La Coppa del mondo di sci parte, come da tradizione consolidata dal 1993, da Sölden, dal vertiginoso pendio del ghiacciaio del Rettenbach, in Tirolo. Meteo e vento permettendo, sabato 24 e domenica 25 ottobre due giganti, uno femminile e uno maschile, alzano il sipario su una stagione che avrà il suo culmine a febbraio con i Mondiali di Crans-Montana, località che evoca ancora tristi ricordi.

Per noi italiani è un’apertura all’insegna delle assenze: Sofia Goggia sta recuperando dal virus che l’ha stesa in Argentina e lavora duro per potersi presentare alle gare americane di fine novembre, mentre Federica Brignone fa altrettanto per poter rientrare più avanti nel corso dell’inverno ed essere pronta ai Mondiali di febbraio.

Le speranze azzurre

Due pilastri della squadra azzurra mancano dunque all’appello, ma c’è anche qualche buona notizia: dall’infortunio, che le ha fatto saltare tutta la scorsa stagione, torna Marta Bassino, e al via si presenta la nostra miglior giovane, la 17enne altoatesina Anna Trocker, che in dote ha due Top Ten, in gigante e slalom, nelle ultime due gare della scorsa stagione. L’altra grande nostra speranza per il futuro azzurro, pure lei 17enne, la napoletana Giada D’Antonio infortunatasi alle Olimpiadi di Milano-Cortina, ha rimesso dopo nove mesi gli sci: ripartirà dalla Coppa Europa per ritrovare il passo per il massimo circuito.

Tra gli uomini la curiosità è tutta per Giovanni Franzoni, chiamato a dimostrare come se la cava tra le porte larghe. Per il resto, parte la caccia a re e regina, Marco Odermatt e Mikaela Shiffrin, che in bacheca a casa hanno sin qua messo rispettivamente cinque e sei grandi sfere di cristallo.

Il problema infortuni

A tenere banco, tanto per cambiare, sono però gli infortuni: un’ecatombe che continua a falcidiare il Circo Bianco. Sotto accusa gli sci, soprattutto da gigante, velocissimi e aggressivi, che al primo errorino ti sbalzano via, e tracciati filanti che favoriscono la velocità rispetto alla curva. Il dibattito è aperto da tempo, ma di soluzioni non se ne vedono.

Anzi, è semmai la lista delle sale operatorie ad allungarsi: gli ultimi due, il fuoriclasse norvegese Aleksander Kilde che in Argentina si è rotto il tendine d’Achille e ha forse messo la parola fine alla sua carriera, e la canadese Valérie Grenier, vincitrice dell’ultimo gigante della passata stagione, che pochi giorni fa si è rotta il ginocchio in allenamento proprio a Sölden.

No, dunque, non è un via di stagione come gli altri. Tra assenze pesanti, cambi ai vertici e nodi mai sciolti, il Circo bianco arriva al cancelletto con più domande che certezze.

Movimenti ai vertici

In Italia, dopo 14 anni è finita l’era di Flavio Roda alla presidenza della Fisi: ora dovrebbe indire nuove elezioni entro 90 giorni, ma se si dovesse dimettere, scatterebbe il commissariamento.

Scossone anche alla Fis, la federazione internazionale: Markus Waldner, chief race director maschile da 12 anni, lascia. Apprezzato e stimato per la sua capacità di essere riferimento e punto di equilibrio tra atleti, squadre e organizzatori nell'epoca dei calendari stravolti dai capricci del meteo, chi prenderà il suo posto non è atteso da un compito facile.

Allargare i confini 

Ed è proprio su calendari e località che varrebbe la pena di fare un ragionamento: visto quanto il riscaldamento globale incide sulle nostre nevi, soprattutto su quelle saponose di marzo, perché non allargare il Circo Bianco all’emisfero sud, tra Argentina, Cile e Nuova Zelanda dove già in anni passati la Coppa del mondo è sbarcata? È proprio da lì, infatti, in Nuova Zelanda e Sudamerica, dove ormai tutte le squadre vanno ad allenarsi in estate quando i nostri ghiacciai sono a secco, che la stagione di Coppa del mondo potrebbe partire già con delle gare a fine settembre prima di trasferirsi in Europa a Sölden.

Senza contare che una stella come Alice Robinson è neozelandese, e il campione olimpico Lucas Pinheiro Braathen, personaggio assai mediatico per il suo estro, corre da due anni per il Brasile. Allargare i confini del Circo Bianco su nuovi mercati farebbe felici i guru del marketing, oltre che dare una ventata di aria nuova a tutto un’ambiente che sa un po’ di vecchio.

Il cortocircuito

Infine, il tema del professionismo, che serpeggia nell’ombra ma resta un tabù. Lo sci è uno sport di fatto professionistico, che veste però ancora i panni del dilettantismo; una zona grigia non priva di ipocrisia e intrisa di conservatorismo. Uno sport che negli anni Settanta passò dalle élite alle masse, ma che oggi fa il percorso inverso.

La Coppa del mondo è organizzata e gestita dalla Federazione internazionale, la Fis, in Italia gli atleti sono stipendiati dai corpi dello Stato (soldi pubblici), e una percentuale dei loro sponsor finisce nelle casse della Federazione.

Nello sci sono entrati grossi marchi (sì, anche la bibita che ti mette le ali – anche il casco – e ha messo sotto contratto un bel po’ di grandi nomi e investe nei campioni di domani: l’ultimo è quello di Anna Trocker), i team privati sono un dato di fatto (i cambi di passaporto per beneficiarne pure, vedi il caso di Lara Colturi), eppure l’ambiente sembra voler rimanere chiuso in sé stesso, in una roccaforte.

Il ciclismo come modello

Nemmeno gli ascolti in tv fanno scintille (lontani i tempi in cui per Alberto Tomba si fermava pure Sanremo); insomma, ci sarebbe bisogno di scrivere un nuovo paradigma. Un esempio lo fornisce il ciclismo, dove i corridori fanno parte di squadre private per le grandi corse della stagione, mentre corrono Mondiali e Olimpiadi sotto bandiera nazionale. Risultato, l’ingresso di forti sponsor porterebbe più soldi per tutti (circuito, atleti, allenatori – in Italia, pagati poco, emigrano all’estero - e federazioni), per un fondo per la sicurezza e per il sostegno e il recupero degli atleti infortunati che rischiano la carriera.

Coppa del mondo sotto scuderia di appartenenza e Mondiali e Olimpiadi sotto bandiera di appartenenza: non potrebbe essere proprio questa una soluzione anche per lo sci alpino? Per come va il mondo dello sport, non ci vedremmo uno scandalo.

Se i materiali e le velocità stanno mettendo a rischio la salute degli atleti, la domanda sulle tutele diventa inevitabile: aspetti come assicurazioni, protezione economica durante i recuperi, gestione del calendario. Un vero professionismo dovrebbe garantire anche questo, e oggi il sistema in essere non sempre lo fa.

Trovare l’equilibrio

Il passaggio non è semplice né privo di rischi. Un modello più commerciale potrebbe allargare il divario tra pochi campioni super sostenuti e una base di atleti lasciati indietro, indebolendo i vivai. Dai 16 anni in su, il passaggio dei ragazzi più promettenti dagli Sci Club alle Academy delle grandi squadre ridurrebbe questo rischio.

La sfida per federazione internazionale e federazioni nazionali sarà, quindi, trovare un equilibrio tra tutela dei giovani, autonomia degli atleti e sostenibilità economica di tutto il circuito. Per tutte queste ragioni, il weekend di Sölden non rappresenta solo il cancelletto di partenza di una nuova stagione, ma un cancelletto che si apre sul futuro dello sci. Sempre che i signori che governano questo sport vogliano vederlo, un futuro.

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