FILE - Ukrainian emergency employees and volunteers carry an injured pregnant woman from a maternity hospital damaged by shelling in Mariupol, Ukraine, Wednesday, March 9, 2022. The woman and her baby later died. (AP Photo/Evgeniy Maloletka, File)

Proprio l’alto livello di disinformazione e la mancanza di verifiche sul campo non hanno permesso ancora di far luce su cosa sia accaduto durante tre episodi chiave in queste settimane di guerra: il bombardamento che ha colpito un complesso ospedaliero e in particolare la clinica di maternità, l’attacco al teatro d’arte drammatica e l’accusa che i russi abbiano usato armi chimiche contro gli ucraini.

Il 9 marzo le forze aeree russe hanno bombardato la clinica di maternità dell’ospedale numero 3 di Mariupol.

Stando alle ultime stime, l’attacco avrebbe causato quattro morti e 16 feriti. Le immagini hanno indignato la comunità internazionale e l’Alto rappresentante della politica estera europea, Josep Borrell, lo ha definito un crimine di guerra.

Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha confermato che sia stato un atto deliberato e intenzionale, ma ha detto anche che prima dell’attacco le autorità ucraine erano state avvertite per poter evacuare il personale sanitario e i pazienti rimasti.

Per l’esercito russo l’ospedale veniva usato come base dal battaglione ultranazionalista Azov, il gruppo paramilitare che dal 2014 combatte nel Donbass e nell’area di Mariupol e che è accusato di numerosi crimini di guerra e violazioni di diritti umani. Oggi il battaglione Azov è inglobato all’interno delle unità di difesa territoriale di Kiev.

Teatro

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Pochi giorni dopo, viene bombardato anche il teatro d’arte drammatica: fondato nel 1878, viene colpito da un attacco russo il 16 marzo. Ancora una volta viene considerato un crimine di guerra visto che la struttura veniva usata come rifugio dai civili ucraini. Nei giorni precedenti all’attacco lo scantinato del teatro dava protezione a quasi un migliaio di cittadini.

Per le autorità di Kiev nell’attacco sarebbero morte circa 300 persone, ma il numero non è mai stato confermato in maniera indipendente. Nonostante il pessimismo iniziale, il giorno seguente i soccorritori hanno iniziato a estrarre dalle macerie le prime persone, fortunatamente ancora vive. Il presidente Zelensky ha detto che ne sono state salvate 130.

Il ministro della Cultura italiano, Dario Franceschini, ha promesso fondi per ricostruire il teatro una volta che la guerra sarà finita.

Attacco chimico?

L’11 aprile alcuni membri del battaglione Azov hanno denunciato l’uso di armi chimiche da parte delle forze russe. Il leader del gruppo, Andriy Biletsky, ha detto che tre uomini hanno presentato sintomi di avvelenamento chimico ma senza «conseguenze disastrose».

Il giorno seguente il vicesindaco di Mariupol ha detto che non può rivelare dettagli sull’arma usata ma ha ricevuto conferme dell’attacco chimico da parte dell’esercito. Il sindaco Boichenko ha iniziato a raccogliere le prove necessarie per testimoniarlo. L'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), che si è occupata di accertare l’uso di armi chimiche in Siria da parte del regime di Assad durante la guerra civile, si è detta preoccupata e ha iniziato le sue verifiche.

«Abbiamo informazioni credibili che i russi possano usare gas lacrimogeni, o altri strumenti anti-sommossa, mescolati ad agenti chimici nell’ambito della loro offensiva contro Mariupol», ha detto il segretario di Stato americano, Antony Blinken, parlando alla stampa.

Verso il 9 maggio

AP Photo/Alexei Alexandrov

Il Cremlino avrebbe scelto il 9 maggio come data per celebrare la conquista di Mariupol e non è una data casuale: è il giorno in cui a Mosca si festeggia la vittoria sulla Germania nazista. Il sindaco Boichenko ha detto che stanno organizzando per quel giorno una «parata della vittoria» in città.

È una scelta in linea con l’approccio adottato da Vladimir Putin che punta ad aumentare il consenso popolare attorno a quella che definisce «operazione militare speciale» per sedare dissidi interni e tenere saldo il suo posto al Cremlino.

«I russi – fa sapere uno dei consiglieri del sindaco – avevano ordinato di ripulire dai detriti e dai corpi dei morti il centro di Mariupol per tenere lì una parata il 9 maggio. Il lato positivo è che non ci sono attrezzature o persone in città per organizzare questi eventi».

I danni

(AP)

Al momento è difficile contare i danni. Il sindaco Boichenko ha detto che sono state distrutte completamente le case di 84mila cittadini. Per ricostruirle servono almeno 2,3 miliardi di dollari, altri 12,5 miliardi sono necessari invece per ripristinare le infrastrutture basilari della città. Strade, ponti e infrastrutture comunicative sono state fatte saltare in aria, alcune anche dagli ucraini per rallentare l’offensiva di Mosca. Ospedali, cliniche, scuole, stazioni, teatri e un patrimonio sociale costruito di generazione in generazione sono andati perduti. «Pagheranno i russi» ha detto Boichenko.

Oltre alle macerie c’è una crisi umanitaria senza precedenti. Gran parte della popolazione, che il governo stima sia attualmente di 100mila abitanti rispetto ai circa 450mila di prima della guerra, ha difficoltà ad accedere all’acqua corrente e ai viveri. «Non rinunceremo alla gente di Mariupol e ad altre persone che non possiamo raggiungere. Ma è una situazione devastante: la gente muore di fame» ha detto il capo del Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite (Wfp), David Beasley.

Su Vkontakte, l’analogo russo di Facebook, circolano i video di propaganda dei separatisti che mostrano la distruzione della città imputandola all’esercito ucraino. Nelle ultime ore sono stati diffusi anche dei video in cui militari ceceni distribuiscono aiuti alimentari ad alcuni abitanti locali per conto dell’associazione che porta il nome di Achmat Kadyrov, primo presidente della Repubblica cecena e padre di Ramzan Kadyrov che recentemente ha diffuso video in cui con fierezza annunciava il piano di Putin di prendere Mariupol prima di passare alle altre città.

Per far fronte al disastro umanitario, in questi giorni sono stati attivati dei corridoi per far evacuare i civili che possono lasciare la città con le loro automobili. Non sono possibili i convogli umanitari con autobus o altri mezzi di grande portata, come invece accaduto precedentemente, perché l’attuale assedio non lo permette. Le autorità locali hanno anche riferito che i russi dopo aver portato 13 forni crematori in città hanno iniziato la riesumazione dei corpi seppelliti nei cortili delle case. Non è ancora chiaro il perché ma l’interpretazione più diffusa è che vogliano bruciare i cadaveri e nascondere così eventuali crimini di guerra commessi.

Il valore strategico

«Finché resisteremo, resisterà anche l’Ucraina», ha detto il sindaco di Mariupol mercoledì. Sia Kiev sia Mosca sono consapevoli che la guerra può prendere una piega diversa a seconda che la città affacciata sul mare d’Azov capitoli sotto il fuoco russo o rimanga nelle mani degli ucraini, salvandosi grazie a una controffensiva. Qualora si verifichi il primo scenario e ci sia una conquista russa, Mosca otterrebbe una cintura di territorio continuo che unisce la Crimea al Donbass e avrebbe, così, il pieno controllo sul mare d’Azov grazie al porto della città.

In quel caso il prossimo centro urbano a finire nel mirino dell’offensiva russa sarebbe Mykolaiv, per avere poi la strada verso Odessa e negare a Kiev l’accesso al mar Nero e all’acqua una volta controllato tutto il sud del paese. Superato l’ostacolo Mariupol i russi e i separatisti potrebbero concentrarsi ancora di più sul Donbass, per attaccare città come Kharkiv dove stanno ricominciando i bombardamenti.

Non solo, la conquista definitiva di Mariupol rafforzerebbe anche il morale delle truppe russe, troppo frustrate dalle pesanti perdite, ammesse anche dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Infine, sconfiggere il battaglione Azov garantirebbe a Vladimir Putin di portare avanti con successo la narrazione della «denazificazione» dell’Ucraina, uno dei pretesti utilizzati per giustificare l’invasione.

La presa di Mariupol, quindi, fornirebbe al presidente russo la prima vera vittoria da quando ha iniziato questa folle guerra all’alba dello scorso 24 febbraio. In un’intervista rilasciata al settimanale Le Point, il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che, per Vladimir Putin, Mariupol è un’ossessione «perché è un simbolo dell’Ucraina che si oppone a lui». E ora, per il presidente russo è il momento di concludere la sua sanguinaria guerra iniziata nel 2014.

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