Dieci mesi fa l’annuncio della trasformazione della competizione da biennale a quadriennale. Ora la Caf torna sui suoi passi: ecco tutte le motivazioni
La Coppa d’Africa continuerà a disputarsi ogni due anni. È quanto ha deciso all’unanimità, lo scorso 29 ottobre, il comitato esecutivo della Confederazione calcistica africana (Caf), ribaltando a sorpresa il piano annunciato appena dieci mesi prima, alla vigilia dell’edizione marocchina.
La proposta prevedeva di passare a una cadenza quadriennale a partire dal 2028, introducendo una Nations League per riempire il vuoto tra un’edizione e l’altra. La decisione presa lo scorso dicembre dal presidente Patrice Motsepe senza un’adeguata consultazione del comitato esecutivo è stata rivista per diverse ragioni.
Le motivazioni
Come spiegato dalla Caf, il primo ostacolo era rappresentato dal fatto che la versione africana della Nations League avrebbe richiesto diversi anni prima di poter generare le risorse necessarie a rendere il calcio africano e le sue competizioni competitivi a livello globale e finanziariamente autosufficienti. La Coppa d’Africa è infatti la competizione per eccellenza del continente, un po’ come la Champions League in Europa.
Ridurne la frequenza avrebbe comportato una significativa perdita di introiti proprio in una fase di crescita dell’interesse attorno al torneo, come dimostrano i quasi 193 milioni di dollari di ricavi generati dall’ultima edizione, vale a dire il 90% in più rispetto a quella ospitata dalla Costa d’Avorio meno di due anni prima.
Disputare il torneo ogni due anni permette inoltre di coinvolgere un maggior numero di paesi, portando il calcio in diverse aree del continente e incentivando gli investimenti nelle infrastrutture sportive. Non sempre, però, queste risorse vengono impiegate in modo oculato: nel corso degli anni, diversi stadi si sono trasformati in vere e proprie cattedrali nel deserto.
Resta comunque positivo che una competizione internazionale di questo livello possa approdare anche in paesi meno sviluppati sul piano calcistico, come Kenya, Uganda e Tanzania, i tre vicini che ospiteranno la prossima edizione nell’estate del 2027.
La concorrenza europea
Sul piano della visibilità e dei ricavi commerciali, inoltre, sarebbe stato poco conveniente collocare la Coppa d’Africa nella finestra estiva degli anni pari, già occupata dagli Europei, con il rischio di limitarne la copertura mediatica. Il pubblico africano resta naturalmente il principale punto di riferimento, ma disputare il torneo in un periodo libero da altre grandi competizioni internazionali può contribuire ad accrescerne ulteriormente l’appeal. Fatta eccezione per l’edizione del 2028, che resta per il momento confermata senza un paese ospitante, la Caf avrà ora maggiore libertà nel fissare le date della competizione in base al paese organizzatore.
Sebbene dal 2019 la finestra estiva sia stata indicata come periodo di riferimento ufficiale, la realtà ha spesso costretto i dirigenti africani ad adattarsi alle condizioni climatiche di un continente molto più eterogeneo rispetto all’Europa. La decisione avventata di Motsepe aveva suscitato critiche anche sul piano storico e sentimentale. Dalla prima edizione, disputata nel 1957, la Coppa d’Africa si è sempre svolta, salvo poche eccezioni, con cadenza biennale. E non si trattava di una semplice consuetudine.
All’epoca, Africa e Asia condividevano un unico posto per la qualificazione ai Mondiali e, anche dopo che alla Caf ne fu assegnato uno nel 1970, poi diventati due nel 1982, tre nel 1994 e cinque nel 1998, la maggior parte delle nazionali africane aveva bisogno di una competizione che garantisse un calendario regolare di partite internazionali ufficiali. Oggi questa esigenza potrebbe essere meno pressante, anche alla luce dell’ulteriore allargamento dei Mondiali, ai quali hanno preso parte dieci squadre africane. Le qualificazioni alla Coppa d’Africa, tuttavia, assicurano a ogni nazionale almeno sei partite nell’arco di due anni.
Il peso di Fifa e Uefa
Detto ciò, sarebbe ingenuo pensare che gli aspetti fin qui elencati abbiano davvero orientato la scelta della cadenza della Coppa d’Africa o che le decisioni sul futuro del torneo rispondano a un’esigenza maturata all’interno del calcio africano. Con le sue 54 federazioni, pari a quasi il 26% dei membri della Fifa, la Caf rappresenta un blocco elettorale fondamentale negli equilibri del massimo organismo calcistico mondiale. Gianni Infantino lo ha capito sin dal 2021, quando intraprese un tour tra i principali capi di Stato africani per assicurarsi il sostegno al suo alleato Patrice Motsepe e consolidare la propria influenza sulla confederazione.
Perché, allora, questo improvviso cambio di rotta, se era stata proprio la Fifa a spingere per il passaggio alla cadenza quadriennale, così da liberare spazio in calendario per il Mondiale per Club? La risposta si trova nella crescente contrapposizione tra Fifa e Uefa. Se inizialmente la riforma sembrava andare incontro anche alle richieste dei club europei, da anni critici nei confronti della collocazione della Coppa d’Africa, il deterioramento dei rapporti tra Infantino e la confederazione guidata da Aleksander Čeferin ha cambiato gli equilibri.
In questo scenario, il ritorno alla cadenza biennale è diventato una leva per consolidare alleanze e raccogliere consensi in vista delle future battaglie politiche all’interno del calcio mondiale. A pagarne il prezzo, ancora una volta, è la credibilità del calcio africano, che fatica ad affrancarsi dalle ingerenze esterne e ad affermare una propria autonomia, mettendo al centro gli interessi del continente.
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