Il super inviato di Trump dice di aver suggerito a Infantino di riammettere gli azzurri al posto dell’Iran in guerra. Una telenovela che inizia ogni volta che non ci qualifichiamo, e siamo ormai a tre volte consecutive, a metà tra una trovata pubblicitaria per la Coppa del mondo e un fragile tentativo di ammortizzare lo scontro tra Meloni e il tycoon. Ma sul tema, a questo punto per fortuna, il capo della Fifa sembra avere le idee fin troppo chiare
Com’è umano lei. Com’è umano lei, avrebbe detto Fantozzi. Com’è umano Paolo Zampolli, super inviato di Donald Trump che secondo le biografie ufficiali avrebbe fatto conoscere il tycoon e sua moglie Melania. Com’è umano ad aver pensato a noi, derelitti ed eliminati, fuori dal Mondiale per la terza volta di fila. «Con i quattro titoli vinti, gli azzurri hanno tutto il curriculum per giustificare l’inclusione», ha detto al Financial Times. Ma non si è fermato lì. Prima, la suggestiva idea l’aveva sottoposta ai due, amicissimi presidenti: un «accenno» a Trump, naturalmente, e un «suggerimento» a Gianni Infantino, gran capo della Fifa.
La proposta sarebbe stata condita anche da un retrogusto diplomatico internazionale. Con una storia del genere - l’Italia al Mondiale al posto dell’Iran in guerra - i rapporti fra l’arrabbiato inquilino della Casa Bianca e Giorgia Meloni ritroverebbero un po’ di sereno ammortizzando l’effetto delle parole pronunciate dalla premier italiana, quel j’accuse (insomma, non esageriamo) verso Washington per l’attacco al Papa. Come unire l’utile politico al dilettevole calcistico.
Una bolla pronta a scoppiare
Ma sì, sai che c’è? Visto che ci siamo, tiriamo in ballo pure la Danimarca. E questa volta non c’entra la Groenlandia, ma la Jugoslavia quando ancora c’era. Nel 1992 la sua Nazionale si era qualificata per la fase finale degli Europei, ma l’Uefa la sanzionò dopo l’inizio dei diversi conflitti che la frantumarono: a casa. I danesi se ne stavano tranquillamente in vacanza e in un attimo passarono dalle spiagge al titolo continentale.
Solo che almeno in quel caso esisteva una logica sportiva: la Danimarca era infatti finita seconda nel girone di qualificazione vinto dai vari Stojkovic e Savicevic. Ora no, ora l’operazione sarebbe tutta politica. D’altronde ormai stiamo diventando campioni del mondo di una nuova disciplina: la corsa al ripescaggio. A ogni Mondiale che perdiamo, ci arrampichiamo sugli specchi - per la verità c'è sempre qualche suggeritore esterno come in questo caso - alla ricerca di un movente per dire dai, non potete lasciarci fuori. E allora ecco giù con i vari moventi: i quattro titoli mondiali, le comunità italiane nelle diverse parti del mondo, la nostra presenza nell’immaginario calcistico, gli sponsor.
Già, la pubblicità. A qualcuno viene pure il dubbio che pure lei c’entri qualcosa: perché questa telenovela del potenziale ripescaggio è un modo per parlare tutto il giorno e tutti i giorni del Mondiale che verrà. Con il rischio, diversi dicono la certezza, che l’affare finisca in un’illusoria bolla pronta a svanire. Noi a cascarci con tutte le scarpe, gli altri a dire: ci dispiace ma non c’è niente da fare. Ricordate le gomme americane di una volta? Non hai vinto, ritenta…
Regole e meritocrazia
Il fatto è che Infantino, sì proprio lui, “king Gianni” come lo chiamano alla Casa Bianca dov'è di casa, vero e proprio ultrà di Trump fino al punto di confezionare solo per Donald un premio alla pace in occasione del sorteggio iridato, ha le idee fin troppo chiare. Va bene l’Italia per carità, ma in questo momento c’è una storia che lo prende molto di più: dimostrare che il calcio è più forte di tutto, pure della guerra. E allora «The Iranian Team is coming for sure». Cioè: niente dubbi, l’Iran ci sarà e lo dice pure Trump. E Trump sì lo asseconda, va bene pure minacciare la «scomparsa di un’intera civiltà» (parole sue prima della tregua sempre in bilico), ma i calciatori fra qualche settimana saranno i benvenuti.
Peraltro persino a Teheran l’aria che tira sta cambiando: all’inizio era davvero improbabile, dissero fonti iraniane, immaginare di giocare nel paese che ti tira le bombe addosso, ora invece si è molto più prudenti, visti anche i (faticosissimi) negoziati di pace che possono aprire scenari diversi da quelli attuali. Se è vero poi che la Fifa può dire «faccio quello che voglio» in termini di sostituzione di un’eventuale rinunciataria, non bisogna dimenticare che il dogma della divisione degli slot per continente è una delle regole base del Mondiale.
Senza Teheran e con l’Italia, l’Asia perderebbe una casella certa (l’Iran si è qualificato direttamente senza spareggi intercontinentali) e l’Europa ne guadagnerebbe una oltre la sua quota. Dunque, per questo se ci si trovasse davvero alla rinuncia, la scelta più probabile sarebbe quella di ripescare gli Emirati Arabi Uniti (superati dall’Iraq, poi qualificato battendo la Bolivia ai playoff). Anche se c’è perfino chi ha immaginato un super torneo delle escluse meglio piazzate nel ranking Fifa.
Storiche rinunce
Certo sarà un Mondiale in ogni caso molto strano. Assediato da un mondo tragicamente lacerato. Organizzato da tre paesi – Stati Uniti da una parte e Canada e Messico dall’altra – che sembrano non andare d’accordo su niente.
E poi c’è una cosa. Occhio alle rinunce. Non sarebbe la prima volta che un paese dice restiamo a casa per le più svariate ragioni. Ma almeno uno di questi precedenti è particolarmente doloroso. Nel 1937, l’Austria conquistò regolarmente la qualificazione al Mondiale dell’anno dopo in Francia. Ma nel marzo del 1938, Hitler si mangiò Vienna. L’Austria fu annessa alla Germania e i calciatori austriaci furono costretti a scegliere: o giocate con noi oppure restate a casa.
Per la cronaca, Matthias Sindelar, il talentuoso “carta velina”, uno dei più forti giocatori del mondo di questo periodo, che sarebbe stato titolare inamovibile nella sua “nuova patria”, scelse la seconda strada. L'anno dopo fu trovato morto in circostanze avvolte ancora nel mistero.
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