Mercoledì prossimo, 28 ottobre, alle cinque del pomeriggio nella Sala d’Onore del Coni a Roma, c’è la seconda edizione del Premio Mario Sconcerti. Non è un premio tradizionale, ma qualcosa di singolare e lungimirante: «Una giornata dedicata ai giovani, al giornalismo alla cultura e alla memoria di un maestro che ha saputo insegnare, prima di tutto, la curiosità».

Qualche settimana fa per puro caso (ma forse non era un caso) ho ritrovato una serie di sms che ci siamo scambiati negli anni con don Mario. Sono messaggi tra due amici dal tono molto fiorentino (anche se io lo sono soltanto adottivo). Mi hanno emozionato. Credo di aver provato la stessa sensazione che Mario mi raccontò di aver avuto leggendo un articolo sui diari di Gianni Brera: la sensazione di rivederlo vivo.

Sono messaggi brevissimi scritti in gran parte a ore antelucane, tra le due e le quattro del mattino, il tempo dei lupi di redazione nell’età del piombo. Don Mario era un animale notturno. Così ho pensato di dedicargli un numero speciale della rubrica e ho chiesto a Rosalba e a Martina, la moglie e la figlia di Mario, il permesso di pubblicarli. Hanno detto di sì con generosità e affetto. Le ringrazio di cuore.

24 gennaio 2014, 02:54 del mattino

M: «Sono l’infingardo sconcerti. Ho ridato il libro a Baldini e Castoldi. Hanno firmato una garanzia da ventimila copie iniziali. Lo so. Non dire niente».

5 luglio 2014, 22:56

[Il messaggio si riferisce al mio coccodrillo sul Corriere per la morte di Giorgio Faletti]

M: «Sono il vecchio scon. Mi hai fatto venire i brividi. E hai ragione. Non ho letto Io uccido, ma Io sono Dio. Lo leggerò adesso. Grazie per la tua emozione. Mario».

A: «Grande Mario, te ne devo così tante di emozioni che se per una volta ho ricambiato... Ma leggiti Tre atti e due tempi, che è una storia in cui ci sono anche il calcio e il pugilato e tanta atmosfera. Ciao e grazie. Antonio».

M: «Lo prendo subito. Scusa il macabro, ma ora so che mi devi il mio coccodrillo...».

A: «Non posso dirti che sarà un piacere ma un onore sì di sicuro. È un vecchio gioco che facevamo con Claudio Carabba (ora abbiamo smesso di farlo per scaramanzia). Di punto in bianco mentre si parlava del più e del meno gli chiedevo: “Scusa, Claudio, ma il tuo primo pezzo quando lo hai scritto? Di che cosa parlava?”. Lui mi rispondeva e poi mi chiedeva “Perché me lo domandi?”. E io: “No, niente, è per il tuo coccodrillo”».

[Claudio Carabba era il critico cinematografico, un grande, amatissimo amico nostro fiorentino e tifoso viola come Mario]

12 agosto 2014, 04:26

M: «Sono a pagina duecento di Io uccido. Cazzo se è una storia. Buona Inter amico mio. E ricordati che nessuna squadra ha due talenti pazzi e sicuri come Osvaldo e l’altro giovane argentino. Che ti avevo detto di Dodô?».

12 agosto 2014, 15:42

A: «Grande Mario, come sempre mi fido di te anche se non mi lascia tranquillo Ranocchia e ho qualche dubbio sul centrocampo (non sui muscolari, ma sui pensatori). Dodô è forte e credo che la Roma abbia commesso un errore a darlo via. È la prima mossa di García che non ho capito. Senti, da metà settembre il mio figliolo lavora a Sky con un contratto, se ti capita a tiro massacralo. Ho visto l’infingardissimo Carabba una dolce e romantica serata a Pietrasanta, ti saluta e si lamenta molto dei viola e dei Della Valle in particolare. Storia del gol la farebbe volentierissimo la Rizzoli (a settembre seguirà l’intendenza) però devo chiederti una cosa: la tua contrarietà verso la Mondadori è insuperabile? Perché loro ti darebbero più soldi. Ora pensaci e decidi tu se fare l’infingardo o no. Baci Antonio».

12 agosto 2014, 19:06

M: «Mondadori? Benissimo. Come vecchio comunista ho già perso troppe illusioni. Ben vengano i padroni!».

[A Mario cercavo di fare un po’ da consulente editoriale. Lui quando si trattava di pubblicare i suoi bellissimi libri combinava sempre pasticci]

1 novembre 2014, 18:26

A: «Don Mario, sei a Milano?».

M: «Sono qui a Sky. Hai qualche idea?».

A: «Ma devi restare lì oppure puoi venire a mangiare un’ottima pasta e patate guardando la partita dell’Inter?».

M: «Sei un amore, grazie, ma devo lavorare. Un’altra volta, un’altra pasta e patate».

A: «Alla prossima pasta e patate dunque. Babacar è il Messia Viola».

21 febbraio 2015, 04:17

M: «Che hai poi fatto? Hai ceduto ai sensi o alla nostalgia? Ho visto che scrivi ancora. È una risposta? Scon.».

[Si riferiva all’ipotesi poi sfumata che io me ne andassi in prepensionamento]

24 marzo 2015, 20:00

A: «Grande Mario, solo scrivendo di un libro ti accorgi fino in fondo di quanto è bello. Ho appena chiuso il pezzo su Storia del gol, è un libro bellissimo. Un abbraccio Antonio».

M: «Che dio ti benedica vecchio d’orr. E grazie infinite. Mario».

29 marzo 2015, 19:46

[Esce la mia recensione a Storia del gol sulla Lettura del Corriere]

M: «Credo che per sdebitarmi adesso resti soltanto l’omosessualità. Sii però gentile e chiamami per favore Luana. Grazie davvero. Mario».

A: «Non posso perché i lettori che mi hanno scritto oggi hanno chiesto il permesso se d’ora in poi anche loro possono chiamarti don Mario».

M: «Tu puoi fare tutto».

23 maggio 2015, 00:50

M: «Ti voglio bene. Come disse il Navarro al mago della parola Antonio».

[Lo avevo citato in un articolo. “Il Navarro” era il soprannome che Gianni Brera aveva dato a Sconcerti, così come aveva soprannominato Gigi Riva “Rombo di Tuono”]

24 ottobre 2015, 23:43

[Sconcerti compie 67 anni]

A: «Auguri Don Mario».

25 ottobre 2015, 03:25

M: «Ciao Antonio grazie. Mi manchi».

20 novembre 2015. Sconcerti scrive sul Corriere alla vigilia di Juventus-Milan pronosticando la vittoria dei bianconeri sia in quella partita sia alla fine del campionato. Conclude il pezzo con le parole: «La Juve, in sostanza, avrà bisogno del gol dei migliori, al Milan potrebbe bastare fare la sua partita. Ma, come diceva il sacerdote Ario spiegando la sua eresia agli alessandrini: non seguitemi, potrei aver torto».

20 novembre 2015, 20:53

A: «Ario, ti seguiremo sempre, soprattutto quando avrai torto».

M: «Alla fine lui lo fecero fuori...».

A: «Stamattina la parte intelligente del Corriere (esiste) non faceva che parlare della chiusa del tuo pezzo».

M: «Forse erano solo juventini».

[Il giorno dopo la Juve vinse con un gol di Paulo Dybala, uno dei suoi giocatori “migliori”, come aveva predetto don Mario. E vincerà poi anche il torneo, sempre come da sua profezia]

22 novembre 2015, 17:45

A: «Mario, Daniele propone il Santa Lucia eventualmente stasera a cena. Tu che dici?».

Daniele è Daniele Dallera, il capo dello sport al Corriere. Il Santa Lucia, storico ristorante notturno milanese di attori, cantanti, editori, scrittori e giornalisti, era il posto a cui il nottambulo Sconcerti era più affezionato, gli ricordava i tempi in cui giovanissimo inviato raccontava l’Inter di Helenio Herrera e il Milan di Nereo Rocco. E alloggiava in una pensione dove il resto della clientela era composto da prostitute. La cena veniva fissata intorno a mezzanotte: una quantità esorbitante di mozzarelline come antipasto, un piatto di rigatoni al pomodoro, vino, sigarette (a quell’ora ci lasciavano fumare al tavolo), caffè, ammazzacaffè e un flusso ininterrotto di chiacchiere, racconti, battutacce, teorie, vaticinii, ricordi, confessioni. Il personale si rivolgeva deferentemente a Sconcerti chiamandolo Direttore. Il cast fisso prevedeva anche la presenza di Doc (Domenico Calcagno), altra firma sportiva del Corriere, che aveva cominciato la sua carriera passando i pezzi che Gianni Brera scriveva per L’Intrepido, il settimanale dei ragazzi.

Una notte al Santa Lucia trovammo Giovanni Branchini, il famoso procuratore di calciatori, figlio di Umberto, detto il Cardinale, dieci campioni del mondo e quarantatré campioni europei. Grande manager di boxe come lo era stato Adriano Sconcerti, il papà di Mario, che aveva lanciato Sandro Mazzinghi (il quale la sera prima degli incontri dormiva a casa Sconcerti, in stanza con Mario). Mi commosse il lungo e affettuoso abbraccio tra i rampolli delle due leggendarie dinastie del ring.

Un’altra volta al Santa Lucia capitò Urbano Cairo, che era in procinto di comprare il Corriere. Fece mille domande a Sconcerti sul Torino, la squadra di cui era presidente. Poi ci illustrò le sue idee sul giornalismo dicendo che preferiva il cartaceo al digitale. Al momento del conto ci fu la solita fila indiana alla cassa. Usammo tutti la carta di credito a parte Cairo, che tirò fuori un rotolo di banconote dalla tasca e pagò con quelle. Io ero alle sue spalle e gli dissi: «Adesso capisco perché lei preferisce il cartaceo». Tutti si misero a ridere. A parte Cairo.

1 gennaio 2016, 00:25

A: «Auguri grande Mario»

M: «Auguri a lei maestro. Da ora si va avanti ad occhi chiusi ma insieme. Un bacione».

9 marzo 2016, 19:29

A: «Mario, non è che lunedì prossimo sei a Milano e vieni a cena a casa mia, o venite se, per caso, ci fosse anche, e sarebbe bello, tua moglie?».

10 marzo 2016, 01:13

M: «Con grande orgoglio ma senza la mia signora che governa su Roma. A presto. Mario».

10 marzo 2016, 23:46

A: «Mario bello che piacere e che onore. Allora a lunedì, poi ci sentiamo per indirizzo etc. Saranno presenti tuoi grandi fan. Ciao».

15 marzo 2016, 03:12

M: «Grazie per la bella serata i belli amici e le sigarette. E per l’idea sul centrocampo. Mario».

15 marzo 2016, 20:10

A: «Grazie a te Mario per l’onore che ci hai fatto. Buona passeggiata con il tuo Jack se sei a Roma e a presto».

Jack era il Jack Russell che accompagnava Mario nelle sue peregrinazioni notturne. I cani, oltre ai calciatori, agli scrittori, ai vecchi giornalisti (primo fra tutti Brera), ai vecchi pugili, alla città di Firenze, erano uno dei nostri argomenti preferiti di conversazione. Quella sera a cena a casa mia erano presenti, in veste di fan sfegatati di Sconcerti, Stefano Boeri e Marco Missiroli. Quando tutti furono andati via, mia moglie andò a dormire e mio figlio, che aveva una seconda serata, uscì, restammo Mario e io da soli. Mi chiese un mazzo di carte. Pensai che volesse farsi una partita (tipo quelle assatanate a scopa che facevamo con Carabba, come quelle che un tempo si giocavano nelle redazioni). Mario estrasse ventidue carte e le distribuì sul tavolo, undici da una parte e undici dall’altra, rappresentavano rispettivamente le squadre della Roma e dell’Inter che si sarebbero affrontate da lì a qualche giorno in campionato. Poi Mario mi spiegò duello per duello come si sarebbe svolta la gara. Quella notte capii che una partita di calcio è un castello di destini incrociati. Ultima chiosa: «l’idea sul centrocampo» era Storia dell’assist, libro che non scrisse mai e che sarebbe stato, come mi aveva annunciato, un libro riveriano, nel senso di Gianni Rivera, il golden boy.

10 aprile 2016, 01:16

M: «Leggendo il tuo articolo ho ritrovato tutto Brera. Il suo fuori dalle balle. La paura di una scrittura oggettiva. L’umanità. L’uomo. L’artista il compagno il maestro. Mi ha fatto quasi male. Bellissimo.

P.S. Storia del gol ha fatto settemila copie».

L’articolo in questione, uscito sulla Lettura, era dedicato alle agende sulle quali Gianni Brera teneva il suo diario scrivendo di tutto: meditazioni sulla vita e la morte; rendiconti del bilancio familiare (dall’onorario per le apparizioni in televisione alle ottomila lire spese per l’acquisto di pane secco per i suoi cani, alle mance principesche elargite nei tanti ristoranti che frequentava); visite degli amici; orari delle partite che doveva coprire; invocazioni a «Santo Catenaccio», una delle divinità maggiori del suo personalissimo credo futbolístico; progetti umanitari (come quello di fare da badante all’altissimo poeta Eugenio Montale ormai in età). Il sodalizio tra Gioân Brera fu Carlo e il Navarro è stato tra i più intensi nella storia del giornalismo italiano. Fu sotto la guida di Sconcerti, allora capo dello sport a Repubblica, che Brera scrisse i suoi pezzi più alti, come le cronache del Mondiale 1982 con il grido che salutò la vittoria finale degli Azzurri: «Io triumphe, avventurata Italia».

12 aprile 2016, 01:06

M: «Ciao Antonio. Oggi ero in treno, tornavo a casa e avevo Sette. Sfoglio e mi trovo accanto a de Sanctis. Mi è venuto un colpo. Non puoi farmi questo alla mia età. Però è stato bellissimo. Grazie».

[Il paragone tra lo stile di Francesco De Sanctis, il più grande critico letterario italiano dell’Ottocento, e quello di Sconcerti, lo aveva fatto spericolatamente (e di ciò sia sempre lodato) Dante Matelli nella mia rubrica settimanale]

25 dicembre 2016, 11:31

A: «Sei sveglio, don Mario?».

M: «Ciao Antonio. Sta’ zitto. Ho spento la luce alle dieci di stamattina. Ieri cenone con tombola e chiacchiere. Alle quattro pezzo per corriere.it. Poi cane fuori. Sveglio come uno stronzo. Però sto bene. È stato un bel Natale».

3 novembre 2017, 22:32

M: «Ho letto ora l’intervista a Paolo Conte. Bellissima. Siete così bravi da fare rabbia. A presto. Scon.».

28 febbraio 2018, 21:40

A: «Don Mario, come stai bello in televisione vestito alla Bob De Niro».

1 marzo 2018, 18:24

M: «Avevo freddo. Era una felpa!!! A presto».

30 giugno 2018, 11:30

A: «Come scrivi, Mario, come scrivi. Leggerti è una benedizione. “La Danimarca è un cargo senza misteri”. Questo è Shakespeare. No, è don Mario. Un abbraccio».

30 giugno 2018, 20:38

M: «Come farei senza di te!»

Gennaio-Febbraio 2020. Si era accesa una discussione nella mia rubrica su Sette attorno alla prosa di don Mario. Tra i protagonisti c’era Guido Carretta, ancora oggi mio carissimo lettore qui su Domani. Scriveva allora Carretta: «Sono d’accordo con lei (e con Silvano Calzini): i pezzi di Mario Sconcerti sono piacevolissima letteratura, di piacevolissima lettura. Tanto che a volte seguendolo nei suoi epici voli di fantasia, mi sfugge addirittura la comprensione della questione tecnica, per lo più calcistica, trattata, e la dimentico”». Tra le altre cose, in quel periodo, sponsorizzavo il bellissimo romanzo di Philip Kerr Violette di marzo.

9 febbraio 2020 ore 3:54.

M: «Sto seguendo con grande interesse il dibattito sulla letteratura di me stesso. Concordo con Carretta. A volte capita a chi scrive di calcio di voler inconsciamente uscire dal calcio e farsi prendere la mano. Per il resto ti adoro e esco a comprare Kerr. Ciao grullo».

Questo è l’ultimo degli sms (poi passammo ai whatsapp) che per anni (preferibilmente dalle 02:54 alle 03:54 del mattino, come un personaggio dei romanzi di Umberto Simonetta) Mario Sconcerti mi ha scritto. In uno si raccomandava («Scusa il macabro...») che gli facessi io il coccodrillo, ma quando morì, il 17 dicembre 2022, mentre si era fatto portare il computer in ospedale perché aveva un’idea per un pezzo, al Corriere non me lo chiesero.

Glielo dovevo. Ecco tutto.

P.S. Al Santa Lucia non ho mai più messo piede.

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