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Venezia, i registi di “Naza”: «Mostriamo la realtà contrapposta a quella palestinese»

«Proveniamo dal Paese che sta commettendo i crimini che vediamo nella Striscia di Gaza». Yuval Abraham spiega così il punto di partenza di “Naza”, il documentario diretto insieme a Rachel Szor e presentato in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia. I due registi israeliani, già premiati con l’Oscar per “No Other Land”, hanno scelto di raccontare la guerra da una prospettiva interna alla società e all’apparato militare israeliano. Per tre anni hanno incontrato ufficiali dell’intelligence e soldati, chiedendo loro di descrivere procedure, protocolli e sistemi utilizzati durante le operazioni a Gaza.

«Volevamo usare la nostra posizione per parlare agli ufficiali e ai soldati e chiedere loro soltanto di descrivere cosa fanno», racconta Abraham. Un punto di vista che, precisa il regista, non vuole sostituirsi a quello palestinese: «È un altro punto di vista rispetto a quello più importante sulla Palestina». “Naza” raccoglie le testimonianze di 24 tra militari e funzionari dell’intelligence israeliana, le cui identità sono state protette. Il film ricostruisce dall’interno i meccanismi con cui vengono individuati gli obiettivi e stabilito il numero di vittime civili considerate possibili negli attacchi.

Rachel Szor parla invece sulla reazione della società israeliana alla guerra. «Gran parte della società non è d’accordo con la nostra opinione», afferma. Esiste una parte del Paese che si oppone all’estrema destra al governo, spiega la regista, ma la contestazione riguarda soprattutto le questioni di politica interna alla società ebraica israeliana e molto meno le politiche condotte da Israele nella Striscia di Gaza.

Il documentario nasce proprio da questa distanza. Girato prevalentemente di notte sui tetti di Tel Aviv, mette a confronto una città in cui la vita quotidiana continua con ciò che accade a poche decine di chilometri di distanza. Secondo Szor, una parte consistente della società israeliana non riconosce come innocenti i civili palestinesi di Gaza. Per Abraham e Szor, raccontare dall’interno il funzionamento di questo sistema significa interrogarsi anche sulla responsabilità di chi lo mette in pratica e di chi continua a viverci accanto.

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