L’assistente capitano della nazionale racconta la sua storia a partire dal tragico incidente, ai tempi del liceo, che lo ha costretto a 9 mesi di riabilitazione e 2 interventi per riacquistare il parziale uso delle gambe. Da lì, un nuovo percorso di «alfabetizzazione» con il proprio corpo e la scoperta di «ciò che può fare una persona con una disabilità motoria». «Quando ci definiscono supereroi, con le loro parole costruiscono ostacoli invisibili per paura di sbagliare»
«Noi persone con disabilità siamo viste come preziosi vasi di cristallo da tenere in una vetrina, da non toccare». Il linguaggio con cui si racconta Andrea Macrì, atleta della nazionale italiana di para ice hockey che, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina, è arrivata a giocarsi la finale per il quinto posto contro la Germania (appuntamento per sabato 14 marzo dalle 16.05 all’Arena Santa Giulia), ha le tonalità e i rumori del ghiaccio, l’elemento duro e scivoloso dove lui sperimenta l’imprevedibilità del gioco e del vivere.
«Le vere barriere non sono quelle fisiche, ma le persone per il modo in cui approcciano le disabilità. Ci definiscono eroi o supereroi, e nel farlo con le loro parole costruiscono ostacoli invisibili per paura di sbagliare, di ferire, di rompere quel fragile vaso di cristallo». Sul ghiaccio di Milano Cortina, invece, a essere incise con lame e stecche saranno le parole con cui Andrea e la sua squadra vogliono scrivere la loro storia di forza e determinazione.
L’incidente che cambia tutto
«La mia storia nasce nel 2008 mentre frequentavo la quarta superiore del liceo “Darwin” di Rivoli, vicino Torino», racconta Andrea. «È sabato mattina, improvvisamente il controsoffitto dell’aula crolla su di noi. Io mi ritrovo sdraiato per terra, senza avere più il controllo delle gambe. Il mio amico Vito invece muore sul colpo». Andrea ha passato nove mesi in un centro di riabilitazione, l’unità spinale unipolare di Torino, dove ha riacquistato in parte l’uso delle gambe.
In quel palazzone a vetri il corpo di Andrea conosce il suo nuovo nome: paraplegia incompleta dovuta allo schiacciamento della terza vertebra lombare. «Tutto è nato da lì». Il verbo più usato da Andrea in corrispondenza del racconto sull’incidente è «nascere». Dopo un trauma era necessario l’atto di venire al mondo quando dal mondo ne sei messo fuori. Dopo l’incidente, però, il racconto che viene fatto di Andrea Macrì ha un perimetro molto stretto: «Ero il ferito, il sopravvissuto».
Per molto tempo Andrea è rimasto immobilizzato nel letto, affrontando due interventi di stabilizzazione della colonna. «Ho passato un lungo periodo a fissare il soffitto». Una distesa bianca che ha il rumore incontrollabile della paura e dell’immobilità ma anche dell’introspezione. «Dopo alcuni mesi sono passato a stare seduto al letto. E dal letto in carrozzina che mi ha accompagnato per tre anni».
La scoperta dello sport
Nella fase di riabilitazione Andrea è riuscito a camminare e a riacquistare la sensibilità nella parte inferiore del corpo. «Il mio recupero è stato sensazionale. L’età e il corpo mi hanno aiutato molto». Ora si muove con un tutore alla gamba destra.
«Ho poca autonomia, se c’è da camminare tanto uso la stampella. Ho dolori alla schiena molto frequenti e ho la necessità di avere un tutore sotto il ginocchio, che mi serve per non inciampare visto che non muovo il piede destro». La costante del periodo in riabilitazione è tornare a guardare e riguardare il soffitto, quel grande rettangolo bianco, pesante, duro, freddo che poi la sua immaginazione riuscirà a ribaltare in un campo di ghiaccio.
«Durante il ricovero ho scoperto la disabilità. La ignoravo completamente. L’impatto è stato traumatico. Nessuno mi aveva insegnato nulla su quel mondo». Finché di quel mondo non ne è diventato parte. Allora l’alfabetizzazione per Andrea inizia ascoltando il suo nuovo corpo come fosse un maestro. Un maestro che gli insegna un linguaggio attraverso cui Andrea può esprimersi e comunicare. «Sempre durante il ricovero ho scoperto gli sport paralimpici. Ho provato tiro con l’arco e scherma in carrozzina».
A settembre del 2012 Andrea Macrì è alle Paralimpiadi di Londra in questa disciplina. «Prima dell’incidente lo sport non era minimamente centrale nella mia vita. Andavo a sciare con mio padre e mio fratello nel fine settimana, qualche volta nuotavo. Ero il classico ragazzo che non sa cosa fare della sua vita».
È nel palazzone a vetri di Torino che Andrea incontra Claudio Zannotti: «Durante il ricovero mi ha portato a scoprire il para ice hockey e ad amare il ghiaccio. Da allora non ho più smesso».
Il soffitto di ghiaccio
«Ciò che riluttiamo a toccare, sembra spesso essere l’essenza stessa di cui è intessuta la nostra salvezza», scrive Don DeLillo in Rumore bianco. Così, nel rumore di un soffitto che crolla e che continua a imporsi allo sguardo, in un corpo rotto che potremmo rifiutarci di accettare, Andrea trova il senso rinnovato del suo stare al mondo. Lì comincia il suo stato di grazia. «Ho scoperto di avere un bel talento nello sport. Ho scoperto quello che può fare una persona con una disabilità motoria e il livello di autonomia che può raggiungere nella vita. Ho scoperto che le vere barriere sono culturali».
Dopo “nascere”, è “scoprire” il verbo di cui è intessuto il linguaggio di Andrea: «Lo sport è stato la mia rinascita. Ho fatto attraverso lo sport una nuova esperienza del mondo. Non volevo più essere il ferito, il sopravvissuto. Nello sport devo solo dimostrare di essere Andrea». Un Andrea Macrì in divenire continuo che non desidera raggiungere l’immagine invincibile dell’atleta ma che cerca nell’essere un atleta quelle sensazioni uniche, fisiche e mentali, del para ice hockey: «Adrenalina, contatto, dinamica, velocità. È uno sport spettacolare, molto fisico. Non ci sono pause». È una disciplina che unisce la forza muscolare alla resistenza mentale: «Prevede confronti fisici piuttosto accesi».
Per questo, i giocatori indossano un equipaggiamento protettivo: pettorine, paraspalle, para gomiti, guanti imbottiti e anche un casco. «L’unica differenza rispetto all’hockey olimpico è la griglia sul casco, che è necessaria perché il disco, giocato più in basso, può essere pericoloso».
I giocatori del para ice hockey utilizzano uno slittino su misura, poggiato su due lame, e gestiscono due stecche per muovere il gioco. «Il ghiaccio è come una strada», spiega Andrea, «quando la percorri devi avere la capacità di dare la direzione altrimenti sono le lame e il ghiaccio a prendere la direzione che vogliono loro». Su questa superfice scivolosa, complicata da controllare e gestire, Andrea sperimenta paura e vitalità: «Il ghiaccio dà aria in faccia, una sensazione che sa di libertà».
Il percorso nella nazionale
Nella nazionale di para ice hockey Andrea ricopre il ruolo di assistente capitano e gioca in difesa. «È un ruolo che richiede molta concentrazione. Un errore può significare un gol subito, e questo può compromettere l’esito della partita».
La squadra è stata formata recentemente in Italia. «Il nostro sport non esisteva prima del 2003 quando, in occasione dei giochi olimpici invernali di Torino del 2006, è stato possibile formare un gruppo di giocatori». La nazionale italiana è composta da atleti di età diverse: «Ci sono atleti giovani ma ci sono anche persone con più di 50 anni a cui vorrei fare un monumento per l’impegno che ancora ci mettono. Senza di loro non so che squadra saremmo».
Per Andrea le Paralimpiadi in casa sono un’opportunità importante per far conoscere e promuovere la loro disciplina: «In Italia il para ice hockey viene praticato da meno di trenta persone. È uno sport che rischia di scomparire. Non è mai stata fatta un’attività di reclutamento di atleti. È uno sport che le persone con disabilità non conoscono».
Con il suo slittino sul campo di Milano Cortina, Andrea Macrì, atleta paralimpico, giocando il disco con le stecche e muovendo la grazia in ogni impatto fisico, invita le persone con disabilità a uscire da quella vetrina in cui la società pretende di conservarle. Per essere un vaso di ghiaccio che tutti possano toccare e vederne la bellezza, sentirne la forza e il rumore che fa quando si crepa nel suo gioco più spettacolare.
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