VideoMondoLe immagini del carcere all'Aja dove è morto l'ex comandante serbo-bosniaco, Ratko Mladic
Prima ancora del volto, fu la voce di Ratko Mladic che entrò tuonando nel libro nero della Storia, nel maggio del 1992. Era la registrazione captata dai servizi di intelligence degli ordini che il comandante dell’esercito serbo-bosniaco dava ai suoi artiglieri. Incitava a riversare su alcuni quartieri popolati di musulmani di Sarajevo, come Velesici e Pofalici, una intensa scarica di bombe.
L’orrore supplementare era contenuto nell’obiettivo dichiarato: «Da im razvucemo pamet», cioè letteralmente «stirategli la mente». L’assedio della capitale era iniziato da poco e quel programma di sterminio di chiunque, donne, vecchi, bambini, militari o civili, senza distinzione alcuna, suonava come l’annuncio del peggio che si sarebbe compiuto per quasi quattro anni, una carneficina che assunse anche i connotati del genocidio.
Da voce Ratko Mladic, morto giovedì 27 agosto nel carcere dell’Aia all’età di 84 anni, diventò ben presto volto. Non che amasse i riflettori, ma quando ci finiva sotto lasciava il segno per la ferocia che emanavano la postura belluina, il labbro perennemente corrucciato, lo sguardo cattivo vòlto a incutere terrore in chiunque gli si parasse davanti. E nell’unica occasione in cui si era aperto in un mezzo sorriso che voleva essere rassicurante riuscì a raddoppiare l’inquietudine provocata dal lupo quando si finge agnello. Successe a Srebrenica, nel fatale e bollente 11 luglio del 1995 dopo che la città era caduta e lui parlava alla folla di morituri assicurando clemenza mentre accarezzava i capelli biondi di un ragazzo musulmano destinato come altri ottomila e più al macello: era la maschera bonaria che proprio non gli riusciva di calzare perché era palese che nascondeva il ghigno dell’assassino.
Era il destino finale di una carriera nel corso della quale si era spogliato di qualsiasi regola cavalleresca riguardo alla guerra per sposare lo sterminio sciolto dalla misura e dal codice militare. Nella radice del suo nome di battesimo c’è la parola guerra (Rat, Ratko sta per Guerriero) infine ridotta al pure esercizio di un mattatoio di umani.
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