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La sorella di Fakir: "Ho urlato vendetta, ma non è una parola che mi appartiene"

"Pochi giorni fa, mi sono trovata davanti a una scena che nessuna sorella al mondo dovrebbe mai essere costretta a vedere". Con queste parole, la sorella di Abderrahim Fakir, l'uomo di 42 anni morto mentre veniva immobilizzato da due agenti di polizia domenica 19 luglio, è intervenuta sabato sera al Pilastro, durante la veglia e cena comunitaria in memoria del fratello.

Quando ha visto il corpo del fratello, "non ero più in me", ha raccontato, "e la disperazione mi ha fatto urlare una parola terribile: ho detto che volevo vendetta. Sono qui stasera guardandovi negli occhi, per dirvi che quella parola non appartiene al mio cuore. Non ero io a parlare in quel momento, era il mio strazio". Ha poi aggiunto: "Non vogliamo vendetta, la vendetta porta solo altra rabbia, altra distruzione. Quello che chiediamo, con ogni fibra del nostro essere, è una cosa: solo giustizia". 

Sabato è stato diffuso un nuovo video che mostra delle chiazze di sangue sotto il cranio di Fakir e anche sul volto, mentre l'agente della scientifica rimuove il lenzuolo, dopo il suo decesso. 

Domenica 26 luglio è previsto un altro corteo per ricordare l'uomo. Intanto, la prefettura di Bologna ha deciso di assegnare la scorta al sindaco della città Matteo Lepore, dopo le minacce ricevute sui social. Il sindaco ha presentato in Questura una denuncia-querela sabato mattina di fronte agli insulti come «Lepore ti vogliamo come Fakir», o anche attacchi inviati privatamente, comprese minacce di morte. 

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