Alessandro Arcodia, Karma B, Lorenzo Maragoni, Giorgia Fumo, Alice Valeria Oliveri e Giulia Pilotti: ogni sera firme diverse per commentare insieme (con ironia) il momento più atteso e più temuto dell’anno
E anche quest’anno è arrivato quel fatidico momento. Quello con Sanremo, il festival ci ritroviamo a guardare ogni sera incollati allo schermo della tv. Per viverlo con un po’ più di leggerezza da cinque anni Domani lo segue in diretta aggiornando in real time le sue pagelle. Non aspettatevi i voti e i giudizi di severi critici musicali, ma i commenti delle nostre firme e di ospiti che condivideranno con noi il loro sguardo ironico sui cantanti e sul festival nazional popolare per antonomasia. Quest’anno abbiamo deciso di affidare ogni serata a una (o due) penna diverse.
Si parte martedì 24 febbraio con Alessandro Arcodia, «ultimo esemplare di Vj di Mtv», il “sinistrato” inviato della Splendida Cornice condotta da Geppi Cucciari. Mercoledì 25 tornano a scrivere per Domani le favolose Karma B, «creature mitologiche, metà essere umano e metà Raffaella Carrà». La sera di giovedì 26 febbraio è affidata al campione di poetry slam, autore della Posta del Bro, Lorenzo Maragoni. La serata della cover la passeremo in compagnia di Giorgia Fumo, comica, scrittrice e ingegnera, autrice della newsletter su Substack, Vola Mio Mini Pippony. Mentre la finale non poteva che essere affidata a due delle penne più brillanti ospitate dalle pagine di Domani quella di Alice Valeria Oliveri, autrice della nostra rubrica Nel paese delle meraviglie, e della nostra editor del cuore Giulia Pilotti che ritrovate ogni domenica. A ognuno di loro abbiamo chiesto di presentarsi raccontando: cos’è Sanremo per me.
Il Sanremo di Alessandro Arcodia
«A Sanremo ci si sono trasferiti i miei nonni dalla Sicilia negli anni Sessanta, e ci hanno aperto una pensione a pochi metri dall’Ariston, che per me è sempre stato il cinema dove andavo la domenica dopo essermi sfondato al Mc. Verso la fine delle medie a Sanremo ci andavo a chiedere gli autografi ai cantanti. Mi è capitato di ritrovare quelle firme e quelle foto sviluppate e stampate e chiedermi chi fossero, cosa facessero ora - spoiler: non i cantanti. Sanremo durante la settimana del Festival diventa un posto infernale imballato di staff dei cantanti, lavoratori, fan, sosia e mitomani vari. La mia sosia preferita è quella di Cleopatra, che non è solo sosia ma anche reincarnazione e sua principale corrispondente tramite l’aldilà. A Sanremo quella settimana i morti di fama cercano visibilità, o come mi ha detto una volta un uomo barbuto che girava in gonna “un percorso che mi renda ancora più pubblico”. La cosa più irritante di Sanremo è tutto quello che ci sta intorno: opinionisti scongelati, paratrasmissioni correlate che commentano gli outfit, le imprescindibili polemiche che ormai partono sempre prima, un po’ come il Natale che ormai inizia a ottobre e a febbraio ancora c’è qualche albero in giro. La mia edizione preferita di Sanremo è quella del 1998, quella condotta da Raimondo Vianello».
Il Sanremo delle Karma B
«Avremo avuto sei o sette anni quando, da schermi diversi, le nostre anime così piccole e così queer venivano catturate dalle stesse immagini: Loretta Goggi malediceva la primavera gettando su noi un incantesimo che ancora oggi ci costringe a spalancare le braccia quando quelle note annunciano la chiusura del locale. Dopo di lei, Patty Pravo l'androgina, Bertè la rocker, Anna Oxa la diva e molt* altr* ,il nostro pantheon di divinità arcobaleno, hanno lasciato contributi fondamentali alla costruzione delle nostre identità. Anno dopo anno capivamo che forse c'era spazio per essere diversi, anche se nessuno lo diceva esplicitamente. Quando la televisione italiana offriva pochi modelli non conformi, Sanremo diventava il momento in cui l'eccesso era celebrato. Per una settimana tutti amavano l'essere kitsch, glam, extra. Per chi si sentiva "extra" 365 giorni l'anno, era una boccata d'ossigeno.
La tensione fra segretezza e rappresentazione si scioglieva in un tripudio di camp nazionalpopolare. Vedersi rappresentat*, seppure con limiti, faceva sognare che anche noi avremmo potuto scendere orgogliosamente quelle scale ripidissime e ricevere il meritato applauso alle nostre esistenze. Nonostante i momenti reazionari, specchio delle diverse temperature politiche negli anni, è sempre arrivata da quel palco una nota liberatoria, come il suono di fondo dell'universo che permane anche quando le stelle splendono meno. Molta parte della comunità Lgbtqia+ ha riconosciuto una liturgia pop fatta di abiti e segreti, scandali e dramma, ma anche libertà espressiva e autodeterminazione. Bisognava solo decifrare i segnali di un codice non troppo segreto per chi è abituat* a leggere fra le righe. È anche così che abbiamo composto il nostro manuale di sopravvivenza e seguendo le briciole di glitter ci siamo ritrovat* a casa.
Sanremo è Sanremo per tutti, ma per alcun* è qualcosa di più».
Il Sanremo di Lorenzo Maragoni
«ciao sono lorenzo maragoni forse vi ricordate di me per le pagelle di sanremo dell’anno scorso che avete talmente apprezzato da esservi presi a cuore i miei problemi con la punteggiatura e avermi gentilmente invitato a imparare a usarla e come potete vedere ha funzionato scherzo ecco una virgola, anzi un punto e virgola che fa più intellettuale; sanremo per me è l’inseguimento costante dell’irraggiungibile araba fenice dell’edizione 1999 presentata - insieme a laetitia casta e al prof renato dulbecco - da un fabio fazio che mi rendo conto adesso fosse più giovane di quanto io sia adesso e manco di poco; (altro punto e virgola e pure due parentesi mi voglio rovinare); edizione che chissà se è mai veramente esistita o se era un fever dream dei miei quindici anni; detto questo la cosa che mi piace di più di sanremo e su cui sento di poter dare il mio irresistibile contributo - da persona che sostiene di fare il poeta - sono soprattutto i testi, vedere come cambiano le narrazioni delle artiste e degli artisti italiani per sull’amore, ma anche sull’amore, ecco qua mi sono presentato sono gasatissimo ci vediamo il 26 vi giuro che mi porto tutte le virgole ciaoooo,,,,,,,,,,,,».
Il Sanremo di Giorgia Fumo
«Io non mi ero mai filata moltissimo Sanremo, l'ultimo che mi ricordavo era 1999 Anna Oxa con sta mutanda che spuntava dai pantaloni e io tredicenne di provincia che dico "Oddio, che cosa figa" e poi basta, l'avevo perso di vista, me lo filavo il giusto, era una di quelle cose che magari non guardi, però sei contento di sapere che c'è. Stava là, nel suo mondo, io sapevo che c'era, faceva, che ne so faceva colore, faceva stagionalità, però non me l'ero mai filato finché non è diventato qualcosa di comunitario, qualcosa da da commentare tutti insieme, soprattutto dalla pandemia. Anche perché nel frattempo avevo aperto i miei canali social, avevo cominciato a commentarlo anche in diretta con altri comici e poco tempo dopo è arrivato quello che è il mio più bel ricordo di Sanremo, cioè quando sono effettivamente andata a Sanremo perché sono salita sul balconcino al Prima Festival.
Andare fisicamente a Sanremo è stato fondamentale perché per me è diventato il Lucca Comics delle canzoni. Io sono una grande appassionata di fumetti, vado sempre a Lucca Comics e Sanremo per me era quella cosa lì: una città che si anima e ci sono le luci, tutti i negozi sono addobbati, tutti sono felici, tutti cantano. C'è musica dalla mattina alla sera e ti immergi veramente in un'atmosfera che forse non si vede tanto dalla televisione. Il mio primo anno a Sanremo è stato meraviglioso, una routine folle. Ad esempio il bar sotto l’appartamento che avevo affittato aveva deciso che doveva vincere Annalisa e per dimostrare il suo supporto metteva la sua canzone dalle sette del mattino. Ecco, quando vai dormire alle due di notte, magari le sette non sono il tuo orario preferito. Ma comunque ti alzi perché ci sono così tante cose da fare: le prove, i capelli, i trucchi, scrivere le battute, girare, andare a vedere, prendere un’ora d’aria per andare che so’ alla ruota panoramica. E poi il momento vero della performance. Ero talmente concentrata anche nel non battere i denti, perché stavo nel balconcino fuori, che non mi sono resa conto. Ho capito solo dopo la portata della mia partecipazione. E da allora per me è una festa, una festa che si ripete ogni anno in cui io sono libera di partecipare, di commentare e di vedere cose».
Il Sanremo di Alice Valeria Oliveri
Il primo Sanremo di cui ho memoria è quello in cui i Subsonica cantavano Tutti i miei sbagli, era il 2000. Poi le immagini cominciano a farsi più nitide: i piedi scalzi di Elisa, il piccione di Povia, gli abiti Dolce&Gabbana di Simona Ventura, Joe di Tonno e Lola Ponce, gli spartiti contro Emanuele Filiberto, Anna Tatangelo, Marcella Bella e la scritta “uomo bastardo” intarsiata sul sedere. Una collezione di momenti memorabili. Erano gli anni Zero e a scuola, tra elementari e medie, nessuno si offriva di commentare con me la kermesse. Neanche a casa si mostrava particolare interesse, a dirla tutta, tant’è che cominciai a guardarlo sola nella mia cameretta con una televisione microscopica. Ma questa non è una storia di emarginazione né di sconfitta, è la storia di un rapporto sano, solido, creato nel buono e nel cattivo tempo, in quello di Amadeus e in quello di Tony Renis. Tutto ciò per dire che Sanremo, per me, c’è sempre stato, e per sempre ci sarà, come dicevano Al Bano e Romina nell’edizione del 1984».
Il Sanremo di Giulia Pilotti
«C’è stato un tempo in cui Sanremo era sinonimo di spensieratezza. A casa mia significava serate in famiglia, pagelle inutilmente elaborate, nonne grassofobiche e grasse risate. Si andava ancora a letto presto, almeno nei miei ricordi, o comunque c’era la possibilità di andarci. Da qualche anno a questa parte Sanremo assomiglia più alla scadenza delle tasse: so che arriva, so che pagherò e che è parte del mio dovere civile, ma l’esperienza non mi lascerà nulla, se non un buco nelle mie finanze. In questo caso le mie finanze sono a posto, il debito sarà di sonno e in questo eterno ritorno nazionalpopolare io guarderò il festival di Sanremo, lo guarderò tutto, anche quando non vorrei, anche quando non dovrei, innamorata irrimediabilmente del mio aguzzino. C’è a chi piace il bondage, a me piace andare a dormire alle due con i nervi lisi da sei ore di musica mediocre e intrattenimento insufficiente, lamentandomi ogni sera e amando ogni secondo. Questo le tasse non lo sanno fare».
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