Nonostante le guerre e le distruzioni, la Chiesa continua a rappresentare un segno di contraddizione. Come ha fatto, nella nostra storia, l’uomo che si fece chiamare Francesco, in nome degli affaticati e gli oppressi, che oggi lo piangono e ne custodiscono la memoria
Sulla sua tomba non si interrompe mai la folla di persone in fila per salutarlo. La domenica, quando c’è la messa, aspettano la fine del rito e poi si avvicinano alla lapide bianca, sul lato destro della basilica, dove c’è scritto, semplicemente, Franciscus. Jorge Mario Bergoglio, l’uomo che da papa si fece chiamare Francesco, riposa nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, a due passi dalla stazione Termini, accanto alla cappella dove c’è l'immagine della Madonna Salus Populi Romani, che per la tradizione fu dipinta dall’evangelista san Luca, patrono dei pittori.
È stato il primo luogo in cui Francesco venne a pregare dopo essere diventato papa. Lo avevano eletto nel pomeriggio del 13 marzo 2013, giornata di pioggia e di felicità, lo avevano preso «quasi dalla fine del mondo», l’anziano cardinale di Buenos Aires, per ricostruire la casa diroccata dalle dimissioni del predecessore Benedetto XVI.
È stata l’ultima tappa del suo viaggio terreno, dopo i funerali in piazza San Pietro. Intorno alla pietra i banchi sono disposti in modo circolare, i visitatori stringono la tomba come in un abbraccio, c’è sempre una rosa bianca.
I costruttori di Babele
Papa Francesco se n’è andato un anno fa, la mattina del 21 aprile 2025, il lunedì dell’Angelo, dopo mesi passati a lottare per respirare, dopo aver dedicato tutte le sue ultime energie ai riti pasquali. Il giovedì santo, il 17 aprile, nel carcere di Regina Coeli, era passato in carrozzina, spinto dall’infermiere Massimiliano Strappetti, tra gli applausi, le lacrime, i tatuaggi dei detenuti. Aveva parlato con i giornalisti, con la voce quasi impercettibile. «Ogni volta che io entro in un posto come questo mi domando: perché loro e non io?». «Come vivrà la Pasqua?», gli avevano chiesto. «Come posso. La vivrò come posso».
Il venerdì santo, una via Crucis in assenza al Colosseo, con la lettura delle meditazioni scritte da lui. Il pensiero per «chi giace alle frontiere e sente finito il suo viaggio». E l’invettiva verso «i costruttori di Babele che raccontano che non si può sbagliare e chi cade è perduto. È il cantiere dell’inferno. L’economia di Dio invece non uccide, non scarta, non schiaccia».
Infine l’apparizione in piazza San Pietro, la domenica di Pasqua, il giro a sorpresa sulla papamobile tra la folla, con il volto già trasfigurato, poche ore prima della morte. Un congedo.
La lettera ai vescovi Usa
L’udienza finale (ma in realtà l’ultimo a salutarlo è stato il premier croato Andrej Plenković con la sua famiglia) fu con il vicepresidente J.D. Vance, il neo-convertito cattolico. Un incontro fugace e surreale, tra uova di Pasqua e cravatte per regalo.
Il 10 febbraio, poco prima del lungo ricovero in ospedale che anticipava la fine, Francesco aveva indirizzato una lettera all’episcopato americano, in cui condannava «l’avvio di un programma di deportazioni di massa» dell’amministrazione Trump: «La coscienza rettamente formata non può non compiere un giudizio critico ed esprimere il suo dissenso... l’atto di deportare persone che hanno abbandonato la propria terra per ragioni di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie».
Il papa invitava a schierarsi «tutti i fedeli della Chiesa cattolica e tutti gli uomini e le donne di buona volontà». «Il vero ordo amoris che occorre promuovere... costruisce una fratellanza aperta a tutti, senza eccezioni», scriveva Francesco, rispondendo, senza nominarlo, a Vance che aveva evocato questa categoria per giustificare le deportazioni dell’Ice.
Il 3 febbraio, su X, il primo a esporsi per replicare a Vance era stato un cardinale di curia, nato in America, quasi sconosciuto. «J.D. Vance sbaglia: Gesù non ci chiede di dare una valutazione al nostro amore per gli altri», aveva scritto Robert Francis Prevost, prefetto del Dicastero per i vescovi.
L’eredità di Francesco è in questa pagina che si concludeva con una sorta di maledizione biblica. «Ciò che viene costruito sul fondamento della forza e non sulla verità riguardo alla pari dignità di ogni essere umano incomincia male e finirà male».
Non c’è nulla di episodico in quanto succede oggi tra Donald Trump e papa Leone XIV. Tra un capo nazione che vorrebbe farsi messia, dopo aver provato a farsi papa, ed è destinato a diventare polvere, come tutti gli altri, e Francesco e Leone, la loro parola solo in apparenza fragile e inascoltata, che ha il respiro dei millenni.
Nel mondo a pezzi
Francesco è arrivato sui temi decisivi prima di tutti i leader mondani, gli intellettuali dell’aeropago conformista sempre spiazzati dalle novità: il cambiamento climatico, l’immigrazione, la crescita delle disuguaglianze economiche e sociali tra gli Stati, e all’interno degli Stati, che avrebbe scatenato la rabbia contro tutte le élite, comprese quelle ecclesiastiche. Ha visto prima degli altri l'Europa che si spegneva, la democrazia erodersi. Ha vissuto la sua missione in solitudine, nella incomprensione a volte anche dei suoi, nel contesto della «terza guerra mondiale a pezzi», la sua intuizione più profetica.
Il suo è stato un pontificato geo-politico, protagonista nello spazio pubblico internazionale, e geo-culturale, geo-pastorale. Non hai mai smesso di coltivare un progetto di fraternità globale, la salvezza per tutti, nell’epoca dei nazionalismi, dei fondamentalismi religiosi e secolari. Ha affidato ai movimenti popolari il compito di essere qui e ora il volto di una società diversa. Da Santa Marta, dove ha vissuto, ha letto i segni della storia. Il mondo che va a pezzi è stato il suo dramma, il dramma di Papa Francesco. E oggi del suo successore.
Il soffio nuovo
Per questo non si può ridurre Francesco a racconto, aneddoto, se non caricatura, che ne banalizza la figura. O rinchiuderlo nel paragone con Leone XIV, misurando il tasso di discontinuità con il successore nella mozzetta indossata o nel bilancino delle nomine curiali.
Negli ultimi giorni l'eredità di Francesco è stata pienamente rivendicata da papa Prevost nell’opposizione alle guerre «ad alta voce», a costo di prendersi le minacce e gli insulti dell’inquilino della Casa Bianca.
Ma sa anche nella lettera inviata ai cardinali il 14 aprile, in vista del concistoro del 26-27 giugno dove potrebbe nominare i suoi primi porporati, in cui sottolinea come l’esortazione di Francesco Evangelii Gaudium «continui a rappresentare un punto di riferimento decisivo, un vero “soffio nuovo”, orientando in profondità il cammino della Chiesa.».
In quella esortazione (24 novembre 2013), vero manifesto del suo pontificato, Francesco parlava della Chiesa in uscita, con le porte aperte, del modello del poliedro, «che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità», nell’azione pastorale e in quella politica. «È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità, è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti».
Oggi Leone chiede di mettere in pratica quel documento, parla di «audacia missionaria» e di «una missione integrale, che tiene insieme annuncio esplicito, testimonianza, impegno e dialogo. Anche quando si riconosce minoritaria, la Chiesa è chiamata a vivere senza complessi, come piccolo gregge portatore di speranza per tutti, ricordando che il fine della missione non è la propria sopravvivenza, ma la comunicazione dell’amore con cui Dio ama il mondo».
Dio abita nelle città, è stata la lezione più profonda arrivata dal papa che da prete e cardinale attraversava Buenos Aires in metropolitana. Abita nel mondo, dove le geografie umane continuano a generarsi e a incontrarsi. Nel mondo a pezzi, dove nonostante le guerre e le distruzioni, la Chiesa continua a rappresentare un segno di contraddizione. Come ha fatto, nella nostra storia, l’uomo che si fece chiamare Francesco, in nome degli affaticati e gli oppressi, che oggi lo piangono e ne custodiscono la memoria.
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