Tra canzoni che ti portano avanti, avanti, avanti, e non tornano indietro, il sollievo per la conclusione di questa dimenticabilissima edizione del Festival, ospiti fuori sala che non sono d'accordo con Roberto Vannacci, canzoni che Mara Venier balla già, e chi ha incendiato il palco gelando invece la conferenza stampa
Abbiamo chiesto alla nostra inviata a Sanremo e alle firme che hanno seguito e commentato con noi le serate del festival chi è stata la loro vincitrice o vincitore morale. Ed ecco i verdetti.
Lorenzo Maragoni – La canzone di Enrico Nigiotti
Per me la vincitrice morale di questo Sanremo è Ogni volta che non so volare di Enrico Nigiotti. Mi piace il ritmo da canzone che ti porta avanti, avanti, avanti e non torna indietro, come certe volte fanno le poesie; mi piace che nella seconda strofa invece che ripetere «il tempo vola maledetto» dica «il tempo vola l’ho già detto», creando quella complicità che a volte solo il metacommento riesce a creare, come certe volte fa il teatro, quando gli attori fanno un’osservazione su quello che è appena successo “uscendo dal personaggio”.
Mi piace che da un’immagine piccola come quella di un uomo a letto che non riesce a dormire – intima e condivisa – ci porti nel sempre più piccolo, nel sempre più dentro, così dentro che sbuchiamo nel fuori, nel mondo, nel tempo stronzo, nel nostro esitare davanti ai voli che vorremmo prendere, e nel riconoscimento incidentale ma meraviglioso che sentire tutto questo – in un mondo dove scoppiano inferni – è un privilegio.
Ma soprattutto mi piace l’ultima strofa, forse la più vulnerabile, nell’affrontare «questa mania che deve andare solo bene» e nell’essere grato a chi, quando invece non va bene per niente, «comunque vada mi rimane accanto».
Mi piace soprattutto perché non si rivolge a un tu, come una persona amata, ma a un voi, un gruppo di amici, di amiche, di persone amate, una famiglia data o scelta, forse nel suo caso una comunità di persone che seguono il suo lavoro, in ogni caso una rete sociale, che ci ricorda che a volte non abbiamo le risorse per chiedere aiuto, non sempre siamo disponibili a farci vedere in difficoltà, o sofferenti, o temiamo di essere di peso: e sentire che anche e soprattutto in questi momenti, «ogni volta che tocco il fondo», le nostre persone sono lì per noi, è una sensazione bellissima.
Dopo averla ascoltata ho scritto a un’amica «hai sentito che bella la canzone di Nigiotti?» e lei «certo, l’ho dedicata al mio gruppo di danza», e io «e io l’ho mandata a una delle mie migliori amiche», e lei «sembra parlare di noi» e io «no, parla di me e della mia amica, che vuoi» e ci siamo fatti una risata, e penso che quando una canzone riesce a connettere le persone con i propri esseri umani di riferimento, far commuovere, e anche far fare una risata, che altro vogliamo.
Alessandro Arcodia – Il caro familismo all’italiana
Il sollievo per la conclusione di questa dimenticabilissima edizione del Festival di Sanremo, tra meme infilati a forza, ospiti che rinunciano ma poi no, pietismi vari e tradizioni social francamente consunte, non deve farci dimenticare che il vero vincitore è ancora una volta lui: il caro vecchio familismo, fenomeno italico di cui non parleremo mai veramente abbastanza.
Stavolta in gara hanno sfilato quattro “figli di”, spesso accompagnati da padri, zii, sorelle, madri, figlie, tutti piazzati lì senza vergogna, senza proprio porsi il problema.
Non è neanche questione di essere o no capaci. È proprio che fa impressione vederli tutti insieme tipo plotone.
E inevitabilmente il pensiero va a tutti i cantanti, registi, attori, autori che ho in rubrica: pure loro molto capaci, bravi, originali, gente che si fa il mazzo da sempre e quasi sempre invano, gente che suona nei localini, che prega per avere un provino o che si autoproduce cortometraggi che non vedrà nessuno. Insomma gente con la tigna, ma pure la tigna si esaurisce a un certo punto, si invecchia e ci si stanca. Quest’anno sul palco dell’Ariston ha vinto lo sdoganamento più smaccato di questa solida tradizione della nostra bella nazione, e nessuno che abbia protestato. Il privilegio è normalizzato, come dicono ora, anzi, ci commuove vedere padre e figlio che cantano insieme. Se poi ogni volta bisogna pure cuccarsi il piagnisteo del cognome ingombrante, capite anche voi che è normale ti salga la voglia, la pazzia, in trepidante attesa di vedere in gara al Festival di Sanremo del 2035 Ginevra Giambruno.
Alice Valeria Oliveri – L’anti Vannnacci Denny Mendez
Chi è, dunque, il vincitore morale della settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, quello che, a prescindere dalle classifiche, rimarrà così, per dirla alla Ramazzotti, impresso nella mente. La musica, la gioia, gli artisti e le artiste, i fiori, la mia Liguria: quelli li diamo per scontati.
Ma tra la signora Gianna Pratesi che manda a quel paese i fascisti mettendo in imbarazzo un buon 30 per cento di presenti in sala, l’assenza di Andrea Pucci e l’appello per una sua reintegrazione da parte della seconda carica dello Stato, i complimenti di Matteo Salvini all’ottimo italiano di Ermal Meta, il j’accuse di Alessandro Gassmann sulle regole poco trasparenti riguardo il trattamento ai nepo babies, pardon, figli d’arte, Vincenzo Schettini straight outta Atreju con un monologo sulla dipendenza dai telefonini che porta a quella dalle sostanze stupefacenti – «alla faccia delle droghe leggere» direbbero gli Offlaga Disco Pax – qualche dubbio per l’assegnazione del premio «Sanremo specchio del paese» viene.
Vado quindi fuori traccia e fuori sala, sul tappeto rosso che accoglie ospiti, avventori, imitatori di Pavarotti, influencer raccatta-sponsor e inviati de La vita indiretta e nomino mia personalissima vincitrice di questa edizione Denny Mendez. La quale, avvistato Roberto Vannacci in smoking sulla soglia dell’Ariston, si avvicina e dice: «Non sono d’accordo con lei». Concisa, determinata, elegante. Il mio Festival è truccato e lo vince lei.
Lisa Di Giuseppe – Dal neomelodico non si scappa: Sal Da Vinci
Vincitore morale di Sanremo, in una landa desolata di noia e abbrutimento dello spettacolo e delle canzoni in gara, è Sal Da Vinci. Non è la nostra tazza di tè, sia ben chiaro, ma è il pezzo che dominerà matrimoni, gender reveal e serate in spiaggia. La coreografia funziona, i social l’hanno appresa in un attimo, Mara Venier la balla già e Stefano De Martino sta solo capendo come arricchirla per proporla ai pacchisti alla prima puntata di Affari tuoi utile.
Veniamo da un 2025 dominato dal sound sofisticato di Lucio Corsi e dalla scrittura raffinata di Brunori Sas, ma – nonostante la vittoria alla serata cover di Ditonellapiaga e Tony Pitony, i più bravi, e l’allegra profondità di Maria Antonietta e Colombre – questo Festival ci riporta coi piedi sul terreno della nazionalpopolarità.
Ci piace l’indie alternativo dei Niccolò Contessa e dei Calcutta (e la gang romana ci ha consegnato comunque un’ottima prova con La stupida sfortuna di Fulminacci), assistiamo alla rifioritura di un cantautorato genovese con Bresh e Olly, seguiamo con curiosità e sempre maggiore stima il rap napoletano, nella declinazione post-Co’Sang di Chiello e nella variante neomelodica di Lda e Aka 7even.
Ci facciamo conquistare dalla voce di Arisa e di Serena Brancale, Levante fa il suo e Malika Ayane viene a difendere il titolo di diva del Festival. Ma alla fine il neomelodico è potente – non è un caso che in Sicilia l’abbiano adottato in blocco, con tutto il dialetto – né che il pubblico di Sanremo canti anche la sigla d’ingresso di Da Vinci e abbia lanciato la standing ovation già dal secondo ascolto.
Tanto si è detto del bisogno di un Festival che rassicuri il pubblico in tempi bui e Da Vinci non va per il sottile: celebra l’amore di tutti – «una famiglia sono due persone che si vogliono bene, non c’entra la famiglia tradizionale», ha detto in conferenza stampa – e ha regalato il suo pezzo agli altri. «Perché poi le canzoni ciascuno se le spupazza come gli pare». Parola di Sal.
Karma B – Il femminismo e le Bambole di Pezza
C’è chi torna da Sanremo con un premio e chi con una vittoria. Le due cose non sempre coincidono. Ma in fondo, chi ha bisogno di un premio quando ha già un messaggio?
Le Bambole di Pezza appartengono fieramente alla seconda categoria: forse non hanno vinto ma sul palco dell’Ariston hanno reso concreto un tema astratto di cui si parla sempre o poco e male (o troppo e male): il femminismo.
Resta con me, ballata pop rock piacevole e ben eseguita anche dal vivo, è un pezzo potente, almeno quanto la loro presenza che ha risuonato come un urlo rock dentro questo Festival neanche troppo metaforicamente in bianco e nero.
Consacrate come delle nuove Jem & le Holograms da una esplosiva Cristina D’Avena nella serata delle cover, queste ragazze terribili hanno mostrato cervello, rabbia, ironia e anche gambe e scollature che, sì, col femminismo ci stanno benissimo.
Perché in un’Italia che chiama ancora “maestro” le direttrici d’orchestra ma distingue fra “cantanti donne” e “cantanti”, sarebbe già una rivoluzione comprendere che dire «Io sono femminista ma…» equivale a dire «Io non sono razzista/omofobo/maschilista ma…».
Ma niente, tesoro!
A loro comunque non è bastato incendiare il palco: in conferenza stampa hanno pure gelato un “giornalista” uscito dall’Istituto Luce con un lapidario: «Noi non vogliamo potere in casa, vogliamo il potere ovunque».
Sanremo ha bisogno di artisti così: capaci di ricordarci che il palco può essere anche un ring culturale e che il trucco non serve a nascondere ma ad accentuare le crepe del sistema. Le Bambole di Pezza sono state tra le poche a portare una vera scintilla politica dentro un mare piatto di nostalgia senza colori e cantanti senza rischi.
Mentre tutti discutono di chi è diventato virale su TikTok, noi preferiamo stare con loro. Perché il vero premio non è la vittoria, dicevamo, è nel riuscire a lasciare un segno lungo e profondo come la storia di riscatto di una band risorta più volte e che arriva a Sanremo dopo venticinque anni di gavetta, in barba ai “prodotti musicali” confezionati, digeriti ed espulsi in una o due stagioni al massimo.
E allora sì: dopo Sanremo noi resteremo con loro, perché per dirla come un’altra loro celebre canzone, anche noi «ci siamo rotte il cazzo».
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