Da tredici anni osserva il potere da vicino, nei suoi automatismi e nelle sue crepe. Áron Demeter, responsabile comunicazione e campagne di Amnesty International Ungheria, ha visto consolidarsi il sistema di Viktor Orbán e ne conosce i riflessi, le pressioni, le paure. A Resistenze spiega cosa sta succedendo nel paese magiaro, un passaggio che somiglia a una frattura: un voto che non è solo politico, ma esistenziale. «La gente non ne poteva più», dice. Dentro questa stanchezza c’è un paese che prova a rialzarsi, ma anche la consapevolezza che nulla è finito davvero.

Come legge questo voto?

È decisamente un momento storico per l’Ungheria: altissima partecipazione e una vittoria per l’opposizione e per Peter Magyar. Ma è anche una vittoria per tutte quelle persone (giornalisti, attivisti, oppositori politici) che hanno lottato contro autocrazia, violazioni dei diritti e corruzione nei 16 anni di governo Orbán. È come se il paese avesse detto: adesso basta, questo è troppo.

Cosa c’è dietro il logoramento di Orbán?

Le ragioni sono molte: economiche, legate ai diritti, al lavoro. Ognuno aveva le sue, ma il risultato è chiaro: la gente non ne poteva più e ha votato per il cambiamento, anche se non sappiamo ancora quali effetti avrà.

Non possiamo non notare che Magyar sia un uomo di destra.

Sta cercando di essere un politico per tutti. Viene da Fidesz, quindi non è un progressista. Durante la campagna ha evitato temi “controversi”, cercando di tenere insieme elettorati diversi. Ha parlato di servizi pubblici, sanità, istruzione, corruzione, economia. È presto per un giudizio, ma questa è una grande occasione per il nuovo governo e il parlamento. Dopo 16 anni di Orbán, speriamo sappiano coglierla.

Vi aspettate un trattamento diverso per ong e media indipendenti?

Ha parlato di superare il sistema anti-ong, in cui l’Ufficio per la protezione della sovranità monitora e minaccia organizzazioni e media. Sembra più aperto al dialogo con i giornalisti indipendenti. C’è una possibilità, ma dopo 16 anni di autocrazia non sarà facile. Almeno oggi esiste uno spazio di confronto che prima non c’era.

Sedici anni di autocrazia sono il tempo di mezzo di una vita. Questo è un voto generazionale?

In parte sì. Ci sono persone cresciute dentro questo sistema che non hanno conosciuto altro che l’autocrazia di Orbán. Ho visto molti giovani lottare per questo risultato e festeggiarlo. Ma anche le generazioni più anziane, che hanno sopportato molto.

C’è una nuova energia nel paese?

Spero duri. Questa campagna ha mostrato ai cittadini che il cambiamento è possibile. È importante vedere il mio paese uscire da uno stato di torpore.

Le proteste, come il Budapest Pride, avevano anticipato questo clima?

Sì, abbiamo visto una vera presa di coscienza soprattutto dopo gli attacchi sistematici alla comunità Lgbtq+. Mentre Orbán la demonizzava, la società era più aperta su temi come matrimonio egualitario e diritti. La partecipazione record al Pride è stata un segnale, ma anche un monito contro le restrizioni al diritto di assemblea.

A proposito di Pride, Domani ha intervistato Géza Buzás-Hábel, l’attivista condannato per aver organizzato il Pride a Pecs, e ci siamo occupati del sindaco di Budapest, anche lui indagato. Ci sono possibilità che le accuse decadano con questa nuova svolta?

Sono meno preoccupato. Il sistema giudiziario è rimasto relativamente indipendente e Magyar ha promesso di ripristinare la libertà di assemblea. Se non lo farà la giustizia ungherese, interverrà quella europea.

Che ruolo ha avuto l’Europa?

La solidarietà europea è stata importante per attivisti e cittadini, ma questa elezione è soprattutto il risultato della loro reazione.

Un anno fa (era il 14 aprile) Orbán approvò un emendamento costituzionale che rafforzava la stretta sui diritti civili, riconoscendo ufficialmente solo i due generi biologici (uomo e donna) e vietando di fatto le manifestazioni per i diritti Lgbtq. Pensa che ci sarà una modifica?

Magyar ha parlato di una nuova Costituzione che passerà da un referendum nazionale, ma ci vorrà tempo. Diciamo che è quello che speriamo e lotteremo per questo. Anche se questa Costituzione dovesse rimanere, speriamo che tutte le restrizioni vengano rimosse. E se dovessimo avere una nuova Costituzione, che sia sul difendere i diritti delle persone e contro l’abuso di potere. Abbiamo adesso l’opposto.

Quali sono le priorità di Amnesty?

Ripristinare libertà e indipendenza delle ong. I diritti Lgbt sono centrali: non solo cancellare le leggi discriminatorie, ma avanzare su matrimonio egualitario e adozioni. E poi i diritti delle donne e il gender gap.

Lei lavora per Amnesty Ungheria da 13 anni. Conosce bene il potere di Orbán. Ma siamo convinti che sia un capitolo chiuso?

Il veleno è sempre nella coda. Orbán è ancora un politico influente. Ci sono milioni di persone che hanno votato per lui. Ha un sistema molto grande a cui fare affidamento: istituzioni indipendenti, media, aziende può fare affidamento su uno “Stato ombra”. L’Orbán che conosco non è qualcuno che si ritira così facilmente. Mi aspetto qualcosa certo. Non abbiamo chiuso con lui, ma possiamo provare qualcosa.

Avete paura?

Non direi. Abbiamo un’occasione storica. Sappiamo che tutto può succedere anche per questo dobbiamo muoverci velocemente. Abbiamo perso 16 anni di terreno sui diritti civili. Se qualcosa dovesse succedere, siamo pronti.

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