Sulla 61esima edizione della Biennale di Venezia sono stati puntati i riflettori di tutto il mondo, più per motivi politici che artistici. La lite tra il presidente della manifestazione culturale, Pietrangelo Buttafuoco, e il ministro alla Cultura, Alessandro Giuli, è l’ultimo episodio di una querelle da cui emergono alcune domande fondamentali: qual è il rapporto tra arte e politica negli eventi culturali? E dunque, si può davvero distinguere tra un artista e la bandiera del suo padiglione? In concreto, Russia e Israele avevano diritto a partecipare?

Riavvolgiamo indietro il nastro. A inizio marzo, l’intellettuale scelto dalla destra per guidare l'Esposizione internazionale d'arte di Venezia, Buttafuoco, aveva confermato la partecipazione di Russia, Israele e Iran all’evento, in quanto, secondo lui, la Biennale dovrebbe essere uno spazio di incontro aperto anche ai paesi in guerra. Da lì sono seguiti due mesi di fuoco, soprattutto intorno ai padiglioni di Mosca e Tel Aviv. La lettera di protesta dei ministri europei, la revoca di due milioni di fondi assegnati all’evento annunciata da Bruxelles, il terremoto politico all’interno del governo con lo scontro a distanza fra Buttafuoco e Giuli, che ha disertato tutti gli appuntamenti della vigilia.

E ancora, l’arrivo degli ispettori del ministero della Cultura dopo la lettera di diffida alla fondazione dello scultore israeliano Belu-Simion Fainaru, seguita dalle dimissioni della giuria internazionale, in protesta contro la possibilità di Russia e Israele di concorrere ai premi della Biennale. A queste tappe sommarie, si aggiungono le rumorose proteste della vigilia contro i padiglioni dei due paesi. 

Nella nostra newsletter quotidiana, Oggi è Domani, abbiamo chiesto ai nostri lettori e alle nostre lettrici se una manifestazione culturale come la Biennale dovrebbe distinguere tra l’arte e il paese di provenienza degli artisti, e poi se è giusto che artisti russi e israeliani continuino a partecipare a eventi internazionali come l’esposizione veneziana.

Un ponte tra i popoli

Alla prima domanda, oltre la metà dei partecipanti ha risposto di sì (il 53,3 per cento): «L’arte deve restare uno spazio di dialogo anche durante le guerre». Dunque, tra la scuola Giuli e la scuola Buttafuoco, i lettori sembrano preferire la seconda. Uno su cinque ha invece risposto negativamente, in quanto «gli artisti e i padiglioni rappresentano gli stati da cui provengono». I restanti, invece, hanno preferito prendere una posizione più cauta: «Dipende caso per caso, senza regole assolute».

Tra i favorevoli alla partecipazione degli artisti proveniente dalla Russia e da Israele, c’è chi si appella alla funzione conciliatoria dell’arte: «Se l’arte non rimane lo spazio di immaginazione collettiva, quale potrà mai essere il punto di contatto tra i popoli?», scrive un lettore, ponendo l’accento sulla «libertà» che l’arte dovrebbe continuare ad avere.

I dubbi però non mancano: secondo un altro lettore, è impossibile fare una scelta che tuteli sia la libertà dell’arte che le responsabilità della politica. 

In difesa dei dissidenti interni

L’argomento più diffuso a favore della partecipazione di artisti russi e israeliani alla manifestazione, tuttavia, riguarda il rispetto di chi, in paesi autoritari e repressivi, assume una posizione contraria e dissidente. Negare il loro diritto a partecipare, secondo un nostro lettore, è «l’opposto del concetto di resistenza ai governi che massacrano popolazioni intere, incluse le loro. Escludere la voce degli artisti è utile solo al regime».

Gli fa eco un’altra risposta, che sostiene che «gli artisti non sono necessariamente ambasciatori della politica del loro paese». Dunque, distinguere tra artista e padiglione sarebbe possibile, ma non tutti la pensano allo stesso modo: secondo un altro lettore, per come sono strutturati, gli spazi della Biennale rappresentano a pieno titolo i loro «stati sovrani».

Altre risposte assumono posizioni meno manichee: porte aperte sì, ma soltanto agli artisti che esplicitamente si dissociano dai crimini del regime, altrimenti «è propaganda di regime». Un utente, inoltre, aggiunge una sfumatura al dibattito e afferma che per risolvere il nodo della distinzione occorrerebbe mettere mano al regolamento dell’evento: «La formula della Biennale è troppo datata, vecchia. Andrebbe cambiata, in modo da ospitare solo gli artisti liberi di tutti i paesi».

Meglio non chiudere gli occhi

Un altro tema emerso riguarda l’eventuale accettazione degli artisti filogovernativi. La maggior parte è contraria, ma alcuni utenti aprono alla possibilità. Un lettore scrive che «scontrarsi a colpi di opere artistiche è meglio che a colpi di cannone» e invita a non temere la propaganda, mentre un altro segue lo stesso ragionamento e sostiene «che le loro opere vanno guardate, perché è meglio vedere che chiudere gli occhi».

Gli altri sondaggi

Nell’ultimo sondaggio abbiamo chiesto ai nostri lettori e alle nostre lettrici se i Promessi sposi sono ancora un classico contemporaneo, dopo l’uscita della bozza delle Indicazioni nazionali, che prevede lo spostamento del capolavoro di Manzoni dal secondo al quarto anno del liceo. La maggior parte sostiene che il vero punto sia tutelare l’autonomia del docente nell’organizzazione del suo programma didattico.

In precedenza, abbiamo chiesto la vostra opinione su come cambiano il carrello della spesa e le altre abitudini quotidiane alla luce di nuove crisi economiche e hanno prevalso dubbi e incertezze.

Il sondaggio precedente riguardava invece la dieta mediatica dei nostri lettori, in tempo di guerra. Soprattutto in relazione al fenomeno della news avoidance. Abbiamo ricevuto risposte molto varie, da chi tende a preferire la fuga dalle notizie e chi ha deciso di seguire con più dedizioni le breaking news.

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