L’esecutivo Ue ha previsto un budget per il 2028-2034 che raggiunge quasi il doppio del bilancio precedente (di circa 6 miliardi per il periodo 2021-2027 ). Un braccio operativo che potrà agire anche in paesi terzi. Strada (Pd): «Politica di espulsioni sempre più feroce»
Più poteri ed enormi risorse a Frontex. La proposta di potenziamento dell’Agenzia per il controllo delle frontiere Ue è arrivata e l’organismo si avvicina sempre di più all’Ice statunitense. La Commissione europea martedì 27 ottobre ha presentato la proposta di riforma di Frontex, con l’ambizione di renderla il «braccio operativo principale». La direzione è quella attesa: prima l’entrata in vigore del patto Ue per la migrazione e l’asilo a giugno, poi l’approvazione del regolamento rimpatri – ribattezzato dalle organizzazioni a difesa dei diritti umani “regolamento deportazioni” – e infine il rafforzamento della polizia di frontiera verso la sua centralità in materia di rimpatri.
Tutto questo rientra nella più ampia strategia europea sulla migrazione presentata dal Commissario Ue Magnus Brunner: rimpatri, costruzione di hub lungo le rotte migratorie, revisione dei visti, uso dell’intelligenza artificiale e nuovo patto. «La nostra nuova politica in materia di migrazione sta dando i suoi frutti», ha detto Brunner, ma «una buona politica non può mai restare ferma».
Per renderlo un corpo rapido, efficiente, «capace di intervenire entro 24 ore», l’esecutivo Ue ha previsto un budget per il 2028-2034 che raggiunge quasi il doppio del bilancio precedente (di circa 6 miliardi per il periodo 2021-2027) e quasi la metà del valore totale della manovra del governo italiano. Dunque, la proposta è di destinare all’agenzia 11,9 miliardi di euro, una cifra pari a quella prevista per la migrazione e di gran lunga superiore a quella ipotizzata per le altre agenzie come l’agenzia per l’asilo (European Union Agency for Asylum), per la cooperazione giudiziaria (Eurojust) e per i diritti umani (Fra). Per queste ultime il prossimo bilancio settennale dedica 6,7 miliardi.
Agenti e rimpatri
Il piano è chiaro e per attuarlo il primo passo è aumentare il numero degli agenti. La Commissione propone di arrivare fino a 30mila, più che triplicando l’attuale corpo di 7mila unità. In più, ci sarà una nuova «riserva europea per le frontiere e i rimpatri» di altri 17mila da dispiegare all’occorrenza da parte degli Stati membri.
Il salto di qualità è evidente: la polizia di frontiera agirà sempre più lontano dai confini Ue, dove crescono i poteri operativi. L’agenzia, che già oggi può assistere le autorità degli Stati membri nelle operazioni di rimpatrio e pattugliare le frontiere esterne, con la riforma potrà sostenere le autorità dei paesi terzi, come quelli del nord Africa, nel rimpatrio dei cittadini verso i paesi di origine. Si allontanano le operazioni, che in questo modo sfuggiranno con più facilità da un monitoraggio indipendente.
«La destra che rincorre Vannacci vuole deportare i migranti da dove le pare, meglio se lontano dagli occhi dell’opinione pubblica mentre questa Commissione vuole trasformare Frontex nell’agenzia europea dei rimpatri nel quadro di una politica di espulsioni sempre più feroce», ha denunciato Cecilia Strada, europarlamentare Pd.
L’Agenzia Ue sarà quindi dotata di un Centro di coordinamento per i rimpatri dedicato alla raccolta e all’analisi di informazioni operative e al supporto alla pianificazione. Rimpatri che potranno anche essere eseguiti da paesi terzi dove saranno costruiti i return hub, centri di detenzione fuori dal territorio dell’Unione, come previsto dal nuovo regolamento. Le persone potranno quindi essere trasferite in paesi con cui non hanno alcun legame: con il conseguente rischio – segnalano gli esperti – di deportazioni a catena verso paesi non sicuri e detenzione arbitraria.
Soltanto lo scorso 27 agosto, l’Agenzia spiegava a Domani che «Frontex non ha il mandato di organizzare rimpatri da un paese terzo a un altro, quindi un’eventuale operazione di questo tipo non potrebbe essere coordinata dall’Agenzia». Ora le carte in tavola sono cambiate, in un Ue che si sposta a destra. Al momento, secondo quanto riportato da diverse inchieste giornalistiche, sono in corso trattative con paesi come Uzbekistan, Uganda e Ruanda (proprio qui potrebbe sorgere il primo return hub europeo con un accordo già il prossimo mese).
Accordi
Lo scorso 14 agosto il Consiglio di amministrazione di Frontex ha autorizzato il direttore esecutivo, Hans Leijtens, ad avviare negoziati per la conclusione di accordi di lavoro con alcuni paesi terzi selezionati, nello specifico Egitto e Bangladesh. «Si tratta di un mandato ad avviare le trattative, non di un accordo di lavoro già concluso. Pertanto, il contenuto effettivo dell’accordo, compresa l’eventuale cooperazione in materia di rimpatri, prenderà forma soltanto una volta avviati i negoziati», spiegano a Domani da Frontex.
«In linea generale, gli accordi di lavoro di Frontex sono documenti di natura amministrativa e non giuridicamente vincolanti. Possono riguardare ambiti quali lo scambio di informazioni, l’analisi dei rischi, la formazione e la cooperazione operativa, anche in materia di rimpatri, ove pertinente. Tuttavia, non conferiscono a Frontex “poteri esecutivi” sul territorio. Per questo sarebbe necessario un accordo sullo status distinto, negoziato direttamente dall’Unione europea e non da Frontex».
Ma il mandato è indicativo di quali siano i paesi nel mirino. La scelta di Egitto e Bangladesh non è una casualità. Entrambi, oltre a essere considerati paesi di origine sicuri, e quindi soggetti a procedure di rimpatrio accelerate, figurano tra le principali nazionalità di provenienza dei richiedenti asilo nell’Ue. I cittadini del Bangladesh hanno presentato circa 35.300 prime richieste di protezione internazionale nell’Unione, collocandosi al quarto posto, mentre i cittadini egiziani, con circa 22.500 domande, occupano la sesta posizione (dati Eurostat 2025). Il Bangladesh è inoltre la prima nazionalità tra gli arrivi via mare in Italia nel 2026, mentre l’Egitto figura tra le prime dieci.
Monitoraggio
Tra le proposte della Commissione, inoltre, c’è il potenziamento delle attività di controllo. L’obiettivo è evitare casi come quello di Ceuta di fine luglio, quando nell’exclave spagnola sono entrate circa 80mila persone dal Marocco.
«Per la prima volta, Frontex avrà un mandato esplicito per il monitoraggio dei social media», ha annunciato Brunner alla stampa: «Individuare sviluppi rilevanti per la gestione delle frontiere esterne e sostenere azioni contro contenuti online illeciti legati a rischi per la sicurezza delle frontiere», ha precisato poi la Commissione in una nota stampa.
Il monitoraggio dei social conferirà all’Agenzia anche la qualità di «segnalatore attendibile», questo significa che «quando ricevono una notifica, le piattaforme online sono tenute a gestirla con priorità», e poi quindi possono anche rimuovere i contenuti considerati illeciti, ha detto Henna Virkkunen, commissaria europea per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.
Frontex, inoltre, potrà anche acquisire, noleggiare e detenere in comproprietà attrezzature, nonché effettuare, coordinare o partecipare ad appalti congiunti con gli Stati membri. Saranno digitalizzate anche tutte le procedure amministrative alle frontiere. Un modo ulteriore per accelerare i rimpatri.
Ice europea
L’esito di questa riforma trasforma, per Strada, Frontex «nell’agenzia europea dei rimpatri». E conclude: «Noi non vogliamo che diventi una copia dell’Ice di Trump e tantomeno che sempre più risorse dell’Unione finiscano a finanziarne la realizzazione».
Se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenendo all’assemblea pubblica degli armatori, ha ricordato «la tutela della vita umana in mare», Frontex ha via via abdicato a questo ruolo. L’agenzia negli ultimi anni ha cambiato strategia, virando sugli assetti aerei e sui droni e abbandonando l’uso di imbarcazioni nel Mediterraneo. Questo significa non avere l’obbligo di soccorso in mare e poter collaborare dall’alto con le milizie libiche, raccontati come guardacoste.
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