Il 24 e 25 gennaio decine di organizzazioni della società civile hanno organizzato un’assemblea per dire no al riarmo, alla repressione messa in atto dal governo e al nuovo pacchetto sicurezza annunciato dal Viminale. Dentro a uno scenario di guerra, si inserisce la questione sociale del paese. Ciervo: «Un’accelerazione fortissima. Un punto di non ritorno»
«Questo pacchetto sicurezza è una criminalizzazione ancora più pesante di quella messa in atto fino ad ora». Così Antonello Ciervo, avvocato costituzionalista, membro del coordinamento della “Rete No dl sicurezza” avverte che ormai non si tratta più di una situazione ordinaria. «È un’accelerazione fortissima e, in questo modo, si arriva a un punto di non ritorno», dice.
La rete è una delle anime dell’assemblea “O Re o libertà” organizzata a Bologna il 24 e il 25 gennaio, a cui aderiscono decine di associazioni e realtà della società civile. Dai sindacati, ad Arci e Medicina Democratica, dai centri sociali al mondo cattolico, dalla campagna Stop Rearm, alla rete No bavaglio, così come varie vertenze territoriali: No Tav, Rwm, Gkn e la fabbrica tra Anagni e Colleferro. Alcuni di questi impianti rischiano di essere riconvertiti alla produzione bellica.
Una convergenza iniziata con l’assemblea dello scorso 15 novembre all’università La Sapienza di Roma, dove avevano partecipato oltre 300 persone, e che mira a creare un momento di riflessione di tipo programmatico. Che cerca, inoltre, di non disperdere le energie di quella manifestazione molto partecipata che aveva visto oltre un milione di persone scendere in piazza a Roma, lo scorso 5 ottobre, a sostegno del popolo palestinese e contro il genocidio a Gaza.
«Il punto di convergenza viene da lontano, questa assemblea va solo a riaffermarlo», spiega Elena Mazzoni, che fa parte del coordinamento Stop Rearm ed è coordinatrice nazionale della Rete dei numeri pari. «I conflitti e i piani di riarmo hanno un peso sulla vita delle persone», aggiunge Mazzoni, «sia dal punto di vista economico, sia sociale: sulle scuole, sulla sanità, sulla possibilità di un ritorno della leva obbligatoria».
Una visione che divide il mondo in due, sottolinea: da una parte quelli che vengono definiti «Re, padroni», persone che dominano il mondo e che ricoprono ruoli politici ed economici, come Elon Musk o i proprietari delle varie piattaforme. Dall’altra, le persone che vengono oppresse e minacciate nella loro libertà di movimento e nella loro possibilità di contestazione. Dunque, nella due giorni iniziata sabato si parlerà di salario europeo, diritto alla casa, diritto di protesta, riarmo, resistenza alla guerra senza «accettare una pace ingiusta, come avviene in Palestina», dice Mazzoni. Ma anche di un’Europa che si sta sempre più allontanando dall’idea inscritta nel manifesto di Ventotene.
Dentro a uno scenario di guerra che riguarda l’Ue e il mondo, si inserisce la questione sociale del paese – con centinaia di migliaia di persone senza il diritto alla casa e milioni di cittadini senza cure mediche – e la torsione autoritaria. Questi sono i tre grandi nodi, per Alberto Campailla, presidente di Nonna Roma. L’associazione è attiva nella capitale per «combattere disuguaglianze e costruire legami»: lavora sulla costruzione di pratiche sociali concrete, per i problemi legati all’accesso ai beni di prima necessità, e di pratiche di ricostruzione di comunità.
Criminalizzazione della povertà
«Questo governo non aiuta chi vive in situazioni di difficoltà. Chi resiste a uno sfratto oggi, così come chi solidarizza, viene criminalizzato», spiega Campailla, che vede nell’azione dell’esecutivo «un ulteriore fascistizzazione dell’ordinamento». L’obiettivo, secondo il presidente di Nonna Roma, è attaccare chiunque dentro questa crisi mostra un punto di vista diverso.
L’ultimo decreto Sicurezza ha notevolmente ristretto i tempi di esecuzione di uno sfratto. Senza, però, individuare un’alternativa o mettere in campo risorse di contrasto alla povertà o di edilizia pubblica. Anzi, fa notare Campailla, il governo ha cancellato il reddito di cittadinanza, in un contesto in cui l’inflazione è aumentata, la povertà pure e i processi di turistificazione e gentrificazione delle città hanno portato a un aumento drastico degli affitti.
«Le forme di inasprimento – continua – non sono soluzioni al problema abitativo, nemmeno per i proprietari delle case. Pensare di risolvere una questione sociale con l’ordine pubblico, non ci porta da nessuna parte».
Criminalizzare il dissenso
Si fa così strada «lo stato di eccezione del più forte», negli Stati Uniti dove la polizia anti-immigrazione, l’Ice, va a caccia delle persone di origine straniera, che siano minori o adulti, e di chi si oppone alle azioni violente, così come in Italia.
La società civile riunita a Bologna è preoccupata per la compressione al massimo della libertà di manifestazione e di protesta. Lo dimostra una delle proposte contenute nella bozza fatta girare dal ministero dell’Interno che delinea le nuove norme annunciate in materia di sicurezza: gli agenti potranno «trattenere nei propri uffici» i manifestanti sospettati di essere un pericolo per la sicurezza «per non oltre 12 ore, per accertamenti di polizia».
Potrà accadere agli operai della Cgil che manifestano per i diritti dei lavoratori, nelle tanti crisi industriali presenti nel paese, a chi lavora nel pubblico impiego o agli studenti che protestano per il clima, così come a chi si batte per il diritto alla casa, come Nonna Roma.
«Una repressione già in atto in molti altri territori periferici rispetto a Roma, come Milano, Torino, nel nord est, in Toscana o in Emilia», ricorda l’avvocato Ciervo, che la considera una strategia di neutralizzazione dei territori. Se le norme delineate nella bozza del Viminale verranno effettivamente approvate, «la libertà di manifestazione sarà esautorata». Antonello Ciervo la chiama «l’Ice-izzazione della polizia», a favore della quale la bozza propone di introdurre forti tutele, di aumentarne i poteri e l’invasività.
Occorre dunque rispondere, conclude l’avvocato, con l’esercizio della democrazia. Come? In piazza e alle urne. Per questo – dice – è fondamentale andare a votare No al referendum sulla giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo. «Per creare una battuta d’arresto al governo e alle sue politiche autoritarie».
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