La notte del 28 giugno 1969 le forze dell’ordine entrarono nello Stonewall Inn, un locale frequentato dalla comunità Lgbt newyorkese. In quegli anni le irruzioni della polizia nei gay bar non erano una novità. Ma quella volta fu diverso: ne seguì uno scontro che diede vita a un confronto durato per giorni. Nonostante non fosse il primo episodio di protesta negli Stati Uniti, segnò un cambio di passo, contribuendo a dare il via ai movimenti per i diritti Lgbt.

L’Italia è arrivata anni dopo, ufficialmente trent’anni fa, il 4 luglio 1994, con il primo Pride nella storia del paese. Ma la manifestazione non è nata dal nulla. Già nel 1966 l’attivista Massimo Consoli aveva fondato la Roma-1 (Rivolta omosessuale maschi anarchici), seguita dal Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano (Fuori, nel 1971). Poi sono nati i collettivi autonomi rivoluzionari e, tra il 1980 e il 1981, Arcigay, che l’anno seguente ha convocato un’assemblea per unificare le iniziative indipendenti.

In quell’occasione, scrive l’esperto di politiche di genere Massimo Prearo in La fabbrica dell’orgoglio, «sarà proposto un coordinamento nazionale di gruppi di liberazione sessuale per portare avanti un programma in comune (pressioni sulle istituzioni, organizzazione di campeggi gay, festa dell’orgoglio omosessuale nazionale, partecipazione al movimento per la pace, gestione di un giornale nazionale del movimento gay italiano)».

Tra i passaggi fondamentali c’è anche il 1983, anno in cui, dopo il suicidio del teorico degli studi di genere Mario Mieli, è stato fondato il Circolo di cultura omosessuale a suo nome, che ancora oggi organizza il Pride nella Capitale. È in questo contesto che le esperienze politiche locali iniziano un percorso per diventare collettive.

La prima volta

Il primo Pride ufficiale in Italia è stato organizzato il 2 luglio 1994 a Roma e, secondo il circolo Mieli, aveva portato in piazza almeno 10mila persone. Dal 30 aprile al 2 maggio di quell’anno si era tenuto il VI congresso nazionale dell’Arcigay, durante il quale era emersa la difficoltà nell’organizzare manifestazioni pubbliche e la mancanza di persone famose che avessero fatto coming out.

Nella relazione introduttiva Franco Grillini, ex presidente di Arcigay, aveva delineato quelli che poi sarebbero stati i punti fondamentali della manifestazione dei giorni e degli anni a seguire: lotta all’Aids, alla violenza e al pregiudizio, e una legge sul riconoscimento delle convivenze e delle unioni civili contrastando l’idea della famiglia tradizionale. 

Era una manifestazione contro le discriminazioni, l’odio e la violenza. Ma era prima di tutto un modo per non essere più invisibili, per dire alla società «esistiamo anche noi».

L’evoluzione

Dal 1994 a oggi le città italiane che ospitano il Pride si sono moltiplicate, la partecipazione è aumentata e c’è stata un’evoluzione anche nelle battaglie. Se nel 1994 sulle locandine ufficiali compare la scritta «gay Pride», dal 1997 si amplia a «gay, lesbian, bisexual, transexual/transgender».

Ma il cambiamento più evidente è all’interno dei manifesti. Nei primi anni Duemila si protestava contro le politiche discriminatorie del governo Berlusconi (2003), si chiedeva l’uguaglianza delle persone Lgbt di fronte alla legge (2005) e ci si opponeva alle associazioni cattoliche che avevano organizzato il family day (2007).

Nell’ultimo decennio le rivendicazioni si sono ampliate. Accanto ad alcune costanti – come la lotta ai pregiudizi, la critica all’immobilità politica, le richieste su matrimoni e adozioni – sono emersi nuovi elementi.

Nel manifesto del 2014 si parlava di diritti di lavoratrici e lavoratori, crisi economica, persone marginalizzate anche non per l’orientamento sessuale. Il carattere intersezionale era chiaro: «Le nostre richieste non si limitano alla difesa di una comunità in particolare, ma propongono un modello di società plurale, del dialogo e del confronto».

E l’intento è ancora più esplicito nel manifesto dell’anno seguente, quando il Pride arriva in quindici città italiane: «La visione della società che esprimiamo non segmenta le nostre esistenze, ma si collega ai diritti di tutti i gruppi sociali discriminati, marginalizzati e sotto attacco, con le istanze delle donne, del mondo del lavoro, della scuola, della precarietà, delle nuove povertà, di giovani, disabili, migranti».

Non solo diritti civili

La richiesta di diritti negli anni ha superato i confini originari, allargandosi ad altri gruppi e soprattutto ad altre tematiche. Nel manifesto del 2018 viene citata per la prima volta la necessità di difendere l’ambiente, poi ripresa anche negli anni seguenti.

Nel 2020 la manifestazione si è fermata e il focus del manifesto si è spostato sulla situazione sanitaria. Il lockdown ha costretto in casa chiunque e spesso a pagarne le conseguenze maggiori sono state le persone della comunità Lgbt perché «la famiglia non è automaticamente uno spazio di affetto e benessere» e la casa «non è un luogo necessariamente sicuro».

L’anno seguente lo sguardo è rimasto ancora sui più colpiti dalla pandemia. Nel 2021, infatti, la manifestazione è stata dedicata al mondo del teatro.

L’attualità è centrale anche nel manifesto del 2022, anno dell’invasione russa in Ucraina. In quell’occasione è emersa la richiesta di porre fine a tutti i conflitti e la solidarietà ai popoli oppressi: «Ci schieriamo accanto al popolo ucraino che resiste. E siamo con il popolo russo che lotta contro un governo autoritario e repressivo».

Ritorno alle origini

Il manifesto del 2023 torna a parlare con più forza delle famiglie – chiedendo gli stessi diritti delle coppie cis-etero – dopo che «il governo italiano ha esplicitamente dichiarato guerra alle famiglie arcobaleno». Ma non abbandona il carattere intersezionale.

In particolare, l’anno scorso è stata avviata la collaborazione tra il coordinamento Roma Pride e il Disability Pride network per rendere accessibili le manifestazioni tenendo conto delle necessità delle persone con disabilità e neurodivergenze.

Il 2024

Quest’anno ricorrono i trent’anni dal primo Pride a Roma e si confermano le rivendicazioni degli anni precedenti: matrimonio egualitario, gestazione per altri, autodeterminazione dell’identità di genere, necessità di abolire le terapie di conversione e diritto alla salute. Torna centrale il tema della guerra: «Condanniamo con forza la catastrofe umanitaria in corso a Gaza che sta provocando innumerevoli vittime tra la popolazione palestinese», ma anche la «solidarietà al popolo ucraino che combatte contro l’invasione russa».

Per le strade della Capitale il 15 giugno sfileranno carri e bandiere arcobaleno, ma soprattutto persone che celebrano «trent’anni di orgoglio», con la consapevolezza che, come ha detto il portavoce del Roma Pride di quest’anno, sia necessario «continuare a lottare per un futuro più equo, giusto, civile e migliore per tuttǝ».

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