Sabato (scorso)

Manzoni sciacquò i panni in Arno. Gadda preferì farlo nel Tevere. E ha avuto ragione perché il romanesco è pieno di espressioni meravigliose e oggi stupendamente rischiose: «So’ frocio per la carbonara» (traduzione: vado letteralmente matto per la carbonara); «So’ frocio per la Roma». La questione filologica mi è venuta in mente ieri sera vedendo l’Italia di mister Mancini pareggiare alla grande (e quasi vincere) con la Francia a Parigi. Mi sono ricordato che oltre a essere teddy boy in sonno, governatore del Club di Topolino, presidente del Club Philip Roth, sono anche presidente dell’associazione Froci del Mancio, e ci tengo.

Domenica

Leggo vecchi ritagli in archivio. Giampiero Mughini aveva otto anni all’epoca della tragedia del Grande Torino a Superga, «che cancellava quello squadrone avversario e rivale della mia Juventus e di cui ricordavo ogni nome e ogni volto». Quella formazione Mughini la sapeva e la sa a memoria (Bacigalupo, Ballarin, Maroso; Castigliano, Rigamonti, Grezar; Menti, Loik, Gabetto, Valentino Mazzola, Ossola). «Non ricordo però se le figurine con i volti e i nomi dei campioni morti a Superga continuassi a farle giocare sul tavolo da pranzo, in una sorta di campionato ideale che andava oltre la loro mera esistenza fisica, o se invece le avessi messe da parte».

Mughini racconta che il suo collega Giampaolo Pansa quando era al ginnasio fu l’unico a non piangere alla notizia di Superga data da un professore, un ex partigiano. E alla domanda su perché non si fosse commosso rispose: «Io sono della Juventus, non del Toro». Il preside lo sospese per tre giorni. Conclude Mughini: «A un quantitativo d’amore corrisponde sempre in Italia un quantitativo equivalente di odio, la nostra bilancia nazionale dei sentimenti e dei risentimenti».

Questo non è calcio (il calcio non è mai soltanto calcio): questa è antropologia italiana. C’entra qualcosa che poi da vecchio Pansa diventò il cantore della guerra civile in una versione quasi tenera con i vinti di Salò?

Ricordo personale. Mio padre, che era juventino tanto da comprare perfino i 45 giri incisi dal gallese John Charles, il gigantesco centravanti bianconero, aveva una piccola valigia in cui conservava alcune cose a cui teneva. Ricordo che c’erano anche i giornali dell’epoca relativi a due tragedie: lo schianto di Superga e la morte di Fausto Coppi. E ricordo che Charles cantava Fred Buscaglione: «I found my love in Portofino / perché nei sogni credo ancor...».

Lunedì

La settimana scorsa ero a Casa Manzoni dove presentavano La bella età (Adelphi), il libro di Tullio Pericoli sui suoi novant’anni appena compiuti. Essendo una magnifica serata di ottobre (quasi romana per la sua dolcezza) e trovandomi nel cortile dell’abitazione di Alessandro Manzoni mi è venuto naturale romanzare. La testa mi è andata a un racconto che Pericoli mi fece una volta.

Mi disse che, appena sbarcato a Milano, tirava mattina con Giancarlo Fusco (il più spettacolare, esistenzialmente e prosasticamente parlando, dei giornalisti italiani) nei night milanesi, dove bevevano champagne mentre «nell’ombra si aggiravano loschi tipi armati di rivoltella». Fusco, dopo averlo così testato, lo fece lavorare al Giorno (che era il quotidiano più bello e moderno).

Venne il momento per Pericoli di chiudere la parentesi bohémienne e cercarsi casa e finì in una specie di incubo alla maniera di Edgar Allan Poe, o, per restare nell’ambito delle glorie cittadine, alla Scerbanenco. Trovò un alloggio in affitto in via San Gregorio, piano quinto. Al primo piano c’era una casa con le persiane chiuse che sembrava sigillata per sempre.

Nessuno gli sapeva dire perché. Alla fine scoprì l’arcano: «Era la casa dove Rina Fort, la belva di via San Gregorio, aveva compiuto il suo massacro, uno dei più efferati delitti del dopoguerra, raccontato magistralmente da Dino Buzzati sul Corriere. Oggi, magari, il nome di Rina Fort non dice niente a nessuno, ma allora era una cosa che sconvolgeva».

Alla fine del suo racconto, Pericoli si chiese: «Chissà che fine ha fatto la belva di via San Gregorio».

Senza saperlo stava facendo la domanda giusta alla persona giusta. Lo misi al corrente che quando ero cronista a Firenze mi mandarono una sera in una palazzina nei pressi di via della Mattonaia, dove c’era il carcere. Era una casa di accoglienza tenuta da suore di carità. Arrivate a una certa età le ergastolane venivano trasferite lì dalla prigione. Una delle ospiti era morta, a suo tempo aveva ricevuto la grazia, ma era rimasta dalle suore. Si chiamava Caterina Benedet (il cognome del marito). Un nome che non dice niente. Ma a suo tempo era stata celebre con il suo nome da ragazza: (Cate)Rina Fort.

Night con gente armata come i bravi manzoniani, suore, come la Monaca di Monza, appartamenti infami, come la famosa colonna che sigilla I promessi sposi. Nel cortile di casa sua Don Lisander continua invisibile, tipo i vecchi suggeritori a teatro, a ispirare romanzi.

Martedì

Ieri sera quasi spensieratamente l’Italia del Mancio ha travolto la Turchia. Sono andato a dormire spensierato anch’io.

Mercoledì

Scrive Alessandro Ricci: «Condivido l’appartenenza al club di Topolino, non ho fatto la sua lusinghiera carriera che l’ha portata al rango di governatore del club tuttavia all’epoca ricevetti in regalo un modellino d’auto da montare. Invece il mio frontman assoluto è Mick Jagger (detesto i Beatles come pure Calabresi sindaco). Riconosco comunque grande calore politico e afflato emotivo a Sid Vicious quando sputa sul pubblico e gli spara pure alla fine di God Save the Queen».

Alessandro caro, venero i Beatles, ma avrei voluto essere Mick Jagger, il cantante, il ballerino, e soprattutto uno che non si è mai sposato con Yoko Ono (da parte dell’Associazione Froci per Mick e non per Lennon). Una piccola questione di filologia punk: Sid sparava alla fine di My Way.

Giovedì

Roberto Martucci scrive: «Quando ho letto della sua “cosentinità” mi è venuto un tuffo al cuore. Ho abitato ad Arcavacata di Rende dal 14 marzo 1973 al 30 ottobre 1985.Vi sono giunto, giovane ventiquattrenne, assistente incaricato nella facoltà di Scienze Economiche e Sociali. Aderendo a quell’epoca al gruppo extraparlamentare di Lotta Continua, ne frequentai la sede in piazza Duomo (Città Vecchia), a due passi dal Caffè Renzelli (e delle sue strepitose granite di fragola e limone).

Corso Mazzini (con doppia zeta “dolce”) era celebre per le “passiate” che vi si facevano dal pomeriggio all’ora di cena: rito dalla cui osservanza ci sottraevamo in blocco, in quanto “militanti politici”. Pochi anni or sono, rientrando dalla Sicilia, io e mia moglie Misa ci siamo fermati a Cosenza, nel ricordo di quei lontani giorni abbastanza spensierati. Sedutici a una panchina di Corso Mazzini, vicino Palazzo degli Uffici, abbiamo assistito nuovamente al rito della “passiata”: e con immensa gioia abbiamo re-incontrato vecchissime conoscenze (Elio F*, Vito F*, Giovanni I* e Giovanni S*), calorosamente abbracciate a 38 anni di distanza dall’ultima volta che c’eravamo visti. Cosenza ci è rimasta nel cuore e leggere i suoi sobri riferimenti ci ha emozionato».

È lei che mi emoziona, gentile Roberto. Credo di aver riconosciuto tutte le persone che nomina. In particolare Elio F*, che era uno dei leader, se non il leader di Lotta Continua a Cosenza («Dottò, ma deve essere proprio continua questa lotta?» chiedeva impareggiabilmente un bidello napoletano a Luciano De Crescenzo). Elio F* era il ragazzo più grande del quartiere dove sono cresciuto. La sera al tramonto, finito di giocare, ci riunivamo attorno a lui che ci raccontava le avventure del generale Garibaldi (l’Aspromonte, Anita, “Obbedisco”, i Mille). In anni non sospetti, prima ancora che Gabriel García Márquez lo inventasse, Elio F* mi portò a conoscere il primo colonnello Aureliano Buendía della mia vita.

Venerdì

Alle sei di sera incrollabilmente lo scrittore P.G. Wodehouse beveva il suo «lethal martini» (e la moglie Ethel uno sherry). Come se lo faceva Wodehouse il suo Martini letale? Dedicherò il weekend a questa indagine.


Per scrivere ad Antonio D’Orrico: lettori@editorialedomani.it

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