La festa è finita, ci vediamo a settembre. Con la disputa del Super Bowl infatti si chiude la stagione della Nfl. Il football americano professionistico, che vanta numerosi proseliti anche qui da noi (dove l’interesse crescente potrebbe riportare ai tempi del boom degli anni Ottanta quando lo sport dello sferoide prolato sfidava il basket per il ruolo di seconda disciplina più amata dagli italiani dopo il calcio, anche se oggi quella posizione è occupata dal tennis), va in letargo per qualche mese.

La finale del campionato, il Super Bowl appunto, non è però soltanto una partita. Si tratta di una festa nazionale in cui l’America celebra se stessa. Il football è lo sport più seguito dagli americani (sì, anche più del baseball, il national passtime) perché in esso gli statunitensi rivedono la loro storia, col mito della frontiera da conquistare allora come oggi c’è da conquistare la linea di meta avversaria.

La finale

In questo rito nazionalpopolare, edizione LI perché gli americani elencano i Super Bowl usando i numeri romani, per restare in tema di epicità (fece eccezione il cinquantesimo, perché SB L non convinceva graficamente), a imporsi sono stati i Seattle Seahawks, la franchigia di cui è presidente Jody Allen, sorella del co-fondatore di Microsoft, Paul Allen.

La squadra dei falchi di mare (questa la traduzione di Seahawks) ha avuto la meglio sui New England Patriots per 29-13 al termine di un confronto che non verrà certo ricordato per la sua spettacolarità. La partita infatti è stata alquanto brutta, basti pensare al fatto che, in uno sport solitamente ad alto punteggio (dove ogni touchdown vale da solo 6 punti), nei primi due quarti erano stati segnati un totale di appena 9 punti.

Tutti frutto di tre field goal calciati da Jason Myers, il kicker dei Seahawks. I Patriots, guidata dal giovane quarterback Drake Maye (una delle superstar della stagione) non sono stati in grado di mettere punti sul tabellone prima del quarto finale, quando i buoi erano ormai scappati dalla stalla. Negli sport a stelle e strisce vige il detto offense sells tickets, defense wins championship, gli attacchi vendono i biglietti, le difese vincono i campionati. Mai come in questo caso questo adagio si è adattato perfettamente alla stagione.

Il trionfo di Seattle

A dominarla infatti e a dominare la finalissima è stata proprio la difesa dei Seahawks, che ha letteralmente soffocato l’attacco dei Patriots. Così, come nell’unico Super Bowl conquistato da Seattle fino a questo momento, quello della stagione 2013, anche in questa occasione a guidare la squadra dello Stato di Washington è stata la difesa.

Quella volta ad essere annichiliti furono i Denver Broncos. Stavolta, come detto, è toccato a Maye e compagni, che sono riusciti a superare la linea delle 50 yard, quella di metà campo, soltanto tre volte in tutta la partita.

Un trionfo per gli uomini di Mike Macdonald, allenatore di Seattle e principale architetto di questa difesa: ora per lui sarà più facile lasciar andare il coordinatore dell’attacco, il giovane Klint Kubiak, pronto per guidare i derelitti Las Vegas Raiders. Una rivincita per il quarterback Sam Darnold, prima scelta dei New York Jets nel draft 2018 e considerato un bidone fino alla scorsa stagione, trascorsa ai Minnesota Vikings prima di approdare a Seattle nel 2025.

E così i Seahawks si sono sportivamente vendicati della sconfitta subita proprio a opera di New England nella finale della stagione 2014. A guidare i Patriots c’erano Bill Belichick come allenatore e l’iconico Tom Brady come quarterback. Tutta un’altra storia. Ma non è detto che l’head coach Mike Vrabel e Maye non riescano, col tempo, almeno ad avvicinarsi a quanto fatto dai loro predecessori, capaci insieme di portare 6 titoli nel Massachussetts.

L’halftime show 

A restare nella memoria più della partita sarà probabilmente la prestazione di Bad Bunny nel tradizionale show di metà tempo, ambitissimo da ogni artista. E questo non per il cachet (il minimo sindacale) quando per l’esposizione mediatica che ne consegue, con gli spettatori che arrivano a parecchi milioni in tutto il globo.

Per un mondo tradizionalmente conservatore com’è quello della Nfl e dei ricchi proprietari delle squadre, aver affidato lo show al portoricano Benito Antonio Martínez Ocasio è stata una discreta rivoluzione. L’intento non era politico, ma di certo la performance del vincitore del Grammy 2026 (l’Oscar della musica) per il miglior album dell'anno è andata di traverso a Donald Trump.

Nei circa tredici minuti di spettacolo infatti Bad Bunny si è esibito in spagnolo come lingua prevalente, accompagnato da Lady Gaga e Ricky Martin come ospiti a sorpresa (oltre a loro ci sono stati brevi cameo di Jessica Alba, Cardi B, Karol G e Pedro Pascal) e, soprattutto, urlando un God Bless America seguito dai nomi di diversi Paesi latinoamericani, alla faccia del contro show preparato dall’organizzazione conservatrice Turning Point Usa e affidato a Kid Rock. «Together, we are America» c’era scritto sul pallone tenuto in mano a fine spettacolo da Bad Bunny. In tempi di Ice, scusate se è poco.

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